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 “Dentro ogni uomo c’è un bambino morto.” Scriveva Curzio Malaparte.
Antonio Moresco, nel suo romanzo La lucina, ci fa incontrare un bambino suicidato, grazie alla mediazione dell’anonimo protagonista e voce narrante del racconto, il quale ci invita a seguirlo, e attraversare l’abisso che il nostro sguardo contempla ogni giorno. Dall’altra parte dell’abisso, nascosta da una vegetazione asfissiante nella sua perenne crescere e disfarsi, c’è qualcosa al cui richiamo non possiamo sottrarci.

20140218 Lucina


Il richiamo è una lucina che, puntualmente, si accende ogni sera. Le strette strade che conducono a quella lucina sono spaccate e invase dalla vegetazione, attraversano montagne e paesi abbandonati dagli uomini e dalle loro attività. Si attraversano poveri e sparuti paesi, con qualche vecchio rimasto ad abitarvi; alcuni stranieri, rigettati ai margini della società, sopravvivono coltivando la terra e allevando qualche bestia, uomini abbandonati in un mondo abbandonato che hanno la stessa consistenza della nostre illusioni, proprio loro ci danno le indicazioni per raggiungere il posto dove ogni sera si accende la lucina: raggiunto quel posto ci troviamo una casa lontana da tutto: dentro quella casa ci vive un bambino.

Un bambino piccolo, in calzoni corti, vive da solo in quella casa? Come fa? Non ce l’ha un babbo e una mamma? Come si chiama, ce l’ha un nome? Pian piano ci guadagniamo la sua fiducia e allora il bambino ci dice che vive da solo, è capace di lavarsi gli abiti, di cucinare. Non ce l’ha un babbo e una mamma e di conseguenza non conosce il suo nome. Non è capace di fare i compiti di scuola ma non vuole essere aiutato, “il maestro lo capisce se non li ho fatti da solo,” è disperato ma non possiamo aiutarlo. Possiamo tornare a trovarlo, fare la spesa e portargliela per cucinare e mangiare assieme, ma continuiamo a chiederci come fa a star lì tutto solo, senza un babbo e una mamma, senza un nome. Sempre Curzio Malaparte scriveva, “non abbiamo figli, ma pensiamo ai nostri figli.”

Ci chiediamo che scuola frequenta questo bambino, lui ci dice la scuola del paese più vicino, ma la frequenta la sera e non di giorno, di giorno a scuola ci vanno gli altri bambini, “i bambini vivi.”

Siete mai ritornati, da adulti, nella vostra vecchia scuola elementare? Io ancora no. Forse dovremmo fare come l’io de “La lucina”, presentarci al calar della sera, dopo che sono cessate tutte le attività quotidiane, e aspettare che siano terminati anche i corsi serali, quelli frequentati dai bambini morti, senza farsi vedere osservarli uno a uno mentre escono da scuola, l’ultimo a uscire il bambino suicidato, solo allora, se il bidello non ha ancora chiuso il portone, potremmo chiedere il permesso di entrare.

Il bidello ci fa da guida attraverso le aule vuote e buie, ci dice che il maestro è già andato via, non l’abbiamo visto perché non esce dalla porta principale, come i bambini. Poi ci racconta di quel bambino, non capiamo il perché ma ne parla al passato, “era così bambino che non sembrava neanche un bambino,” ci dice che non imparava niente, che non sapeva fare niente, “non era bravo a scuola. Prendeva dei brutti voti. Il maestro certe volte gli tirava in faccia i quaderni, lo metteva dietro la lavagna…” e allora ci prende una grande tristezza, e insieme una paura così vivida che ci sembra non averla mai provata prima. Perché abbiamo così tanta paura di noi-bambini?

 

L'autore.
Scrittore, padre di tre figlie. Scrive sul portale di letteratura Primo Amore. A gennaio 2013 uscirà il suo primo romanzo.