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Una delle questioni più problematiche che vengono indagate dalla ricerca sulle conseguenze dell’uso dei social media, riguarda la distinzione tra un uso controllato e non “pericoloso” per la salute mentale, e uso problematico, caratterizzato dalla difficoltà di interrompere la connessione, dalla continua preoccupazione per ciò che accade online e dalla sensazione che i social interferiscano con la vita quotidiana.

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In questo contesto si inserisce un ampio studio pubblicato nel 2026 su JAMA Network Open, che ha indagato la relazione tra uso problematico dei social media e sintomi del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) durante l'adolescenza. L'aspetto più innovativo della ricerca è rappresentato dalla sua impostazione longitudinale: invece di fotografare la situazione in un singolo momento, gli autori hanno seguito gli stessi ragazzi per cinque anni consecutivi, osservando come eventuali cambiamenti nell'uso dei social si associassero, nel tempo, alle variazioni dei sintomi dell'ADHD.

L'obiettivo non era stabilire se i social media "causino" l'ADHD, ma verificare se esista un'associazione temporale tra l'aumento dell'uso problematico dei social e l'andamento dei sintomi attentivi e comportamentali.

L'ADHD è uno dei disturbi del neurosviluppo più frequenti in età evolutiva, premettono i ricercatori. Si manifesta con difficoltà persistenti nell'attenzione, nella regolazione dell'impulsività e, in molti casi, con iperattività.

Secondo gli autori dello studio, esistono alcune caratteristiche comuni tra l'ADHD e l'uso problematico dei social media. Entrambi coinvolgono infatti processi legati al controllo dell'attenzione, alla regolazione degli impulsi e alla ricerca di ricompense immediate. Le piattaforme social sono progettate per offrire notifiche continue, "like", nuovi contenuti e possibilità praticamente infinite di interazione, elementi che possono risultare particolarmente coinvolgenti per adolescenti che presentano maggiori difficoltà nel controllo degli impulsi.

Per questo motivo i ricercatori hanno ritenuto importante distinguere tra il semplice numero di ore trascorse sui social e ciò che definiscono uso problematico dei social media (Problematic Social Media Use, PSMU). Quest'ultimo non coincide con un utilizzo intenso, ma descrive una modalità di rapporto con i social caratterizzata da perdita di controllo.

Lo studio considera problematico un utilizzo nel quale il ragazzo riferisce, ad esempio, di pensare continuamente ai social media, di non riuscire a ridurne l'uso nonostante il desiderio di farlo, di provare disagio quando non può accedervi oppure di percepire conseguenze negative nella propria vita quotidiana. Non è quindi la quantità di tempo trascorso online a rappresentare il cuore del problema, bensì la difficoltà nel gestire il comportamento.

Questa distinzione è importante perché numerose ricerche precedenti avevano valutato quasi esclusivamente il tempo di esposizione agli schermi, mentre molto meno si sapeva sugli effetti di un utilizzo percepito come incontrollabile.

Per approfondire questa relazione, i ricercatori hanno utilizzato i dati dell'Adolescent Brain Cognitive Development (ABCD) Study, uno dei più grandi studi longitudinali mai realizzati sullo sviluppo cerebrale e psicologico degli adolescenti negli Stati Uniti.

Sono stati analizzati i dati di 11.286 ragazzi, con un'età media di circa dodici anni all'inizio del periodo considerato. I partecipanti sono stati valutati ogni anno, per cinque rilevazioni consecutive, tra il 2017 e il 2023.

I risultati mostrano un quadro articolato.

Nel complesso, i livelli medi di uso problematico dei social media sono rimasti relativamente bassi durante tutto il periodo osservato e non hanno evidenziato un aumento progressivo con l'avanzare dell'età. Tuttavia, analizzando le variazioni individuali, è emerso un dato interessante.

Negli anni in cui un adolescente riferiva un utilizzo dei social media più problematico del solito, l'anno successivo i genitori tendevano a segnalare un lieve incremento dei sintomi dell'ADHD.

Questa associazione è risultata particolarmente evidente nella fase della media adolescenza, tra i quattordici e i sedici anni. L'effetto osservato è stato definito dagli stessi autori di piccola entità, ma statisticamente significativo. Ciò significa che la relazione è stata rilevata in modo consistente nel campione, pur rappresentando una variazione quantitativamente contenuta.

Lo studio ha anche esaminato il percorso opposto, chiedendosi se fossero invece i sintomi dell'ADHD a precedere un successivo aumento dell'uso problematico dei social.

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In questo caso le associazioni sono risultate decisamente più deboli. È stata osservata una relazione significativa soltanto in uno degli intervalli temporali analizzati, mentre negli altri anni il collegamento non è risultato statisticamente rilevante.

Nel complesso, i dati suggeriscono che l'aumento dell'uso problematico dei social media precede più frequentemente un lieve incremento dei sintomi dell'ADHD rispetto al contrario.

Per comprendere meglio i risultati, gli autori hanno analizzato anche se questa relazione cambiasse in base al sesso dei partecipanti. Le analisi hanno evidenziato alcune differenze interessanti.

Nei ragazzi, infatti, l'aumento dell'uso problematico dei social media è risultato associato a un lieve incremento dei sintomi dell'ADHD nell'anno successivo in due rilevazioni consecutive, mentre nelle ragazze questa associazione prospettica non ha raggiunto la significatività statistica.

Questo non significa che le ragazze siano meno coinvolte dal fenomeno, affermano gli autori. Al contrario, lo studio mostra che, considerando le differenze stabili tra le persone, le adolescenti che presentavano livelli più elevati e persistenti di sintomi dell'ADHD tendevano anche a riportare un maggiore uso problematico dei social media rispetto alle coetanee con meno sintomi. Si tratta però di una relazione osservata sul piano delle caratteristiche individuali stabili e non dell'evoluzione dei sintomi nel tempo.

Le relazioni tra uso problematico dei social media e sintomi dell'ADHD non risultano distribuite uniformemente lungo tutta l'adolescenza, ma sembrano concentrarsi soprattutto nella fascia tra i quattordici e i sedici anni.

Secondo gli autori, questa fase della crescita rappresenta un periodo particolarmente delicato. Durante la media adolescenza il cervello attraversa importanti cambiamenti: i sistemi legati alla ricerca della ricompensa maturano più rapidamente rispetto a quelli deputati al controllo cognitivo e all'autoregolazione. Parallelamente, aumenta anche l'autonomia nell'utilizzo dello smartphone e dei social network, che diventano parte integrante delle relazioni quotidiane.

In questo contesto, le caratteristiche dei social media – notifiche continue, ricompense immediate, possibilità di scorrimento infinito dei contenuti e personalizzazione algoritmica – possono incontrare più facilmente le vulnerabilità legate al controllo dell'attenzione e dell'impulsività. Lo studio, tuttavia, non dimostra che siano questi meccanismi a spiegare direttamente i risultati osservati, poiché tali aspetti non sono stati misurati.

L'elemento centrale emerso dallo studio, in definitiva, non riguarda il tempo trascorso online, ma la qualità del rapporto che gli adolescenti instaurano con i social media. È proprio la difficoltà nel controllarne l'uso, più che la semplice esposizione, a mostrare l'associazione più consistente con i successivi cambiamenti nei sintomi dell'ADHD.

Il messaggio conclusivo dello studio è improntato alla cautela: l'uso problematico dei social media rappresenta un aspetto che può meritare attenzione nella valutazione clinica degli adolescenti, soprattutto in presenza di difficoltà attentive, ma le evidenze disponibili non giustificano conclusioni deterministiche né consentono di attribuire ai social media un ruolo causale nello sviluppo dei sintomi dell'ADHD.

 

Riferimento bibliografico

Nagata J.M., Otmar C.D., Nayak S., Li E.J. et alii. 
Problematic Social Media Use and Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder Symptoms in Adolescents.
JAMA Network Open (2026).