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Emma e Anaïs sono due adolescenti amiche per la pelle, di carattere opposto (l’una introversa e l’altra estroversa) e di diversa estrazione sociale (l’una di famiglia borghese e l’altra di famiglia operaia). La pellicola le segue da vicino dai 13 ai 18 anni (dal 2012 al 2017), mostrando in modo diretto e senza veli la loro quotidianità, scandita da continue e radicali trasformazioni fisiche, emotivi e mentali, liti e riappacificazioni, conflitti coi genitori, primi amori e dolori.

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Le protagoniste crescono come vite parallele, che continuano ad incrociarsi, scontrarsi e scambiarsi confidenze e opinioni, seguite per cinque anni, 24 giorni all’anno, con un girato di 500 ore. Emma, dedita prima al canto per volere della madre, che ha sempre scelto tutto per lei, e poi alla recitazione, mentre Anaïs dedita alle prime esperienze amorose, con tutto il trasporto e le delusioni che spesso le accompagnano e poi alle esperienze di stage in una scuola materna e in un centro anziani.

Il regista francese Sébastien Lifshitz è conosciuto per i suoi precedenti lavori, tra cui “Presque rien” (Quasi niente, 2000), “Plein sud” (Andando a sud, 2009), presentato al Festival di Berlino nel 2010, e “Les invisibles” (gli invisibili, 2012), che ottiene il César come miglior documentario nel 2013.

L’ultimo suo lungometraggio è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Sémaine de la critique del Locarno Film Festival 2019, dove ha vinto il Premio Zonta, e racconta uno spaccato di vita personale, familiare e sociale, toccato dagli eventi dell’epoca, dagli atti terroristici alla redazione di Charlie Hebdo e al Bataclan, fino all’elezione di Emmanuel Macron.

Il regista ha cercato di mostrare ciò che le protagoniste avevano compreso del mondo in generale, come la politica, pur nella consapevolezza che le loro vite quotidiane e le loro occupazioni erano molto al di fuori di queste considerazioni. Dall’opera scaturisce una gioventù in generale molto protetta, i cui genitori hanno paura e i mass media contribuiscono ad alimentare la loro preoccupazione.

Per il regista, gli adolescenti di oggi non sono preparati a comprendere tale violenza e questo provoca certamente una forte ansia per il futuro, come se non avessero diritto al coraggio.

Il regista, in un’intervista sul film, racconta: “Dopo l'avventura de “Les invisibles”, ho sentito il bisogno di fare qualcosa di diverso; un film non più corale ma incentrato sulla stessa persona e che mi avrebbe coinvolto per diversi anni. Riprendere il passare del tempo e le trasformazioni che porta alla vita di un individuo.

Come per molti cineasti, l'adolescenza è un periodo della vita che mi ha sempre affascinato. Basta vedere “Presque rien” o “Les corps ouverts” in cui ho focalizzato la mia attenzione su due ragazzi fragili, presi tra l'infanzia e il mondo degli adulti.

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L'adolescenza è l'età del cambiamento; in un certo senso, si assiste alla muta di un essere all'uscita della sua crisalide. Essere testimone di questo per diversi anni mi ha emozionato molto. E poi, speravo anche, girando per un periodo così lungo, che avrei assistito agli shock e alle trasformazioni della società francese che avrebbero segnato questa nuova generazione… prima di tutto è stato necessario trovare la città ideale in cui girare.

Non volevo andare in periferia, territorio troppo ripreso dalla televisione per incarnare l'adolescenza. Stavo cercando una città media, non troppo socialmente contrassegnata, una sorta di luogo neutrale. La mia scelta è andata rapidamente a Brive-la-Gaillarde, una città di 50.000 abitanti nel sud ovest della Francia che attira a sé i bambini di tutta l'area circostante, una città di adolescenti in qualche modo grazie alle sue infrastrutture scolastiche…

È stata un'esperienza nuova per me, molto forte, perché per più di cinque anni ho filmato costantemente, senza mai fermarmi. Abbiamo girato una volta al mese. Ho avuto accesso a tutto: scuola, lezioni, vita familiare, fidanzate e fidanzati. Dopo cinque anni sono state girate 500 ore. Ovviamente la scrittura del film, la sua messa in scena, si è evoluta in un periodo simile.

All'inizio eravamo terrorizzati a muovere la telecamera in qualsiasi situazione. Volevamo essere il più discreti possibile. Ci siamo tenuti a distanza, spesso in piano sequenza. Non ci conoscevamo ancora bene. E poi, col tempo, si è risolta una complicità. Le ragazze si sono abituate rapidamente alla videocamera. Ci siamo lasciati andare e abbiamo iniziato a muoverci durante le diverse situazioni che stavamo filmando.

Volevamo essere più vicini a loro. Le lunghezze focali sono state quindi allungate e questa vicinanza alla videocamera invece di infastidirle, le ha divertite. È incredibile vedere come Emma e Anaïs abbiano integrato così rapidamente i vincoli insiti in un simile servizio. A volte, abbiamo davvero sentito che ci avevano completamente dimenticato e, al contrario, che avevano approfittato della videocamera per usarci come testimoni.

Non è la prima volta che un cineasta si cimenta in un’opera che comporta la ripresa dei personaggi per diversi anni. Infatti il regista americano Richard Linklater in “Boyhood”(2014), ha ripreso 12 anni di vita di Mason (Ellar Coltrane) e della sorella Samantha (Lorelei Linklater), condensati in meno di tre ore.

Anche in questo caso, i tempi cinematografici lasciano il campo ai tempi della vita reale, pur in assenza delle contaminazioni degli eventi politico-sociali sui protagonisti, contrariamente a quanto accade nell’opera di Liftshitz.

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen

L'autore.
Giurista, giudice onorario presso Tribunale per i minorenni di Milano.

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