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È uscita in questi giorni la “Seconda Indagine Nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia” curata, come la precedente, dalle associazioni Cismai e Terres des Hommes, con la collaborazione dell’Istat, per l’Autorità Garante dell’Infanzia e Adolescenza.

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Per fortuna è uscita, era attesa da un po’. La precedente, pubblicata nel 2015, era su dati 2013. Questa seconda edizione ha preso a campione 196 Comuni italiani (2,1 milioni di minorenni residenti), un campione statisticamente significativo a livello nazionale, e fotografa la realtà alla fine del 2018. Si ferma abbondantemente prima della pandemia – che avrà forse inciso sui tempi di pubblicazione, insieme all’avvicendamento tra due Garanti – ed è probabile che i mutamenti in atto a ogni livello pesino anche sulla condizione dell’infanzia, per cui c’è già da sperare in una terza rilevazione.

Sfogliando il rapporto, pubblicato sui siti di Cismai e Terres des Hommes, la prima riflessione riguarda l’indagine in sé. Sarebbe tempo che il monitoraggio avvenisse sistematicamente, se possibile annualmente, per volontà di chi ci governa. L’intera regia della prevenzione e contrasto della violenza sui bambini dovrebbe essere affrontata in modo sistemico, ragionato e coordinato, così come la presa in carico delle piccole vittime e il supporto alle figure di protezione, tenendo conto della realtà. Il primo passo è proprio conoscere come stanno le cose.

In Italia i bambini presi in carico dai servizi sociali sono 401.776, di cui 77.493 in quanto maltrattati. Per fare una proporzione, i minorenni che subiscono violenza sono 9 ogni 1.000 residenti, e rappresentano un quinto di quelli presi in carico dal Servizio Sociale – il quale 4 volte su 5 interviene con aiuti economici e educativi in famiglie dove le difficoltà ci sono ma le violenze no.

Le forme di maltrattamento più diffuse sono le patologie delle cure (40,7%), di cui la più comune è la trascuratezza, e la violenza assistita (32,4), ovvero l’essere testimoni di violenza intrafamiliare; seguono il maltrattamento psicologico (14,1%), fisico (9,6%) e sessuale (3.5%). Ma i guai non vengono quasi mai soli. Per 4 minorenni su 10 si parla di maltrattamenti multipli, ad es. vedono la mamma picchiata dal padre e sono picchiati anch’essi, oppure vivono in condizioni di trascuratezza e prendono le botte, o sono abusati.

Nel 90% dei casi tutto questo avviene in “famiglia”, scritta con le virgolette per intendere l’ambito anche allargato delle relazioni affettive di un bambino (genitori, parenti stretti, amici dei genitori, ecc.): i mostri non abitano molto lontano – ma per dire meglio, i mostri non esistono.

Qualche campanello d’allarme ancora. Il primo riguarda l’età della presa in carico, prevalentemente dai 6 anni in su. L’età della scuola, potremmo dire, l’età in cui i bambini e le bambine iniziano ad avere relazioni significative e a incontrare adulti ulteriori ai familiari. Bene, segno che la rete, quando c’è, funziona. Ma è improbabile che i maltrattamenti inizino dopo i 6 anni; è maggiormente plausibile che tanti subiscano violenza – direttamente o indirettamente – per anni prima di essere aiutati. Sarà anche per questo, forse, che il 65% degli interventi va avanti da più di due anni. Fossimo allenati a riconoscere e a intervenire precocemente, i bambini subirebbero meno violenza e gli aiuti sarebbero più efficaci.

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Tra i bambini maltrattati, il 35% è stato allontanato (non è detto se da entrambi i genitori o da uno soltanto, nei casi in cui un genitore sia maltrattante e l’altro no), il 65% insieme ai familiari ha ricevuto sostegni economici, educativi e psicologici per stabilire un diverso equilibrio senza spezzare il nucleo. È bene ricordarselo, quando erroneamente si identifica l’intervento di assistenti sociali e i giudici minorili con l’allontanamento.

Terzo punto: il 42,6% dei bambini in carico ai Servizi Sociali perché maltrattati sono stati segnalati agli operatori da un tribunale. È una percentuale troppo alta, che dice poco – l’Autorità Giudiziaria a propria volta lo avrà saputo da altri, forse un familiare, un dirigente scolastico che ha segnalato direttamente in Procura senza passare per i servizi territoriali… – ma non è “normale” che i Servizi Sociali siano coinvolti dai giudici, dovrebbe essere vero il contrario.

Ancora. Con una stima sui minorenni residenti, quelli maltrattati sono 11 su 1000 al Nord, 9 su 1000 al Centro e 5 su 1000 al Sud. Poiché è improbabile che le famiglie maltrattanti abbiano questa distribuzione sul territorio italiano, c’è da credere che la differenza tra Nord e Sud stia nella capacità di intervento, vale a dire nell’organizzazione dei servizi e nella presenza di operatori.

È ancora una questione di opportunità quella che si solleva quando leggiamo che il maltrattamento per i ragazzi e le ragazze stranieri è triplo che per i coetanei italiani. Ci sono radici culturali da conservare e condividere e altre da mettere in discussione, con la delicatezza ma anche la fermezza che occorre affinché non si pensi mai che un bambino è “giustamente” vittima di violenza.

In ultimo. Sul totale dei Comuni, 117 avevano partecipato anche alla rilevazione del 2013 (indagine 2015) e i bambini in carico per maltrattamenti sono aumentati del 14,8% in cinque anni.

Il rapporto si può leggere anche qui

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è docente a contratto all’Università di Parma sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti e svolge attività di formazione, ricerca, supervisione e sensibilizzazione su bullismo, violenza di genere e assistita, diritti delle persone minorenni. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Ha diretto la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati (2014-2021) e l’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara (2013-2020). Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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