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Per anni il dibattito su social media e autolesionismo dei più giovani si è concentrato sul timore che le piattaforme digitali potessero diventare un luogo pieno di immagini esplicite, capaci di normalizzare o addirittura incoraggiare comportamenti autolesivi. Ma cosa succede davvero nei momenti in cui una ragazza o un ragazzo si fanno del male? Cosa viene condiviso online, e cosa invece resta fuori dall’inquadratura?

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Uno studio recente pubblicato su BMJ Open prova a rispondere a queste domande partendo non da ipotesi astratte, ma dall’osservazione diretta dei contenuti social di giovani seguiti dai servizi di salute mentale nel Regno Unito.

Il punto di forza di questa ricerca è tanto semplice quanto particolare: le immagini analizzate non provengono da profili anonimi o da hashtag pubblici, ma da giovani reali, con una storia clinica documentata e con episodi di autolesionismo collocati con precisione nel tempo. Questo ha permesso ai ricercatori di osservare cosa accade prima, durante e dopo un episodio, senza dover dedurre il contesto a posteriori.

Il primo risultato, osservano i ricercatori, è sorprendente solo fino a un certo punto: nessuna delle immagini condivise mostra direttamente atti di autolesionismo. Niente ferite, niente sangue, niente scene esplicite. In alcuni casi compare un riferimento testuale al tema, ma quasi sempre per scoraggiarne la spettacolarizzazione o per incoraggiare la richiesta di aiuto. Questo dato mette in crisi una narrazione diffusa e suggerisce che, almeno sulle piattaforme più visibili come Instagram o Facebook, i giovani evitino consapevolmente di mostrare il dolore in modo diretto.

Una possibile spiegazione è il timore dello stigma: esporsi troppo significa rischiare giudizi, fraintendimenti o reazioni indesiderate. Un’altra è il ruolo crescente della moderazione automatica dei contenuti, che rende sempre più difficile pubblicare immagini esplicite. Ma c’è anche un aspetto più sottile: per molti giovani i social non sono il luogo dove “mostrare” l’autolesionismo, bensì uno spazio dove continuare a raccontarsi come persone intere, non riducibili al loro disagio.

Scorrendo le immagini condivise nei giorni attorno a un episodio di autolesionismo, emerge infatti un mosaico sorprendentemente vario. Ci sono foto di attività creative, come suonare uno strumento o disegnare, immagini di viaggi, passeggiate, momenti di svago. Ci sono amici, familiari, animali domestici. La sofferenza non cancella il resto della vita, e questo appare con chiarezza nelle narrazioni visive online.

Accanto a questi contenuti positivi, trovano spazio anche immagini che esprimono disagio emotivo. Spesso non sono fotografie, ma testi su sfondi scuri: frasi brevi che parlano di stanchezza, crisi interiori, senso di sopraffazione. È interessante notare come il dolore più intenso venga affidato alle parole, mentre le immagini fotografiche restano legate alla quotidianità. Quando il disagio è profondo, l’immagine si ritira e lascia parlare il testo, sottolineano gli studiosi.

Un altro elemento ricorrente è l’uso dell’umorismo. Meme, battute, riferimenti ironici alla salute mentale compaiono soprattutto prima di un episodio di autolesionismo. Non si tratta di superficialità, ma piuttosto di una strategia di mascheramento: ridere di sé e del proprio dolore può essere un modo per renderlo più sopportabile, o per evitare domande troppo dirette.

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In alcuni casi, il contrasto tra immagine e didascalia è evidente: foto dai colori vivaci accompagnate da parole malinconiche, o viceversa. Questa incongruenza suggerisce un tentativo di mantenere una facciata “accettabile” anche quando dentro qualcosa si sta incrinando.

Un dato particolarmente significativo riguarda il giorno stesso dell’episodio di autolesionismo. In quella finestra temporale, le immagini condivise diminuiscono drasticamente. È come se, nel momento più critico, molti giovani si ritirassero temporaneamente dalla scena digitale. Quando pubblicano, lo fanno senza commenti, con immagini neutre, spesso legate a piccoli momenti di normalità. Questo silenzio relativo, secondo gli studiosi, è forse uno dei segnali più difficili da cogliere, ma anche uno dei più importanti.

Lo studio mostra anche come i social possano diventare spazi di attivismo e consapevolezza. Alcune immagini condividono messaggi contro lo stigma, citazioni, riferimenti alla salute mentale o alla discriminazione. In questi casi, l’esperienza personale si trasforma in una presa di posizione pubblica, un modo per dare senso al proprio vissuto e per sostenere altri che potrebbero trovarsi in difficoltà.

Nel complesso, il quadro che emerge è lontano dagli stereotipi. I social media non appaiono come una vetrina di autolesionismo spettacolarizzato, ma come ambienti complessi, ambivalenti, dove convivono cura di sé, espressione del disagio, desiderio di connessione e bisogno di protezione. Questo non significa che i rischi non esistano, ma suggerisce che siano più sfumati e indiretti di quanto spesso si immagini, affermano i ricercatori.

Dal punto di vista della prevenzione, le implicazioni sono importanti. Se il disagio raramente si manifesta attraverso immagini esplicite, allora affidarsi solo alla ricerca di contenuti “evidenti” rischia di farci perdere i segnali più sottili: il ritiro improvviso, i cambiamenti di tono, le incongruenze tra ciò che si mostra e ciò che si dice. Integrati con altri dati, questi indizi potrebbero aiutare a individuare momenti di maggiore vulnerabilità.

Lo studio non fornisce risposte definitive, ma apre una prospettiva nuova. Guardare ai social non come a un semplice fattore di rischio, ma come a uno specchio imperfetto e parziale della vita emotiva dei giovani, permette di superare semplificazioni dannose. Il dolore, spesso, non si mostra: si nasconde tra le pieghe della normalità. Ed è proprio lì che occorre imparare a guardare, concludono gli autori.

Riferimento bibliografico

Bye A., Trevillion K., Wilson-Lemoine E. et alii.
Visual content and thematic analyses of images shared on social media
before and after episodes of self-harm in a UK clinical youth sample
.
BMJ Open, 2026.

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