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Ci sono cose che mi disturbano. Questa volta non parlo di fatti clamorosi – non ne mancherebbero – ma mi concentro su alcune forme di malcostume quotidiano. Ognuno di noi avrà una propria lista, io sto precisando la mia.

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Quando si condensano in pochi giorni è come dibattersi in un nugolo di zanzare e non bastano i richiami alla saggezza – lasciali perdere, tira dritto, non dare spago a certa gente – perché i morsi condizionano, fanno perdere la pazienza, tocca smettere occupazioni interessanti per grattarsi fino al sangue.

Dalla mia lista scelgo quattro elementi, chi vorrà potrà aggiungere i propri. A chi come me è allergico tolgono ossigeno, fanno sentire impotenti e derubati di una cosa che forse è un diritto, quello di procedere sereni e fiduciosi. Per molti sono sport praticati, altri – che reagiscono diversamente alle punture d’insetto – oppongono una sorta di scandalo compiaciuto e, non so, in un certo senso mi danno fastidio anche loro, è tutto un montare di bla-bla inutile che incoraggia le zanzare e le premia invece di accendere uno zampirone.

La prima fonte di disturbo a cui penso è il normale, quotidiano esercizio dell’incompetenza tra chi occupa posizioni istituzionali. Il diritto di esprimersi è sacrosanto, ma non c’è un qualche contrappeso di doveri? Ad esempio il dovere di informarsi e conoscere quanto è nella propria competenza prima di chiederne conto ad altri in modo confuso, raffazzonato, prepotente. O prima di lanciare proposte negate in radice dalla legge. Quella cosa per cui se occupi una certa posizione devi conoscerne le basi, gli strumenti, ciò che ti si addice, prima di pretendere o inondare altri per chiedere quanto dovresti sapere già, o lanciare grandi idee inattuabili e prendertela con queste stupide regole costituzionali.

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Il secondo è la sottrazione alla responsabilità. Ci sono vite che dipendono da un sì o da un no, da un si può fare o un non si può fare, ne va del futuro di un bambino, del soccorso di una nave carica di migranti, della sicurezza di una donna. Poche parole performative non vengono pronunciate perché chi dovrebbe e potrebbe farlo temporeggia, non è tenuto, ha altre priorità nella misura in cui, nelle attuali condizioni, ammesso e non concesso, il problema è un altro.

Il terzo è la diffamazione sottile che può svolgersi nel discorso pubblico e privato senza consistenza, lanciando il like nazista e ritirando la mano oppure gonfiando aloni di sospetto in modo abile, tanto abile da non poter essere neppure denunciato – per quanto possa valere una denuncia – e intanto sporca, accantona, infetta, e non si è più gli stessi.

Il quarto di oggi è la violenza del linguaggio e qui penso in particolare alle donne come bersaglio, e non m’importa niente di scrivere dappertutto a/o/e/i. Se ne può fare a meno tranquillamente per quel che mi riguarda, trattarci da esseri umani punto e basta. M’indigna di più che, come ho visto anche negli ultimi giorni in ambienti istituzionali vicini e lontani da me, e nei social continuamente, l’offesa alla donna ricada sempre e soltanto sulla sua condotta sessuale agita o vagheggiata, come se un essere umano si riassumesse in un solo organo del corpo. Non capisco proprio chi vi dà il diritto di credere una cosa del genere, allora cosa dovremmo dire noi donne? Teste di cazzo.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è docente a contratto all’Università di Parma sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti e svolge attività di formazione, ricerca, supervisione e sensibilizzazione su bullismo, violenza di genere e assistita, diritti delle persone minorenni. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Ha diretto la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati (2014-2021) e l’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara (2013-2020). Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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