In un prossimo futuro si potrà parlare non solo di nativi digitali ma di nativi dell'intelligenza artificiale. Oggi i ragazzi e le ragazze sono talmente abituati ad usare le nuove tecnologie che quello che solo pochi anni fa sembrava avanguardistico o addirittura fantascientifico per loro è già quasi cosa del passato.

Addirittura un fenomeno come i sexting - lo scambio consensuale di foto e video intimi – può quasi ormai sembrare una pratica per persone più grandi. Gli adolescenti, oggi, possono anche non aspettare la mossa del partner, ma costruire la sua immagine senza vestiti con un'app.
Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale generativa ha trasformato profondamente il modo in cui produciamo e manipoliamo immagini. Strumenti capaci di creare contenuti visivi a partire da semplici descrizioni testuali, o di modificare fotografie esistenti in modo estremamente realistico, sono diventati accessibili a milioni di utenti. Questa rivoluzione tecnologica, tuttavia, non riguarda soltanto la creatività o l’innovazione artistica: investe anche ambiti più delicati e problematici, come quello della sessualità e delle relazioni tra adolescenti.
Uno studio recente ha indagato per la prima volta in modo sistematico la diffusione dell’uso di immagini sessualizzate generate con intelligenza artificiale tra adolescenti negli Stati Uniti. I risultati delineano un quadro sorprendente e, per certi versi, inquietante. L’uso di queste tecnologie non è marginale né episodico: è diffuso, normalizzato e spesso intrecciato con le dinamiche quotidiane della socialità adolescenziale.
L’indagine si basa su un sondaggio anonimo condotto su oltre 500 ragazzi tra i 13 e i 17 anni. Ai partecipanti è stato chiesto se avessero mai creato, ricevuto o condiviso immagini di nudi generate tramite strumenti di intelligenza artificiale, sia con consenso sia senza. Particolare attenzione è stata data ai cosiddetti “nudification tools”, applicazioni che permettono di simulare l’aspetto di una persona senza vestiti partendo da una fotografia reale.
I dati mostrano che più della metà degli adolescenti intervistati ha utilizzato almeno una volta questi strumenti per creare immagini. Una percentuale analoga dichiara di aver ricevuto contenuti di questo tipo.
Si tratta di numeri molto più elevati rispetto alle stime tradizionali sul fenomeno del sexting, che già negli ultimi anni aveva mostrato una crescita significativa. La differenza cruciale è che qui non si parla più soltanto di immagini reali, ma di contenuti artificialmente generati, spesso senza il consenso delle persone coinvolte.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda infatti la vittimizzazione. Oltre un terzo degli adolescenti ha dichiarato che è stata creata almeno un’immagine sessualizzata che li riguarda senza il loro consenso, e una percentuale simile afferma che tali immagini sono state anche condivise. Questo dato suggerisce che la tecnologia non solo amplifica pratiche già esistenti, ma introduce nuove forme di abuso, più difficili da controllare e da contrastare.
L’intelligenza artificiale abbassa drasticamente le barriere tecniche e psicologiche alla produzione di contenuti sessualizzati, rendendo possibile ciò che fino a pochi anni fa richiedeva competenze avanzate. Oggi basta uno smartphone e un’applicazione facilmente reperibile per creare immagini realistiche che possono danneggiare la reputazione e il benessere psicologico di una persona, sottolineano i ricercatori
Un altro elemento significativo emerso dallo studio è la relativa uniformità del fenomeno tra diversi gruppi demografici. L’uso di queste tecnologie appare diffuso trasversalmente per età, provenienza e orientamento sessuale. Le differenze più marcate riguardano il genere: i ragazzi maschi tendono a utilizzare più frequentemente questi strumenti, sia per creare sia per condividere immagini, ma il coinvolgimento femminile resta comunque elevato.
Interessante è anche il fatto che non emergano differenze significative tra le diverse fasce di età considerate (13–17 anni). Questo, sottolineano gli autori, suggerisce che l’esposizione e l’adozione di tali pratiche avvengono molto precocemente. In altre parole, il problema non nasce a metà dell’adolescenza, ma si sviluppa già nelle fasi iniziali, quando le competenze critiche e la consapevolezza dei rischi sono ancora limitate.
Dal punto di vista socioculturale, i risultati indicano un processo di normalizzazione, affermano gli studiosi. La creazione e la condivisione di immagini sessualizzate, anche quando generate artificialmente, sembrano essere percepite da molti adolescenti come una pratica relativamente comune, talvolta integrata nell’esplorazione della propria identità e delle relazioni. Tuttavia, questa normalizzazione convive con un’elevata incidenza di comportamenti non consensuali, creando un contesto ambiguo e potenzialmente dannoso.

La distinzione tra consenso e non consenso diventa più sfumata quando le immagini non sono “reali” ma generate artificialmente, ma gli effetti sulle vittime restano profondamente concreti. Le persone coinvolte possono sperimentare ansia, vergogna, perdita di controllo e difficoltà nelle relazioni sociali, in modo analogo a quanto avviene con altre forme di abuso digitale.
Lo studio evidenzia anche come i cosiddetti “nudification tools” siano più utilizzati rispetto agli strumenti generativi “classici” basati su prompt testuali. Questo dato è particolarmente rilevante perché tali applicazioni partono da immagini reali di individui esistenti, aumentando il rischio di danni diretti e identificabili. Non si tratta quindi solo di contenuti fittizi, ma di manipolazioni che coinvolgono persone reali, spesso appartenenti alla cerchia sociale degli utenti.
Sul piano legale, la situazione appare complessa e in evoluzione. Negli Stati Uniti, la produzione e la distribuzione di immagini sessualizzate di minori, anche se generate artificialmente, è illegale. Tuttavia, esistono zone grigie, soprattutto quando si tratta di contenuti creati consensualmente tra coetanei. In Europa, il quadro normativo presenta anch’esso lacune, in particolare per quanto riguarda la regolamentazione degli strumenti e delle piattaforme che rendono possibile la creazione di questi contenuti.
Il diritto fatica a tenere il passo con l’innovazione tecnologica, lasciando spesso le vittime senza strumenti adeguati di tutela. Allo stesso tempo, un approccio esclusivamente repressivo rischia di non cogliere la complessità del fenomeno, che intreccia dimensioni educative, relazionali e culturali.
Proprio per questo, gli autori dello studio sottolineano l’importanza di interventi educativi precoci e articolati. Non si tratta solo di informare sui rischi legali, ma di sviluppare competenze critiche, empatia e consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni online. In particolare, viene suggerito che tali interventi dovrebbero iniziare prima dei 13 anni, considerando la precocità dell’esposizione.
Un ulteriore aspetto riguarda il ruolo dei cosiddetti “bystander”, ovvero coloro che ricevono o assistono alla diffusione di immagini non consensuali. Educare questi soggetti a riconoscere il problema e a intervenire in modo appropriato potrebbe contribuire a ridurre la diffusione dei contenuti e a sostenere le vittime. La responsabilità non è solo di chi crea o condivide, ma anche di chi sceglie di non agire di fronte a comportamenti dannosi.
Guardando al futuro, spiegano gli studiosi, appare evidente la necessità di ulteriori ricerche, in particolare longitudinali, per valutare gli effetti a lungo termine di queste pratiche. Sarà importante comprendere non solo quanto diffuso sia il fenomeno, ma anche come incida sullo sviluppo psicologico, sulle relazioni e sulla costruzione dell’identità degli adolescenti.
L’intelligenza artificiale, come ogni tecnologia, non è neutrale: riflette e amplifica le dinamiche sociali esistenti, ma può anche crearne di nuove. Nel caso delle immagini sessualizzate tra adolescenti, siamo di fronte a un terreno in cui innovazione, vulnerabilità e responsabilità si intrecciano in modo particolarmente delicato.
Gli studiosi concludono evidenziando come l’uso di immagini sessualizzate generate dall’IA tra adolescenti sia già oggi un fenomeno diffuso e strutturato, con implicazioni significative sul piano educativo, sociale e giuridico. Ignorarlo o minimizzarlo significherebbe rinunciare a comprendere una parte importante dell’esperienza digitale delle nuove generazioni. Al contrario, affrontarlo richiede uno sforzo congiunto di ricerca, educazione e regolamentazione, capace di tenere insieme innovazione e tutela dei diritti.






