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Un SUV coi vetri oscurati che riflettono giardini curati e lussuose villette a schiera, percorre il quartiere residenziale chiamato “La Zona”, circondato da un muro sovrastato dal filo spinato, telecamere mobili a circuito chiuso monitorate dalla sicurezza 24h/24 e fili ad alta tensione, dove una farfalla al solo sfiorarli si disintegra.

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Tutto intorno, le sconfinate baraccopoli di Città del Messico. Una notte, un violento temporale fa cadere un cartellone pubblicitario sul filo ad alta tensione facendo saltare l’elettricità e aprendo così un varco verso l’interno de La Zona.

Tre adolescenti della baraccopoli tra cui il sedicenne Miguel ne approfittano e si addentrano nel quartiere per rubare, ma torna la corrente e qualcuno si accorge di loro. Alejandro, un ragazzo de La Zona giunge sul luogo del misfatto e si rende conto di quanto è appena accaduto. La sua vita cambierà per sempre, appena sedicenne dovrà confrontarsi col mondo degli adulti e prendere delle decisioni.

Questo è l’incipit de “La Zona” esordio nei lungometraggi dell’uruguayano Rodrigo Plà, opera pluripremiata e vincitrice tra gli altri del Leone del futuro alla Miglior Opera Prima e Miglior Film Latinoamericano al Festival del Cinema di Venezia 2007 e del Premio Internazionale della Critica al Festival di Toronto 2007.

Dopo il violento temporale, giunge sul posto anche la polizia, ma resta bloccata all’ingresso del quartiere perché priva di un mandato.

“La strada è di tutti” afferma il Commissario, “Non questa”, risponde uno dei rappresentanti de La Zona, i quali discutono su come procedere: dare la caccia all’uomo oppure lasciare che la polizia messicana svolga le sue indagini?

I condomini sono agitati, terrorizzati, perché improvvisamente si rendono conto che non è sufficiente avere le armi alzare un muro alla Trump per vivere in un mondo perfetto (La Zona ha tutto: scuola, ambulatorio e anche un proprio servizio di vigilanza), ma intanto devono decidere che cosa fare.

Questi quartieri sono zone franche o ghetti che trasmettono una sensazione di assedio, di chiusura fisica e sociale.

Sono quartieri che trovano le loro origini negli USA, e che si sono via via sviluppati anche nelle città metropolitane di altri Stati come il Messico.

A 18 km ad ovest di Città del Messico ad esempio, si trova “Interlomas”: quartiere residenziale simile a “La Zona” fondato nel 1995 e attualmente costituito da quasi 250.000 abitanti, tutti di origine europea (in Messico costituiscono circa il 16% della popolazione totale).

È un film duro, ma nello stesso tempo ben curato, tanto da consentire tanti livelli di lettura.

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Il regista ci parla di tante cose in quest’opera: la paura che porta all’esigenza di sicurezza che a sua volta legittima l’autodifesa, richiamandoci alla memoria l’opera di Hannah Arendt (1); il divario di classe e l’indifferenza di pochi verso i molti accentuata dalla ricerca dell’assoluto ed egoistico benessere.

Va ricordato peraltro che è emerso da una ricerca come la mafia rappresenti un caso particolare, e particolarmente distruttivo, di una vera e propria industria che produce, promuove e vende protezione al privato.(2)

Rodrigo Plà prende di petto il tema della crisi della risposta giudiziaria ai problemi di una società divisa, passando dalla scelta se farsi giustizia da soli al rapporto tra vittima e autore del reato, all’amicizia tra due adolescenti (Miguel e Alejandro).

Quest’ultima è la vera nota positiva del film, in cui un semplice gesto (regalo delle proprie scarpe) racchiude molti significati profondi.

Alcune scene sono di forte impatto e trasmettono una forte violenza psicologica, soprattutto quelle che ripercorrono le dinamiche relazionali tra i residenti, ma anche tra i rappresentanti del quartiere residenziale e la polizia, mostrando come la violenza generi inevitabilmente altra violenza.

Infatti le dinamiche relazionali insite in questa “isola felice” sono ben ricostruite. Il regista utilizza molto le immagini riprese dai monitor della security, per alimentare sia la tensione della narrazione sia la sensazione che si assista ad una “caccia al topo in trappola”, metafora dei nostri meccanismi sociali.

Riuscirà la Giustizia a fare il suo corso, attraverso le indagini delle forze dell’ordine e della magistratura, o prevarrà la giustizia fai da te degli uomini de La Zona per una caccia all’uomo, guidata dagli istinti primordiali di pura vendetta?


1 Arendt, A., “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, Milano, Feltrinelli, I ed. 1964
2 Gambetta, D., “La mafia siciliana: un’industria della protezione privata”, Torino, 1994

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen

L'autore.
Giurista, giudice onorario presso Tribunale per i minorenni di Milano.

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