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20131018 Mastronardi

A cinquant’anni anni dalla pubblicazione de "Il maestro di Vigevano", esce per i tipi di Ediesse una bellissima biografia scritta da Riccardo De Gennaro che colma un vuoto e rende giustizia a un nostro grande narratore: Lucio Mastronardi.

De Gennaro ci dà il ritratto appassionato di uno scrittore che con i suoi libri, in particolare con i romanzi della cosiddetta trilogia di Vigevano, ha raccontato gli anni del boom economico, libri che oggi tornano essenziali per poter meglio analizzare il momento attuale. Il boom economico Mastronardi lo ha raccontato nei suoi aspetti più perversi e disumanizzanti, entrando con tutto sé stesso nell’occhio del ciclone di una provincia industriale e industriosa dove l’operosità e la voglia di emergere, di per sé legittime, producono però, quando l’unico loro scopo è l’arricchimento fine a sé stesso (i dané per i dané), effetti mostruosi sui luoghi e sulle persone.

“Prima di sposarti le mie amiche mi dicevano: la Ada sposa un maestro!, con aria invidiosa. Ora dicono: povera Ada. Ha sposato un maestro.” 

Di questa corsa al benessere, ci racconta De Gennaro, Mastronardi non è stato né partecipe né beneficiario ma l'ha subita, osservata e raccontata. Subita, poiché relegato ai margini del benessere sia per indole che in quanto maestro di scuola, lavoro vissuto come un obbligo, al limite come una mera necessità economica e quindi vivendo malissimo il mondo della scuola e degli insegnanti che il nuovo corso economico rende agli occhi di Mastronardi ancor più misero e chiuso nelle sue vuote velleità. Riguardo a ciò è esemplare in tutta la sua spietatezza la frase che troviamo quasi all'inizio de "Il maestro di Vigevano": “Prima di sposarti le mie amiche mi dicevano: la Ada sposa un maestro!, con aria invidiosa. Ora dicono: povera Ada. Ha sposato un maestro.”

in questo mondo, dove chi non fa scarpe non è nessuno, uno come Mastronardi, che racconta  questa corsa dietro al lavoro come di una follia, innescata dai ritmi frenetici dettati dal mercato, finirà per pagarne il prezzo in termini di emarginazione da parte della sua comunità, che considererà lui l’anormale, lui il pazzo.

Una frase che è un colpo di lama che taglia netto dentro la storia e la società di allora, segnando uno spartiacque che in un istante ci dà il senso del cambiamento in atto coi suoi effetti irreversibili a livello sociale e individuale. Lucio Mastronardi è il narratore attento e sofferto di tutto ciò; Vigevano il suo punto di osservazione privilegiato, per usare un'espressione guareschiana, 20131014 MastronardiVigevano è il mondo-piccolo in cui Mastronardi osserva e descrive un cambiamento che riguarda tutta una nazione. E per Mastronardi Vigevano è tutto, è il mondo sia fuori che dentro di sé, da cui non riuscirà mai a staccarsi e ad affrancarsi, nemmeno dopo il successo letterario, ma che riesce a rendere sulla pagina come nessun altro, con la sua scrittura che è essa stessa un taglia e cuci e un giuntare senza pause, frenetico, asfissiante, come nella case della Vigevano degli anni sessanta dove fioriscono laboratori nei sottotetti, nei garage, nelle stesse cucine, dove si mangia e si sparecchia in fretta la tavola per far posto al lavoro che, in quelle case e in quegli anni, coincide con la vita, è la vita. Come leggiamo ne "Il calzolaio di Vigevano": “Così si mise sotto a lavorare. Di giorno la fabbrica, la sera per suo conto a casa. Per mille e una notte non ebbe requie. E domeniche e Natali e Ascensioni e Corpus Domini e Sacramenti vari, da mattina subito subito, fino a quasi mattina, a battere sul treppiede a tagliare pellame corame fodere, a cucire e stringare. Non faceva tempo a scatolarle che gli piombavano i negozianti e gliene pagavano quel che lui metteva, sulle unghie.” Non manca qui De Gennaro  di farci notare come in questo mondo, dove chi non fa scarpe non è nessuno, uno come Mastronardi, che racconta  questa corsa dietro al lavoro come di una follia, innescata dai ritmi frenetici dettati dal mercato, finirà per pagarne il prezzo in termini di emarginazione da parte della sua comunità, che considererà lui l’anormale, lui il pazzo. Una situazione che graverà sull'uomo e sullo scrittore: sull'uomo, già di per sé fragile e con una precaria salute mentale, in termini di crisi depressive e ripetuti ricoveri, per concludersi col suicidio; sullo scrittore, etichettato come autore naif e irregolare, sempre un po' dentro e un po' fuori alle patrie lettere, lui stesso faticherà sempre a considerarsi uno scrittore vero e proprio e non farà mai il salto  nella professione letteraria.

 

Una nota a parte meritano i capitoli in corsivo che De Gennaro alterna ai capitoli sulla vita di Mastronardi, dove racconta la genesi del libro, il suo incontro con questo scrittore dimenticato, la voglia di scrivere su di lui per rendergli la giusta collocazione, ma anche i continui ripensamenti e gli anni trascorsi prima che questo lavoro venisse intrapreso in modo convinto, quando si interrogava sul perché occuparsi proprio di Mastronardi, un dimenticato, un irregolare, un suicida, fino a rispecchiarsi in questo autore e quindi a scavare dentro la propria di vita, lui che pensava di dover scavare esclusivamente nella vita di un altro, ma è grazie a questo che trova lo slancio per uscire dalla retorica a cui era stato consegnato Mastronardi, la retorica della solitudine, dell’autore pazzoide e malato, il suicida (o il suicidato, di/da Vigevano) che certo sono caratteristiche di Mastronardi ma che ne costituiscono pure i limiti, soprattutto se si continua a parlare solo di questi, come si fa con un autore che non ci ha dato quello che ci si aspettava da lui, come se questi limiti gli avessero impedito di scrivere quel capolavoro che è la trilogia di Vigevano. E così De Gennaro, specchiandosi in Mastronardi, trova motivi di affinità e umana simpatia verso questo scrittore, anche verso i suoi eccessi, come gli scatti d’ira che gli costarono un periodo di soggiorno in carcere. “Chi decide di scrivere un libro sulla vita di qualcuno, lo fa anche per ragioni di affinità, perché giustifica difetti ed errori di quel qualcuno, perlomeno nella misura in cui ne apprezza virtù e successi. Io so che cosa spingeva Lucio a quegli scatti d’ira cieca di cui parlano gli amici. Era come un senso di soffocamento, un modo per darsi una momentanea libertà, una fuga dalla prigione della convenzione sociale.”  Ma allo stesso tempo De Gennaro si rende conto che il vero motivo per cui vuol raccontarne la vita è il motivo per cui si deve scrivere di uno scrittore: perchè ci ha dato dei gran libri e, nel caso specifico di Mastronardi, la possibilità, attraverso di essi, di rileggere a ritroso la nostra storia più vicina per poter guardare senza sconti al presente.

Riccardo De Gennaro, La rivolta impossibile. Vita di Lucio Mastronardi, Ediesse.

 

L'autore.
Scrittore, padre di tre figlie. Scrive sul portale di letteratura Primo Amore. A gennaio 2013 uscirà il suo primo romanzo.

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