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È sempre esistita la pressione a fare bene, a non deludere, a tenere il passo: una sollecitazione che ha spronato o stressato i giovani nei diversi campi in cui si dovevano applicare, dagli studi alla professione. Oggi, tuttavia, sembra emergere  qualcosa di più sottile e più corrosivo, la convinzione sempre più diffusa che nessun risultato sia mai davvero sufficiente, che gli altri giudichino senza possibilità di appello, che un errore equivalga a una condanna.

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Si tratta di un’idea di perfezionismo, inteso non come sano desiderio di eccellenza ma come esigenza tirannica di perfezione, la quale starebbe crescendo tra i giovani a un ritmo che non ha precedenti nella storia della ricerca psicologica.

Lo afferma una ricerca pubblicata nel 2026 su Psychological Bulletin, la più autorevole rivista di rassegne in psicologia, firmata da Thomas Curran della London School of Economics, Andrew Hill dell'Università York St John e Pia Marie Pose. Lo studio è una meta-analisi cross-temporale di proporzioni imponenti: 307 campioni, oltre 82.000 studenti universitari statunitensi, canadesi e britannici, raccolti in un arco temporale di 35 anni, dal 1989 al 2024. Non si tratta di un sondaggio di opinione né di uno studio su un singolo gruppo: è la fotografia sistematica di un'intera generazione, costruita aggregando decenni di ricerche indipendenti.

Che cosa misura il perfezionismo?

Il perfezionismo, spiegano gli autori, non è sinonimo di ambizione. Gli psicologi lo definiscono come la combinazione di standard eccessivamente alti con una valutazione di sé duramente autocritica. È un costrutto multidimensionale, misurato principalmente attraverso due scale standardizzate: la scala di Hewitt e Flett (HF-MPS) e quella di Frost e colleghi (F-MPS).

La prima distingue tra perfezionismo auto-orientato — la tendenza a imporsi standard irragionevoli e a punirsi per ogni mancanza — e perfezionismo socialmente prescritto, ovvero la percezione che gli altri si aspettino da noi una perfezione inarrivabile e che il giudizio altrui sia sempre incombente e implacabile.

La scala di Frost aggiunge due dimensioni particolarmente rilevanti per questo studio: la preoccupazione per gli errori, un'ipersensibilità ai propri fallimenti vissuti come sconfitte personali, e i dubbi sulle azioni, quella forma di indecisione cronica e incapacità di concludere i compiti con tranquillità.

Combinando queste dimensioni in due fattori di ordine superiore, i ricercatori distinguono tra “strivings” perfezionistici (la spinta a raggiungere standard personali elevati) e “concerns” perfezionistiche (le preoccupazioni legate al giudizio, agli errori, all'inadeguatezza). Il primo fattore ha una sfumatura di motivazione positiva; il secondo è associato in modo robusto alla psicopatologia, specialmente ad ansia, depressione e ideazione suicidaria.

Un'accelerazione, non solo una crescita

I risultati dello studio sono inequivocabili, spiegano i ricercatori. Quattro delle cinque dimensioni esaminate — perfezionismo auto-orientato, standard personali, preoccupazione per gli errori e dubbi sulle azioni — mostrano un aumento lineare significativo nel corso dei 35 anni analizzati. La traiettoria più preoccupante, tuttavia, è quella del perfezionismo socialmente prescritto, che non cresce in modo lineare bensì al quadrato: era sostanzialmente stabile fino all'inizio degli anni Duemila, dopodiché ha subito una brusca accelerazione che prosegue tuttora.

Per dare un'idea concreta delle dimensioni del cambiamento, gli autori affermano che un giovane universitario del 2024 si colloca in media al 70° percentile rispetto alla distribuzione del 1989 per il perfezionismo socialmente prescritto, il che significa che oggi l'«ordinario» corrisponde a ciò che trent'anni fa era considerato elevato. La preoccupazione per gli errori ha registrato l'incremento più vistoso, è quasi quattro volte superiore a quello degli standard personali. Il messaggio è chiaro: più che standards più elevati, ciò che cresce maggiormente è la paura di sbagliare.

A livello dei fattori di ordine superiore, le preoccupazioni perfezionistiche seguono la stessa traiettoria al quadrato del perfezionismo socialmente prescritto. Gli sforzi perfezionistici crescono invece in modo lineare e più modesto. La combinazione di sforzi elevati e preoccupazioni in rapida crescita è particolarmente dannosa: la letteratura clinica documenta che chi è alto in entrambe le dimensioni presenta esiti di salute mentale significativamente peggiori di chi è alto in una sola.

Le radici culturali: neoliberismo, meritocrazie e genitori elicottero

Perché il perfezionismo cresce? I ricercatori propongono un quadro teorico articolato, radicato nell'analisi culturale. Il filo conduttore è il neoliberismo — non solo come sistema economico, ma come cultura che plasma i modi di pensare se stessi e gli altri. Tre sono i percorsi identificati.

Il primo è il percorso dell'individualismo. Nelle società neoliberali, gli individui sono incoraggiati a vedersi come imprese personali, a gestire il proprio «capitale umano» in un mercato globale competitivo. Il successo premia la virtù; il fallimento è colpa del singolo. I social media hanno amplificato questa logica, trasformando la vita in una vetrina e alimentando confronti sistematici verso l'alto. Non è un caso che Facebook abbia documentato internamente come circa la metà degli utenti di Instagram senta il peso della piattaforma nell'esporli a pressioni legate all'aspetto fisico e alla popolarità.

Il secondo è il percorso meritocratico. La meritocrazia, nella sua versione contemporanea, promette che chiunque possa raggiungere il vertice attraverso l'impegno personale, trasformando allo stesso tempo il fallimento in prova di deficienza morale. Nelle scuole e nelle università, questo si traduce in regimi di valutazione e standardizzazione senza precedenti. Più di due terzi degli studenti americani dichiara di essere preoccupato per l'ammissione all'università desiderata; tre quarti degli studenti delle superiori riferisce di sentirsi frequentemente o costantemente sotto pressione.

Il terzo è il percorso genitoriale. I genitori, sotto la pressione meritocratica, tendono a moltiplicare il controllo sui figli: monitoraggio sistematico, tutoraggio, aspettative sempre più elevate. Questo fenomeno,  il cosiddetto «helicopter parenting», trasmette perfezionismo di generazione in generazione.

Disuguaglianza e stagnazione

Lo studio analizza anche i fattori macroeconomici. I ricercatori hanno incrociato i dati sul perfezionismo con l'indice di misura della disuguaglianza di reddito e con il PIL pro capite, utilizzando i dati della Banca Mondiale per gli anni e i paesi considerati.

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I risultati sono eloquenti. La disuguaglianza economica si associa a un aumento più ripido delle preoccupazioni perfezionistiche: in società più ineguali, gli errori pesano di più, la paura del giudizio è più intensa, l'ansia da prestazione diventa più acuta. L'effetto appare non tanto nel confronto tra paesi diversi quanto nelle variazioni all'interno dello stesso paese nel tempo — il che suggerisce che non è la disuguaglianza astratta a fare la differenza, ma quella vissuta sulla propria pelle, nel proprio quartiere, nella propria scuola.

Il PIL pro capite, al contrario, predice negativamente gli sforzi: quando l'economia rallenta o si contrae, la spinta perfezionistica personale aumenta. Secondo gli autori la stagnazione economica genera un circolo vizioso in cui i giovani si sentono costretti a sforzarsi di più proprio nel momento in cui i frutti di quell'impegno diventano più difficili da raggiungere. Neoliberismo culturale e difficoltà materiali si sommano, anziché compensarsi.

Il perfezionismo fa male

Forse il perfezionismo cresce perché sta diventando la norma, e come tale si stacca dalle sue conseguenze negative? La risposta dello studio è netta: no. Le correlazioni tra perfezionismo e psicopatologia, ansia e depressione in particolare, sono rimaste stabili nel corso dei 35 anni analizzati. Non vi è alcuna desensibilizzazione. Ogni unità aggiuntiva di perfezionismo continua a tradursi in un incremento proporzionale di rischio psicologico.

Le implicazioni di salute pubblica sono chiare: se il tasso di perfezionismo nella popolazione cresce e le sue conseguenze sulla salute mentale restano costanti, il danno aggregato si moltiplica. Questo è particolarmente grave per le preoccupazioni perfezionistiche, che sono associate a ansia, depressione, disturbi alimentari e persino ideazione suicidaria.

Oltre gli smartphone e i genitori

Gli autori si confrontano esplicitamente con la tesi secondo cui la crisi di salute mentale giovanile è riconducibile principalmente ai social media e alla crescita eccessivamente protettiva. Concordano che questi siano fattori rilevanti, ma insistono su un punto cruciale: l'accelerazione delle preoccupazioni perfezionistiche inizia intorno al 2000, prima della diffusione massiva degli smartphone e dei social media, e coincide piuttosto con l'ingresso all'università della prima generazione socializzata pienamente sotto il neoliberismo.

La disuguaglianza crescente e la stagnazione economica precedono l'era dei social. Se queste tecnologie hanno avuto un ruolo, lo hanno esercitato amplificando pressioni preesistenti, non creandole dal nulla.

La soluzione, quindi, non può limitarsi al divieto dei telefonini a scuola o a riformare le pratiche genitoriali, per quanto utili possano essere queste misure. Richiede una riflessione più ambiziosa sulle condizioni culturali ed economiche che alimentano il perfezionismo: la deregolamentazione, la precarizzazione del lavoro, il declino della mobilità sociale, le “narrazioni meritocratiche” che trasformano ogni insuccesso in colpa individuale.

La crisi di salute mentale dei giovani, secondo gli autori, non è un enigma irrisolvibile. Ha radici identificabili, misurabili, storicamente datate. Comprenderle non è sufficiente, ma è il primo passo necessario per intervenire davvero — a livello individuale e, soprattutto, collettivo.

"Quando mancano opportunità economiche, i giovani sembrano compensare con la loro smania di successo" spiega il professor Curran, principale autore dello studio. "E quando la disuguaglianza aumenta, si osserva che la paura e la preoccupazione di commettere errori e di giudicare gli altri iniziano a diventare elementi centrali della psicologia giovanile. Spesso la colpa è stata attribuita a smartphone e social media, ma l'aumento del perfezionismo è precedente alla loro diffusione dei social media. La nostra ricerca suggerisce che ci sia qualcosa di più profondo in gioco."


Riferimento bibliografico

Curran, T., Hill, A. P., & Pose, P. M..
Perfectionism is accelerating over time:
A cross-temporal meta-analytic review of 35 years of college student data
.
Psychological Bulletin (2026).

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