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Sembrava conclusa la vicenda dei bambini congolesi bloccati da mesi nel loro paese per i sospetti di procedure irregolari nell’iter adottivo. Possiamo solo provare a immaginare la sofferenza delle coppie coinvolte e dei piccoli innocenti sballottati e maltrattati a causa di nullaosta e non chiarezze burocratiche.

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Ultimamente, ho incontrato una giovane coppia di medici milanesi: hanno adottato loro figlia da quasi cinque anni, hanno attraversato tante difficoltà, ma tra gioie e dolori si sentono felici e appagati. Così hanno deciso di allargare la loro famiglia, ma la possibilità è stata loro negata dallo stesso Ente che li aveva formati e aiutati la prima volta.

 

Ma poco dopo ancora un’altra ondata di adozioni bloccate, indagini nazionali e internazionali, e soprattutto silenzi e informazioni distorte, che impediscono a queste famiglie di formarsi ma che mettono anche in pericolo la vita stessa di questi orfani che, sballottati qui e là, muoiono di malnutrizione abbandonati a se stessi (http://petizionepubblica.it/?pi=P2015N47378).

Ma questa vicenda di cronaca mi fa riflettere su quello che accade in generale nel mondo delle adozioni. Tante procedure, tante attese, tante illusioni, tante speranze e poi un grande punto interrogativo. Ma anche le parole di alcuni educatori congolesi che si occupano di orfani: “Qui si vendono i bambini…basta che hai i soldi…la burocrazia si supera in fretta…”.

Quello che constato nella mia piccola esperienza clinica è che la maggior parte delle adozioni finiscono male. Ho visto tanti ragazzi, dopo pene, attese e aspettative, riuscire ad essere adottati, ma poi ci sono abusi, maltrattamenti, sofferenze psicologiche nella nuova famiglia che li portano in un nuovo turbinio burocratico. Qual è il motivo? A volte ho pensato che le selezioni fossero fatte male, altre che i soldi avessero giocato un ruolo fondamentale.

E allora come si combinano questi due fattori quando le persone che hanno i soldi fanno in fretta ad ottenere ciò che vogliono, ma poi non sono pronte a sostenere il carico emotivo di un’adozione, in cui giocano fattori affettivi, linguistici, culturali e i silenzi dei vissuti più profondi dei bambini stessi, ma questi nuovi genitori si sentono comunque realizzati perché ottengono la sognata “famiglia da mulino bianco”. E cosa succede quando coppie fanno percorsi duri, si mettono alla prova, mettono in gioco la loro unione pur di aiutare un bambino e sentirsi davvero Famiglia, ma poi per esempio viene negata loro la possibilità di adottare una seconda volta?

Ultimamente, ho incontrato una giovane coppia di medici milanesi: hanno adottato loro figlia da quasi cinque anni, hanno attraversato tante difficoltà, ma tra gioie e dolori si sentono felici e appagati. Così hanno deciso di allargare la loro famiglia, ma la possibilità è stata loro negata dallo stesso Ente che li aveva formati e aiutati la prima volta.

Qual è la motivazione? È vero che il Tribunale dei Minorenni concede raramente le seconde adozioni, è vero che dare un secondo fratello o sorella adottivo/a è di natura molto complessa per la prima, è vero che i problemi sono tanti. Ma chi decide chi li può affrontare o meno? In questa triste storia sembra che vengano considerati solo gli anelli deboli di questo percorso, e non le risorse e le soluzioni messe in campo che hanno dato una possibilità nuova e reale a questa bambina, cresciuta nei primi anni di vita in un orfanotrofio russo. Una volta attestate positivamente le competenze genitoriali cosa impedisce di poter continuare a essere quei genitori addirittura attestati da un patentino? Sicuramente c’è della burocrazia da affrontare ma in questo caso sembra una lungaggine e una scusa che porta a dire che avere un secondo figlio è un’impresa troppo ardua. Nessuno mette in dubbio le accortezze che andrebbero comunque prese, ma non bisogna neanche vederla come una missione impossibile.

E perché ancora si continuano a dare in adozione figli a genitori che si rivelano inidonei?

Sono confusa: da un lato sembra esserci una compra-vendita basata unicamente sui soldi, dall’altro lato delle procedure burocratiche che ti mettono alla prova come essere umano.

È vero, le mie domande sono retoriche, è difficile dare una risposta quando si tratta di “giusto o sbagliato”, ma credo che sia importante riflettere su questi temi e trovare delle soluzioni quanto più adeguate possibile. Dopotutto, si parla di piccoli esseri umani che abbiamo il compito di “attrezzare” al meglio per affrontare la vita e il loro percorso di crescita, non per creare loro ulteriori traumi, reali o esageratamente presunti tali.

L'autore.
Chiara Dragoni, laureata in Psicologia Clinica, è Psicoterapeuta transculturale.