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"Ho visto occhi colmi di disperazione fissarmi dietro le grate. Ho visto Zaccaria, rinchiuso a soli tre anni, soffrire di un dolore adulto, con un’espressione che un bambino non dovrebbe mai avere. Ho visto mani cercare un varco tra le sbarre, cercare altre mani, un contatto. Ho visto mani bruciate da manganelli elettrici.

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Ho visto gambe spezzate fasciate alla meglio. Ho visto schiene piagate dal sole e dal sale. Ho visto canotti, buoni solo per farci giocare i bambini, stracolmi di uomini. E ho visto uomini sciogliersi in muti singhiozzi appena approdati sui moli di Lampedusa. Ho visto i loro corpi ustionati dal gasolio e dal sole, e labbra e occhi voraci di acqua e pace. Ho visto sbarre, fango, piscio e sangue. Ho visto crocerossini trasformati in carcerieri e poliziotti in aguzzini. Ho visto Abdelali, diciotto anni, morire ogni giorno per un male incurabile. L’ho visto vomitare sangue e spegnersi in silenzio. Ho visto gli sguardi attoniti di donne umiliate. Ho visto uomini ingoiare sapone, pile e monete. Li ho visti rompersi la testa contro i muri cercando in ogni modo una via di fuga, o anche solo un po’ di pietà”.

La vita ti sia lieve. Storie di migranti e altri esclusi di Alessandra Ballerini.

Per gentile concessione dell'editore Melampo, pubblichiamo il capitolo tredicesimo.

Alì

Carlo me lo aveva affidato. “Come uno di famiglia”, mi aveva scritto. E come uno di famiglia, come un figlio, Carlo lo aveva accolto in casa sua. “Perché ti stupisci”, mi aveva chiesto al telefono, “ha più o meno l’età di mia figlia, solo meno fortuna. Come si può lasciarlo dormire per strada?”. Ad Alì lo avevano detto, quando dormiva sui marciapiedi a Mestre, che a Parma c’era un signore gentile che aiutava i profughi, e in particolare i più giovani. All’inizio non ci credeva, ma poi in preda alla disperazione aveva preso un treno per Parma. E Carlo non lo aveva mai deluso. Lo aveva accolto in casa, come un figlio, si era occupato delle sue pratiche legali, perché non fosse costretto a scappare tutta la vita, e lo aveva introdotto nella “rete sociale” parmense.

Anche quando, ammalatosi di un male spietato e inguaribile, Carlo lottava contro i dolori e la sfiducia, trovava comunque tempo ed energie per Alì, e Alì per Carlo. Ormai erano una famiglia. È stato Alì ad avvertirmi della morte del suo papà italiano. E quel messaggio che Carlo mi aveva scritto poche settimane prima, in cui mi diceva che non era preoccupato per Alì perché io avrei continuato a occuparmi della sua difesa “come una sorella”, mi ha vincolato come una stretta di mano che non avevamo più fatto in tempo a scambiarci.
Alì nella sua vita non ha avuto molta fortuna. Nato in Afghanistan, già da bambino dovette iniziare a fuggire e nascondersi, dopo che i talebani gli uccisero il padre e bruciarono la sua casa. Trascorse l’infanzia scappando di città in città con la madre, fermandosi qualche mese per prendere fiato e lavorare come pastore. Ma poi i talebani li raggiungevano di nuovo e così la mamma raccoglieva fagotti e figli e ripartiva.
Un giorno a Kabul i talebani lo catturarono. Lo torturarono per giorni fino a fargli compiere il più orribile e innaturale dei gesti: confessare dove stava nascosta la sua famiglia. Aveva resistito agli schiaffi, alle botte, alla privazione di sonno e cibo, alle bastonate sotto le piante dei piedi e sulle falangi delle mani. Aveva resistito anche quando gli strapparono le prime unghie. Ma poi presero una lama e con calma iniziarono a scavare via la carne dalle dita delle mani (come fare la punta a una matita, mi dice). Allora iniziò a parlare.

Nel verbale dell’intervista davanti alla Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, quando gli chiedono se fosse stato picchiato, l’intervistatore riporta la risposta “e non solo questo” e annota in corsivo “piange”.
C’è tutto in quel “piange”: il dolore, la vergogna, la paura, il sollievo, la stanchezza. Tanta stanchezza. Dopo le torture, Alì fu medicato dai suoi aguzzini e costretto per qualche mese a combattere tra le loro fila. Durante un combattimento, mentre volavano proiettili e la confusione era totale, Alì riuscì a scappare. Venne però catturato dopo poco dall’esercito afghano, accusato di tradimento per aver combattuto, suo malgrado, per i talebani e condannato alla fucilazione. Ma un ufficiale dell’esercito, amico del defunto padre, lo riconobbe e lo fece scappare.
La vita di Alì, come quella di molti rifugiati, è fatta così: tragedie insopportabili riscattate da lampi di “fortuna”. E fughe: continue, estenuanti fughe. Alì dall’Afghanistan fugge in Iran e dall’Iran in Turchia. Messi da parte un po’ di soldi, scappa in Grecia. Qui fugge continuamente dalla polizia. Si nasconde a Patrasso tra centinaia di altri profughi in cerca di un “passaggio” per l’Italia. Quel passaggio clandestino da guadagnarsi nascosti in una cella frigorifera, o nelle sacche di legumi o appesi sotto i camion che salgono sulle navi mercantili dirette verso il nostro mare Adriatico. Più di venti ore senza quasi respirare, immobili, sperando di non morire soffocati o congelati o schiacciati sotto le ruote dei camion, di non essere scoperti dal comandante o dalla polizia di frontiera. Pregando di non essere rimandati indietro.
Ma i profughi raramente hanno fortuna.

Alì arriva vivo ad Ancona, ma viene scoperto e respinto. A nessuno importa se è solo un ragazzo e se è un richiedente asilo. Non importa al comandante che lo detesta come si detesta un ritardo, un contrattempo. Alla polizia di frontiera che neanche perde tempo a verificarne l’identità o a notificargli provvedimenti, né tanto meno ad ascoltarne le legittime istanze di asilo.
Viene respinto, rimandato indietro, verso la Grecia, altre venti e passa ore rinchiuso in quella stessa nave. In Grecia la polizia, come il comandante, non ha la mano leggera con i profughi. Lo mettono in una cella per quasi una settimana e lo avvertono che se lo ritrovano lo rimandano a Kabul. “Vai dove vuoi, ma vattene!”. Già, come se fosse facile. Volere e andare. Alì è stanco, ma non ha scelta, deve continuare a scappare. E così torna a Patrasso. Si nasconde, sale su una nave, si fa merce in una stiva, sotto chili di arance, cancella pensieri e respiro e spera.
Ma ancora una volta viene scovato, punito e scacciato. Ha la febbre alta e si sente soffocare, ma la polizia di frontiera non conosce né pietà né legalità (il diritto all’asilo non è un favore negoziabile, ma appunto un sacrosanto diritto) e lo rimanda indietro. Incurante di sapere se quell’“indietro” lo porterà fino a Kabul, e quindi fino alla morte, o solo fino in Grecia, che non riconosce il diritto all’asilo a nessuno, e per questo viene indicato come paese non sicuro dall’UNHCR.
L’indietro di Alì per “fortuna” questa volta si ferma di nuovo a Patrasso. Un incubo che si ripete. La terza fuga di Alì dalla Grecia avviene a piedi. Alì sa che non riuscirebbe a sopravvivere a una terza traversata in mare senza morire soffocato, un po’ per un crudele calcolo delle probabilità e un po’ perché il suo fisico ormai è debilitato dalla stanchezza, dalle fughe, dagli stenti e dalle percosse.
E così si incammina a piedi verso la Macedonia. Settimane, mesi di cammino con alle spalle torture e morte e davanti il nulla. Arriva fino in Ungheria. Ma dopo neanche un’ora viene fermato dalla polizia e rinchiuso in “un campo dove ti danno poco da mangiare, non puoi uscire e stai malissimo”. Alì ha imparato che quando la fortuna non arriva, bisogna andarle incontro e così, dopo due giorni di prigionia, scappa. Arriva in Austria e poi in Italia. Fino alla casa di Carlo.

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Quando era a Patrasso, Alì era stato avvicinato dagli attivisti di un’organizzazione umanitaria italiana (Tuttiidirittiumanipertutti) che, indignati per le violazioni dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra compiute dalla polizia di frontiera nei confronti dei profughi che arrivano nei porti adriatici, cercavano di rimediare ai torti offrendo tutela giuridica ai migranti, in particolare ai minori, richiedenti asilo arbitrariamente respinti.
Alì, insieme a oltre trenta altri profughi, si fida di questi italiani e firma il mandato affinché gli avvocati possano in loro favore proporre un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. È così che Alì diventa mio cliente. È il 2009 e Alì è già stato respinto due volte dall’Italia. Le nostre strade si incroceranno a Parma, da Carlo, solo un anno dopo. Alì mi sembra più piccolo della sua età, ancora non parla l’italiano ed è spaventatissimo. Ha gli occhi stanchi. Carlo lo accudisce.
Ci vorranno altri tre anni per porre legalmente fine alla sua fuga.
Appena arrivato a Parma, infatti, ha presentato alla questura domanda di asilo, o, per meglio dire, istanza per il riconoscimento dello status di rifugiato o di altra forma di protezione internazionale. Alì aspetta. Mesi. Fino a quando a novembre del 2010 la questura gli comunica che, in base alla Convenzione di Dublino, competente per deliberare sulla sua domanda di asilo è l’Ungheria, perché questo sarebbe il primo paese dove il ragazzo avrebbe chiesto asilo. In realtà Alì in Ungheria non aveva mai chiesto asilo, domanda che invece aveva formulato, seppure non ascoltato, entrambe le volte che era sbarcato in Italia, ma era poi stato illegittimamente respinto dalla polizia di frontiera che ben si era guardata da recepire le sue istanze.
Quando legge e comprende il senso di questo ennesimo rifiuto, Alì, rimasto nel frattempo orfano anche di Carlo, cede alla disperazione. Manifesta anche intenzioni suicide. L’associazione di Parma che lo ospita lo cura in ogni modo, e io tento di rassicurarlo. Ma non basta. C’è un limite di lutti, dolore e rifiuti che si può sopportare. E la misura di Alì è colma già da tempo. Il ricorso al TAR del Lazio contro la decisione dell’Unità Dublino è stato scritto con il peso di quella misura.
Ma il TAR del Lazio ancora deve decidere. Il tempo per una volta gioca a nostro vantaggio: infatti entro sei mesi l’Italia avrebbe dovuto provvedere al trasferimento di Alì verso l’Ungheria. L’Italia è in ritardo. E questa per una volta è decisamente una buona notizia. Un’opportunità da sfruttare.

Abbiamo chiesto all’amministrazione di revocare il provvedimento che disponeva il trasferimento di Alì in Ungheria (non realizzato nei tempi regolamentari) e di dichiarare l’Italia competente a valutare la sua istanza di riconoscimento dello status di rifugiato. Sono passati altri mesi, tanta stanchezza e una buona dose di sconforto prima che l’amministrazione accogliesse le nostre istanze e la commissione disponesse finalmente l’audizione di Alì. Ci è sembrato che la ruota della fortuna, ma soprattutto quella della legalità, ricominciasse a girare.
Passano ancora mesi prima di conoscere la decisione. Finché finalmente Alì viene convocato in questura, cuore in gola, per conoscere l’esito dell’intervista. Alì ha ottenuto il riconoscimento del suo status di rifugiato. Me lo dice quasi piangendo al telefono e il nostro primo pensiero è per Carlo: chissà come sarebbe (è?) contento! Ora Alì è legale. Può smettere di scappare. Può finalmente avere e pensare a un futuro. Può sperare anche di avviare le pratiche di ricongiungimento con la mamma e i fratellini scampati miracolosamente alla furia dei talebani e fuggiti in Iran.
In fondo bastava così poco: bastava guardarlo e ascoltarlo, anziché rifiutarlo e respingerlo. Bastava garantire, anziché calpestare i suoi inviolabili diritti. Bastava rispettare la legge. E avremmo potuto evitare ad Alì anni di sofferenza, fughe e pericoli. Se almeno il nostro paese fosse capace di imparare dai propri errori, eviterebbe di compiere quotidianamente le stesse nefandezze che hanno umiliato Alì e che costano la vita a profughi invisibili costantemente respinti, nel silenzio e nell’indifferenza di molti, dai nostri porti.

Alì è fortunato. Degli altri ragazzi che hanno presentato ricorso alla Corte europea, diversi sono stati respinti nuovamente in Grecia e da lì in Afghanistan. Di molti altri, anche minori, ignoriamo la sorte. Perché questa storia abbia un lieto fine occorrerebbe un’immediata pronuncia favorevole della Corte europea – l’aspettiamo ormai da anni – che accolga il nostro ricorso e condanni definitivamente l’Italia e la Grecia per i respingimenti “informali” e illegali dei richiedenti asilo.
Perché l’Italia possa imparare dai propri errori e diventare davvero uno Stato di diritto e perché i profughi non debbano più pagare con la vita i nostri sbagli.

Alessandra Ballerini, avvocatessa civilista, è specializzata in diritti umani e immigrazione. È stata consulente della “Commissione diritti umani” del Senato per il monitoraggio dei centri di accoglienza e di detenzione per stranieri. Da sempre attiva sul campo in Italia e all’estero, collabora con Amnesty Interna-tional e Terre des Hommes, con l’ufficio immigrati della Cgil, la Caritas e la Comunità San Benedetto al Porto di Don Gallo. Si occupa di affidi di minori, di tutela di emarginati e di donne vittime di violenza; tema, quest’ultimo, che la vede impegnata presso il Centro Antiviolenza della Provincia di Genova. Suo il libro Il muro invisibile sulla legge Bossi-Fini (Fratelli Frilli, 2002).

 La vita ti sia lieve. Alessandra Ballerini. Melampo Editore

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