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Lo confesso subito a scanso di equivoci: lui è un caro amico, direi pure di lunga data, se si può considerare amicizia quella relazione nata a distanza tra persone che non si sono mai ancora incontrate ma in qualche misura si conoscono per le parole dette o scritte pubblicamente. 

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Non parlo solo di quel legame speciale che si crea tra lettore o spettatore (accanito e fedele) e autore, quella conoscenza indiretta, presunta dalle parole dette e scritte e quasi imparate a memoria, quella stima legata all'affetto nei confronti di chi ci offre momenti per riflettere, ci insinua dubbi ma anche ci conforta trovando per noi le parole esatte per esprimere stati d'animo o valutazioni che serbavamo inconsapevoli in qualche angolo della nostra coscienza incapaci di sentirle o tantomeno di comunicarle.

La mia amicizia per lui si è spinta oltre l'unilaterale apprendimento, ha goduto non solo della fortuna dello "sfioramento" distratto e repentino in suoi eventi pubblici ma pure, ed è qui che entra in scena la buona sorte, di incontri reali e diretti, fatti di presentazioni, sedie, caffè e amici comuni

.Dunque, dicevo, inutile nasconderlo: siamo diventati amici. E l'amicizia in questo caso non sottrae ma aggiunge rigore nella stima delle sue opere.


sentivo cosi forte il peso rigoroso dell'amicizia
che per la prima volta in vita mia non solo non mi sono mai distratta 


E cosi, quando, qualche mese fa per la prima volta ho avuto tra le mani il copione del suo nuovo lavoro teatrale, insieme alla gratitudine e alla fierezza di essere tra i suoi primi lettori, la lettura si accompagnava ad un'attenzione devota ma inflessibile.

Con questa stessa esigente severità un mese fa, non a caso il giorno del terzo anniversario del naufragio che il 3 ottobre 2013 vide annegare 368 persone a largo di Lampedusa, mi sono finalmente seduta ad assistere all'anteprima del suo spettacolo.

E sentivo cosi forte il peso rigoroso dell'amicizia che per la prima volta in vita mia non solo non mi sono mai distratta (neppure per controllare mail o messaggi sui cellulari) ma ho persino preso appunti!

Questa mia inflessibilità non mi ha ovviamente impedito di divertirmi ad ascoltare (meglio sarebbe dire: origliare), da infiltrata in una platea composta tutta da insegnanti, i primi commenti, a caldo, sulla rappresentazione appena messa in scena.

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"Funziona!" era l'esclamazione più gettonata dal pubblico del teatro dell'Archivolto e direi anche quella che meglio sintetizza il mio personale sentire.

"Funziona" perché è uno spettacolo che fa ridere e commuove, perché gode di una e più trame intrecciate cosi intriganti da vincere qualsiasi cedimento alla stanchezza e alla distrazione (anche per gli spettatori, come la sottoscritta, cronicamente sopraffatti dalla fatica e dai cali di attenzione).

Funziona soprattutto perchè si esce dalla sala avendo in qualche modo visitato realtà sconosciute o percepite solo superficialmente.

Funziona perchè si riconosce inconfondibile non solo la preparazione ma l'amore sia per le storie raccontate che per i ragazzi ai quali sono destinate. Vorrei raccontarvi del "quizzone" e della storia della jena e del leone o delle piccole siriane che vanno alla scuola privata inglese o dei giovani disertori eritrei, ma Giorgio Scaramuzzino, per quanto amico, non me lo perdonerebbe mai.


Voglio diventare un'accusa e assaporare
la mia eventuale indifferenza, accidia, incompetenza


"Senza sponda" è un'entusiasmante avventura che va vissuta di persona.

Alessandro Bergonzoni all'indomani di quel maledetto 3 ottobre scriveva: "Voglio diventare un barcone, vedere capire e sentire il peso di chi porto, poi imparare a non capovolgermi mai...

Voglio diventare un giornalista, un attore, uno scrittore, e piangere o pregare prima di parlare, informare o raccontare, senza sentirmi accusare di non saper fare il mio mestiere, di non saper contenere il dolore, di non essere composto davanti ai corpi in decomposizione.

Voglio diventare un'accusa e assaporare la mia eventuale indifferenza, accidia, incompetenza.

Voglio diventare un innocente e avere qualcos' altro da raccontare ai miei simili un po' meno innocenti. Voglio diventare una vergogna, provarmi, poi sentire cosa sentono quelli che mi provano o non riescono a provarmi...

Voglio diventare una parola e smettere di farmi solo pronunciare".

Scaramuzzino è diventato e ci consente di diventare quella parola.



articolo precedentemente pubblicato da Repubblica - Genova

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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