Ci sono ragazzi che già a undici anni possono contare su un folto gruppo di amici, altri che ne hanno pochi ma molto legati e affidabili, altri ancora che si trovano invece invischiati in relazioni fatte di prepotenze, esclusioni e ricatti emotivi, e ci sono poi quegli adolescenti che faticano a costruire rapporti e tendono a essere soli. Da cosa dipende questa varietà nelle relazioni amicali?

Una parte della risposta, secondo un nuovo studio pubblicato su Developmental Cognitive Neuroscience, potrebbe risiedere in una piccola struttura a forma di mandorla sepolta nel lobo temporale: l'amigdala. E, soprattutto, potrebbe dipendere dal sesso del ragazzo o della ragazza cui quell'amigdala appartiene.
La ricerca, realizzata da studiosi dell'Università della California a Davis, si inserisce in un filone di studi che da tempo affascina i neuroscienziati dello sviluppo: il cosiddetto "cervello sociale", cioè quella rete di regioni cerebrali che si occupa di riconoscere volti, leggere emozioni ed elaborare tutto ciò che riguarda gli altri esseri umani.
Sappiamo che questa rete cambia radicalmente forma e funzione durante l'adolescenza, proprio negli anni in cui gli amici cominciano a contare più della famiglia. Ma finora pochi studi avevano provato a collegare l'attività di queste regioni non a un singolo aspetto della vita sociale, bensì a un ritratto complessivo di come un ragazzo si relaziona con i pari.
Un'idea più ricca di "salute sociale"
Il presupposto degli autori è un concetto preso in prestito dalla letteratura sul benessere: la salute sociale, definita come la quantità e qualità adeguate di relazioni necessarie a soddisfare il bisogno di connessione umana. È una nozione volutamente più ampia del semplice "quanti amici hai": tiene conto anche di quanto quelle relazioni siano sane, protettive o al contrario tossiche. Per misurarla, il gruppo di ricerca ha utilizzato i dati dell'Adolescent Brain Cognitive Development Study (ABCD), la più grande indagine longitudinale mai condotta sullo sviluppo cerebrale dei giovani americani, seguendo quasi 6.000 ragazzi tra i 10 e i 13 anni.
Ai partecipanti sono state chieste sette cose: quanti amici stretti e quanti amici in generale hanno, quanto spesso subiscono o mettono in atto aggressioni (fisiche, relazionali o legate alla reputazione), quanto i loro amici siano orientati verso comportamenti prosociali oppure trasgressivi, e quanto sostegno ricevano dalla propria rete di amicizie. Incrociando statisticamente queste informazioni, i ricercatori hanno individuato tre profili tipici di adolescente, che si ripetono con notevole coerenza anche in uno studio precedente dello stesso gruppo su un campione più ampio.
Il primo, chiamato "selettivo", riguarda poco più della metà del campione: ragazzi con reti sociali contenute ma nella norma, che sembrano scegliere con cura poche relazioni. Il secondo, "robusto" (circa un terzo del campione), descrive chi ha molti amici, sia stretti sia generali, riceve buon sostegno e frequenta soprattutto coetanei con orientamento prosociale. Il terzo, "preoccupante", è il più piccolo (circa il 13%) ma anche il più critico: qui si concentrano i livelli più alti di aggressività, vittimizzazione e amicizie con coetanei inclini a comportamenti trasgressivi.
Il ruolo, inaspettato, del genere e dell'amigdala
La domanda centrale dello studio era se l'attività cerebrale registrata a 8-11 anni, mentre i bambini osservavano volti con espressioni emotive durante un compito di memoria di lavoro, potesse prevedere a quale di questi tre profili sarebbero appartenuti due anni dopo. Su otto regioni del cervello sociale analizzate, solo l'amigdala ha mostrato un legame significativo con l'appartenenza ai profili di salute sociale — ma non da sola: il suo ruolo emerge chiaramente solo se si considera insieme al sesso del ragazzo.
Il dato più interessante, osservano gli autori, non è tanto quanto l'amigdala si attivasse in media, quanto la direzione opposta con cui questa attivazione sembrava orientare maschi e femmine. Nei ragazzi, un'amigdala più reattiva ai volti emotivi tendeva ad associarsi (sebbene senza raggiungere la piena significatività statistica nelle analisi separate per sesso) a una minore probabilità di rientrare nei profili "robusto" o "preoccupante", cioè una maggiore probabilità di restare nel gruppo "selettivo". Nelle ragazze accadeva l'esatto contrario: un'amigdala più reattiva si accompagnava a una maggiore probabilità di finire in uno dei due profili a più alto coinvolgimento sociale, quello positivo come quello problematico.
Questa dinamica ha spinto gli autori a un'interpretazione tanto semplice quanto sgnificativa: l'amigdala non sembra distinguere tra relazioni buone e relazioni cattive, ma sembra piuttosto regolare quanto, in generale, un adolescente si immerga nella vita sociale dei pari. Che quell'immersione si traduca in una rete di amicizie solidali o in un groviglio di conflitti dipenderebbe da altri fattori — probabilmente dal contesto in cui il ragazzo cresce, dalle amicizie che incontra sul suo cammino, dalla famiglia. L'amigdala, in questa lettura, farebbe più da acceleratore generico del coinvolgimento sociale che da bussola morale delle relazioni.

Gli autori collegano questo risultato a una letteratura più ampia sulle differenze tra i sessi nello sviluppo cerebrale adolescenziale e nei percorsi di socializzazione: alcuni studi hanno per esempio osservato che i ragazzi vengono educati fin da piccoli a mantenere una certa distanza emotiva dai pari, un'abitudine che potrebbe influenzare nel tempo il modo in cui il cervello elabora l'informazione sociale.
Quando si guarda il singolo comportamento, il quadro si complica
Se guardando ai "profili" complessivi di salute sociale solo l'amigdala emerge come predittore rilevante, la situazione cambia quando i ricercatori si concentrano su singoli comportamenti presi separatamente, come l'aggressività o la vittimizzazione. In queste analisi esplorative, entrano in scena altre due regioni: il solco temporale superiore e la giunzione temporo-parietale, entrambe coinvolte nei processi di "lettura della mente" altrui, risultano legate a livelli più bassi di aggressività quando più attive nel confronto tra volti emotivi e neutri. La corteccia orbitofrontale mediale, regione associata alla capacità di prevedere le intenzioni sociali degli altri e di monitorare se stessi, risulta invece collegata a una maggiore esperienza di vittimizzazione quando più attiva nel confronto tra volti e luoghi.
Questo doppio livello di risultati, spiegano gli autori, suggerisce che il cervello sociale non parla con una sola voce quando si tratta di relazioni tra pari: certe regioni sembrano più sintonizzate su aspetti specifici della vita sociale (per esempio la propensione all'aggressività o la vulnerabilità alle prese in giro), mentre altre, come l'amigdala, sembrano intercettare qualcosa di più generale e diffuso, la tendenza complessiva a cercare o evitare il contatto con i pari.
Il valore dello studio, spiegano gli studiosi, non sta tanto in una singola scoperta clamorosa, quanto nell'aver mostrato che la relazione tra cervello e vita sociale degli adolescenti dipende dal livello a cui si guarda: a livello di quadro generale della salute sociale emerge un'unica, intrigante interazione tra sesso e amigdala; a livello di singoli comportamenti emergono percorsi neurali diversi e più specifici.
È un invito, per la ricerca futura, a non accontentarsi di un'unica misura della vita sociale né di un'unica regione cerebrale, ma a costruire mappe più articolate di come il cervello degli adolescenti si prepara, giorno dopo giorno, al compito tutt'altro che semplice di stare con gli altri.
"I volti contengono moltissime informazioni sociali e gli esseri umani elaborano queste informazioni a livello percettivo e cognitivo in modo estremamente rapido" ha affermato Myles N. Arrington, autore principale dello studio. "Questo è un aspetto fondamentale per le neuroscienze, perché non appena si mostra un volto a una persona, il suo cervello reagisce in brevissimo tempo". Le differenze nello sviluppo tra ragazzi e ragazze potrebbero avere un ruolo nella salute sociale in età adulta.






