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Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. La popolazione stimata è di circa dieci milioni di abitanti, ma in realtà è molto di più in seguito al sorgere di nuovi quartieri nella periferia della metropoli, di cui non si riesce a stimare e controllare la crescita.

Ma chi non riesce ad essere sotto nessuna sorta di controllo è il fenomeno dei “bambini di strada” e delle famiglie che si costituiscono in strada, che si stimano essere circa 7000.

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La credenza popolare che sta alla base di questo fenomeno è quella della “sorcellerie” (stregoneria), che implica che se un membro della famiglia è colpito da qualche disagio, come l’aids o non riesce a trovare lavoro, colpevolizza uno dei figli, che diventa il capro espiatorio, per far fronte a questa situazione. La poligamia e la disregolazione sessuale amplificano questo fenomeno: una donna si trova ad avere troppi figli o i nuovi compagni non accettano i bambini delle precedenti unioni, la sola soluzione è dunque metterli alla porta. Le ragazze che vivono in strada si prostituiscono, spesso restano incinte, partoriscono per strada e crescono i loro figli in strada, drogandoli la notte per avere il tempo di andare comunque a “lavorare”.

È così che si costituiscono nuove “famiglie”, vere o putative, intorno ai mercati o altri punti strategici della città.

Tutto questo contrasta in modo evidente e irrefrenabile con una città colpita dall’urbanizzazione, dalla globalizzazione, dal progresso. Ma il caos regna sovrano, a qualsiasi livello.

Ho conosciuto questa realtà tramite l’Associazione “L’Avete fatto a me”, che è stata interpellata per fare uno studio di fattibilità per un progetto di accoglienza e reinserimento familiare di questi bambini. A far fronte a questa amara vita di strada, infatti, sono presenti, in modo ufficiale e in rete tra loro, circa 200 associazioni, che hanno come mandato quello di individuare, contattare, conoscere e inserire in un programma specifico i bambini di strada. A questi viene chiesto di aderire ad un progetto di crescita personale, che inizia con un inserimento comunitario e scolastico per poi arrivare a contattare i loro parenti e fare un graduale reinserimento familiare.

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Molti ce la fanno, molti sono bersagliati dalla frustrazione dei “no”, alcuni scappano, alcuni vengono presi dagli organismi e “venduti” come adozioni internazionali.

Quello che colpisce è che la credenza popolare è così forte che a volte supera anche la professionalità degli educatori: “andiamo nelle loro case una due dieci volte…capita che non vogliono neanche guardare i loro figli negli occhi…tu ci provi a sensibilizzarli, a spiegare che non sono stregoni, che ci dormiamo insieme da un anno magari…ma i loro rifiuti sono talmente forti che a volte pensiamo davvero che possano essere stregoni…e ci troviamo anche noi a guardarli con occhi diversi…”.

Se è vero che la cultura è linfa, genera e distrugge quello che noi siamo e possiamo essere, come far fronte a queste situazioni? Come fare un intervento che in teoria va così contro un loro ideale, che nel tempo sembra essere diventato una scusa, ma che al tempo stesso permea il loro retroterra quotidiano?

Come non capire quanto possa essere difficile adattarsi a situazioni sociali completamente diverse, o in continuo conflitto e contraddizione tra loro.

Non posso non chiedermi cosa succede a chi non ce la fa, ma soprattutto a chi dopo essere stato reinserito viene ribersagliato per un nuovo problema familiare e/o sociale.

A Kinshasa si dice che sono bambini colpiti dalla “sorcellerie”, in Europa diremmo che sono bambini colpiti dal rifiuto e dall’abbandono, che sono costretti a fare i clochard e a vivere di espedienti.

Alcuni di questi “bambini” poi li troviamo a Milano nei nostri servizi: come non capire quanto siano cresciuti velocemente e con idee distorte in testa. Come non capire quanto si possa stare male. Come non capire quanto possa essere difficile adattarsi a situazioni sociali completamente diverse, o in continuo conflitto e contraddizione tra loro.

Ma l’empatia non basta. Le domande restano aperte, bisogna continuare a tenere orecchie e occhi aperti per osservare e capire quali strumenti usare, ma soprattutto cosa fare per superare quelle barriere, concettuali e non, che fanno da scudo, in modi diversi, a tutti noi.

 

L'autore.
Chiara Dragoni, laureata in Psicologia Clinica, è Psicoterapeuta transculturale.