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Nonostante il rilievo quotidiano e la gravità delle violenze, degli abusi e delle prevaricazioni sulle donne, e l’enfasi crescente a livello mediatico perché si arrivi a una denuncia dei responsabili e a una condizione di sicurezza e di diritto per le donne, esistono ancora ambiti, come quello lavorativo, in cui la maggior parte delle giovani che subiscono molestie sessuali sul posto di lavoro non le denunciano.

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In Italia, le denunce di molestie sessuali in contesti professionali rimangono molto basse nonostante la diffusione del fenomeno, soprattutto tra le giovani. Secondo i dati Istat del report "Le molestie: vittime e contesto" sul biennio 2022-2023, solo il 2,3% delle donne vittime ha contattato le forze dell'ordine e il 2,1% altre istituzioni ufficiali, mentre il 14,9% si è rivolto al datore di lavoro o a un superiore e il 16,3% ai colleghi.

​Il 13,5% delle donne tra i 15 e i 70 anni che lavorano o hanno lavorato ha subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita, con una percentuale che sale al 21,2% tra le 15-24enni (per gli uomini è il 2,4%).

​Si stima che circa 2 milioni di donne siano state vittime di avances o ricatti, principalmente da colleghi maschi (37,3%) o clienti/pazienti (26,2%).

​Due nuovi studi dell'Università Flinders suggeriscono che non è solo la paura di ritorsioni a impedire loro di parlare, ma anche la sensazione di mancanza di supporto da parte di sistemi che non le proteggeranno.

Il primo studio ha intervistato oltre 200 lavoratrici australiane che avevano subito o assistito a molestie sessuali per comprendere i fattori psicologici interni che influenzano la loro decisione di denunciare o meno, al di là delle barriere esterne come la paura di ritorsioni.​

L'autrice principale di entrambi gli studi, la dottoressa Annabelle Neall, docente senior di Salute Mentale e Benessere e direttrice del Flinders Workplace Wellbeing Lab, afferma che solo una giovane donna su cinque che ha subito molestie procede alla denuncia.​

«La decisione di non denunciare non riguardava solo rischi esterni come la perdita del lavoro, ma era profondamente legata a difficoltà e resistenze interne» dice la dottoressa Neall del College of Education, Psychology and Social Work.

«Le giovani donne valutano se denunciare migliorerà o peggiorerà le cose e spesso concludono che non ne vale la pena per il costo emotivo, il rischio per la loro reputazione o la probabilità che nulla cambi».

La ricerca ha identificato tre bisogni psicologici chiave che influenzano la denuncia: autonomia (sentirsi in una condizione di poter esercitare controllo), competenza (sentirsi capaci) e “relatedness” (sentirsi rispettate e supportate).

Quando questi bisogni sono minati - da processi poco chiari, paura di reazioni negative o mancanza di fiducia nel sistema - le giovani donne sono molto meno propense a parlare.

La professoressa di Psicologia e coautrice Lydia Woodyatt, spiega che denunciare non è solo un passo procedurale.

«Le vittime e le testimoni si sentono costrette a scegliere tra proteggere se stesse e parlare, e quella pressione rende la decisione emotivamente carica e molto difficile».

«Se le giovani donne credono che il sistema non fornirà loro giustizia o protezione, rimangono in silenzio. Quel silenzio non è indifferenza, è sopravvivenza».

Le partecipanti hanno descritto di sentirsi insicure se la loro esperienza "contasse" come molestia, di temere danni alla carriera e di dubitare che denunciare portasse a un'azione significativa. Molte temevano di essere etichettate come “piantagrane” o deboli. Altre hanno detto che il processo stesso sembrava punitivo, con passaggi onerosi e poche rassicurazioni su un esito di giustizia e rispetto.

Una partecipante lo ha riassunto: «Non sembrava che valesse la pena per il turbamento e le difficoltà multo emotive che mi avrebbe causato».

Il secondo studio, una revisione storica delle denunce e indagini sulle molestie sessuali sul lavoro, mostra che queste difficoltà non sono nuove.

Mentre leggi e politiche sono evolute dagli anni '80, la ricerca rivela che i sistemi di denuncia rimangono in gran parte inefficaci.​

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«Per decenni, le organizzazioni si sono concentrate sulla conformità legale e misure punitive, ma questi approcci spesso falliscono nell'affrontare le barriere culturali e psicologiche che tengono le giovani donne in silenzio» afferma la dottoressa Neall. ​

La revisione evidenzia problemi persistenti, come la paura di ritorsioni, la mancanza di fiducia nelle indagini e culture organizzative che normalizzano e perpetuano questo tipo di molestie. ​

Avverte inoltre che schemi di denuncia obbligatoria, introdotti in alcuni settori, possono avere l'effetto contrario erodendo l'autonomia e la fiducia delle vittime di abusi e molestie.​

«La conformità “cartacea” e procedurale non crea cambiamento culturale, abbiamo bisogno di sistemi che sembrino sicuri, supportivi e genuinamente trasformativi».​

Entrambi gli studi invocano un passaggio verso approcci informati sul trauma e sulla giustizia riparativa e trasformativa, che vanno oltre la punizione per affrontare le cause radice delle molestie e creare culture di rispetto.​

Questo include la co-progettazione di canali di denuncia con le dipendenti, fornendo feedback tempestivi e favorendo un senso di appartenenza e fiducia.​

«Le giovani donne ci hanno detto che non volevano vendetta, ma assicurazione che non sarebbe successo di nuovo».​

«La denuncia dovrebbe sembrare un passo verso un cambiamento positivo, non un rischio per il loro benessere.»​

I risultati sottolineano la necessità per le organizzazioni di ripensare le loro strategie, per contrastare e sradicare il fenomeno.​

«Se denunciare sembra insicuro, inefficace e isolante, le giovani donne non lo faranno. Per rompere quel ciclo, dobbiamo progettare sistemi che ripristinino autonomia, competenza e connessione per le vittime che già soffrono per quanto hanno subito» conclude la dottoressa Neall.​


Riferimenti bibliografici

Annabelle M. Neall, Charlotte Keenan, Lydia Woodyatt, Isabella Belperio, Jessie Jones e Melanie K. T. Takarangi.
Just Not Worth It: A Framework for the Motivational Dynamics of Reporting Workplace Sexual Harassment.
Work & Stress (2026).

Annabelle Neall, Charlotte Keenan, Isabella Belperio, Lydia Woodyatt, Jessie Jones, Indianna Marrone e Melanie Takarangi.
Tracing the Evolution of Workplace Sexual Harassment Reporting and Investigations.
Aggression and Violent Behaviour (2026).

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