Info: info@ubiminor.org  |  Segnalazioni: notizie@ubiminor.org  |  Proposte: redazione@ubiminor.org

 facebook iconinstagram iconyoutube icon

Il bullismo è una delle esperienze più diffuse e dolorose dell’infanzia e dell’adolescenza. È una forma ripetuta di aggressione fisica, verbale o relazionale, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi subisce e chi agisce. Non può essere sottovalutato e ridotto a un semplice conflitto tra coetanei.

20260604 cntmnt 2

Da anni la ricerca mostra che essere vittime di bullismo aumenta il rischio di sviluppare ansia, depressione e altri problemi psicologici, talvolta con effetti che possono protrarsi fino all’età adulta. Rimaneva però una domanda importante: conta di più il fatto di essere stati bullizzati molte volte nel corso della crescita, oppure il momento preciso in cui il bullismo viene vissuto?

Uno studio pubblicato sulla rivista European Child & Adolescent Psychiatry ha cercato di rispondere proprio a questo interrogativo, analizzando come il periodo della vita in cui si sperimenta il bullismo influenzi i sintomi depressivi nella tarda adolescenza e nella prima età adulta.

La ricerca si è basata sui dati dell’ALSPAC, uno dei più importanti studi longitudinali britannici dedicati allo sviluppo infantile e adolescenziale. Gli studiosi hanno seguito 6.782 ragazzi e ragazze dalla prima infanzia fino ai 23 anni, raccogliendo informazioni ripetute sulle esperienze di bullismo e sui sintomi depressivi. Il bullismo è stato valutato a 4, 7, 8, 9, 11, 13 e 16 anni, mentre i sintomi depressivi sono stati misurati a 16 anni e mezzo, 17 anni e mezzo, 21, 22 e 23 anni.

L’obiettivo principale era verificare quale tra tre possibili modelli teorici spiegasse meglio il legame tra bullismo e depressione. Il primo è il modello dell’“accumulo del rischio”, secondo cui ogni episodio di bullismo si somma ai precedenti, aumentando progressivamente il rischio di sviluppare depressione. Il secondo è il modello dei “periodi sensibili”, che ipotizza l’esistenza di età particolarmente vulnerabili in cui il bullismo lascia conseguenze più profonde. Il terzo è il modello della “recentità”, secondo il quale le esperienze più vicine nel tempo hanno un impatto maggiore rispetto a quelle più lontane.

Per distinguere tra queste ipotesi, i ricercatori hanno utilizzato una metodologia statistica avanzata chiamata “Structured Life Course Modelling Approach”. Questo approccio consente di confrontare diversi modelli evolutivi e identificare quale descriva meglio i dati osservati.

I risultati hanno mostrato con notevole coerenza che il modello più adatto è quello della “recentità”. In altre parole, gli episodi di bullismo più recenti risultano maggiormente associati ai sintomi depressivi rispetto a quelli avvenuti molti anni prima.

Lo studio evidenzia infatti che l’associazione tra bullismo e depressione aumenta quanto più l’esperienza di vittimizzazione è vicina nel tempo alla valutazione dello stato psicologico. Un episodio di bullismo a 4 anni era associato a un incremento relativamente contenuto dei sintomi depressivi a 16 anni e mezzo; al contrario, un episodio vissuto a 16 anni mostrava un’associazione molto più forte con la depressione rilevata nello stesso periodo della vita.

Questo non significa che il bullismo vissuto da piccoli sia irrilevante. Gli effetti rimangono presenti anche a distanza di molti anni. Tuttavia, i dati suggeriscono che l’impatto tende ad attenuarsi nel tempo. La sofferenza psicologica collegata al bullismo non appare quindi immutabile, ma può ridursi gradualmente con il passare degli anni.

Gli autori collegano questi risultati al concetto di resilienza. Molti bambini e adolescenti riescono progressivamente a sviluppare strumenti emotivi, relazioni di supporto e capacità di adattamento che permettono di ridurre il peso psicologico delle esperienze negative vissute in precedenza. Questo processo, però, non è automatico né uniforme per tutti.

Lo studio richiama anche alcune ricerche precedenti che avevano osservato un progressivo “affievolimento” degli effetti del bullismo sulla salute mentale. In particolare, alcuni lavori avevano mostrato che l’impatto psicologico del bullismo tende a diminuire già dopo due anni e può ridursi ulteriormente nel corso del tempo. I nuovi risultati confermano questa tendenza utilizzando però un’analisi più sistematica e una grande quantità di dati raccolti lungo l’intero arco della crescita.

Un aspetto interessante riguarda l’assenza di prove solide a favore dei “periodi sensibili”. I ricercatori avevano suddiviso la crescita in quattro fasi: prima infanzia, infanzia centrale, prima adolescenza e tarda adolescenza. L’ipotesi era che alcune di queste finestre evolutive potessero essere particolarmente delicate dal punto di vista psicologico. I dati, tuttavia, non hanno mostrato che esista un’età specifica in cui il bullismo abbia effetti eccezionalmente più dannosi rispetto alle altre.

20260604 cntmnt 1

Anche il modello dell’accumulo del rischio ha ricevuto scarso sostegno. Sebbene essere vittime di bullismo ripetutamente aumenti il disagio psicologico, il numero complessivo di episodi nel corso degli anni non sembra spiegare i sintomi depressivi meglio della semplice vicinanza temporale dell’esperienza.

Questi risultati hanno implicazioni importanti. La tempestività dell’intervento appare cruciale: quanto prima viene riconosciuta e affrontata una situazione di bullismo, tanto maggiori sembrano essere le possibilità di limitare le conseguenze psicologiche successive.

Gli autori sottolineano che la prevenzione del bullismo rimane fondamentale, ma che altrettanto importante è offrire sostegno immediato alle vittime. Interventi psicologici, supporto scolastico e reti relazionali protettive potrebbero aiutare adolescenti e bambini a recuperare più rapidamente il proprio equilibrio emotivo.

I ricercatori riconoscono che la depressione dipende da numerosi fattori oltre al bullismo, inclusi elementi familiari, genetici e ambientali che non possono essere completamente isolati. Di conseguenza, i risultati non dimostrano un rapporto di causa-effetto assoluto, ma descrivono associazioni statistiche robuste e coerenti.

Il lavoro, sottolineano gli autori, offre un contributo importante alla comprensione del rapporto tra esperienze traumatiche tra pari e salute mentale. Invece di considerare il bullismo come una ferita identica e immutabile nel tempo, lo studio mostra una dinamica più complessa, in cui la distanza temporale dall’evento sembra modificare l’intensità dell’impatto psicologico.

Il tempo, da solo, non cancella automaticamente le conseguenze del bullismo, ma può contribuire ad attenuarle, soprattutto se accompagnato da sostegno, protezione e possibilità di recupero emotivo.

Alla luce di questi risultati, il bullismo emerge non soltanto come un problema educativo o disciplinare, ma come una questione di salute mentale che richiede attenzione precoce e continuativa.

La sofferenza provocata dalle aggressioni tra pari può essere intensa e immediata, ma la ricerca suggerisce anche che intervenire rapidamente può fare una differenza concreta nel percorso psicologico dei ragazzi.


Riferimento bibliografico

Bakirci S., Smith A.D.A.C., Pingault J.-B.
Timing effects in the association between childhood and adolescent bullying victimisation
with late adolescence and emerging adulthood depressive symptoms
.
European Child & Adolescent Psychiatry (2026).

Accetto i Termini e condizioni