Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti. Per proseguire devi accettare la nostra policy cliccando su “Sì, accetto”.

Info: info@ubiminor.org  |  Segnalazioni: notizie@ubiminor.org  |  Proposte: redazione@ubiminor.org

 facebook iconinstagram iconyoutube icon

  A.I.M.M.F.
Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia Aderente alla  "Association Internationale des Magistrats de la Jeunesse et de la Famille" www.minoriefamiglia.org

Facendo seguito al proprio accorato APPELLO alla RESPONSABILITA’  diramato lo scorso 2 maggio, ai numerosissimi documenti e contributi licenziati sin dalla pubblicazione dei lavori della Commissione Luiso e fatti pervenire al Ministero di Giustizia e alle Camere , alla dichiarazione resa dalla Ministra il 20 ottobre 2021 di fronte a tutti i capi degli uffici minorili italiani circa le gravi criticità contenute nel testo della legge delega sulla riforma del processo civile, nonostante ciò approvata dal Parlamento il 26 novembre 2021, preso atto del contenuto dei decreti attuativi predisposti dalla Commissione Ministeriale all’uopo istituita e dei pareri favorevoli nei giorni scorsi espressi dalle Commissioni Giustizia di  Senato e Camera, quanto alla istituzione del   “Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie”, 

RILEVA

come il deliberato snaturamento dell’attuale  sistema della Giustizia Minorile, in nome di ragioni che nulla hanno a che vedere con la tutela effettiva dei soggetti più deboli,  e l’istituzione di  un organismo, dal nome evocativo, ma  del tutto irrealizzabile nella sua concretezza senza un intervento imponente quanto alla destinazione di risorse umane e materiali, porterà a risultati radicalmente contrari a quanto auspicato, sin dalla imminente entrata in vigore delle norme sul rito prevista per il  giugno 2023.

SOTTOLINEA

come la ricognizione dei carichi di lavoro dei principali uffici minorili italiani, compiuta da AIMMF anche grazie al prezioso contributo dei Capi degli uffici medesimi, e portata tempestivamente all’attenzione del legislatore, peraltro del tutto ignorata, abbia esplicitato la ingestibilità della applicazione delle nuove norme processuali. E’ di tutta evidenza infatti che  la prevista radicale emarginazione dalle istruttorie  dei giudici onorari, grazie ai quali la gran parte dei Tribunali per i Minorenni più oberati  riesce a garantire un funzionamento qualitativamente e quantitativamente adeguato, porterà  all’impossibilità di garantire solleciti interventi in situazioni prevalentemente emergenziali e  a gravi  ritardi nella trattazione delle procedure, alla luce delle attuali modestissime piante organiche degli uffici giudiziari minorili che non verranno implementate.                                            

DENUNZIA

che  nell’imminenza della entrata in vigore delle norme processuali, e in ogni caso  della riforma ordinamentale,  la perdurante assenza del processo telematico e l’assenza di un sistema informatico adeguato e dialogante con gli altri sistemi del mondo giustizia, nel silenzio sul punto degli organismi preposti alla digitalizzazione nonostante gli impegni assunti con l’Europa e le costanti e preoccupate sollecitazioni di AIMMF e di tutti gli uffici,  renderanno  la riforma del tutto inattuabile e ingestibile, anche alla luce delle notevoli e mai risolte carenze del personale amministrativo che continuano a caratterizzare il comparto minorile.

RILEVA

come nella fase antecedente siamo stati da più parti rassicurati sulla possibile introduzione di correttivi in  sede di predisposizione dei decreti attuativi, ma risulti ora evidente  che il testo dei suddetti decreti non si sia discostato affatto dall’ impianto originario,  come la propaganda mediatica circa la bontà della riforma non si sia basata su una seria riflessione, né risulti alcuno studio di fattibilità sulla concreta possibile realizzazione di quanto approvato, specie in assenza di imponenti risorse in termini di mezzi e di persone necessarie al funzionamento minimo di una costruzione che appare non tenere conto della realtà degli uffici giudiziari e ,come già più volte rappresentato,  in netta controtendenza rispetto alle più recenti direttive europee, risalenti al 5 aprile 2022. 

RAPPRESENTA

ancora una volta la natura reazionaria di una riforma che, concentrando la propria attenzione solo sulle situazioni di violenza di genere, ha trascurato la centralità della tutela del minore inserito in famiglie fortemente disfunzionali e in ragione di ciò gravemente traumatizzato , eliminando i presidi esistenti in luogo di provvedere alla correzione delle possibili imperfezioni, a favore di una struttura ordinamentale e processuale che  privilegia coloro che potranno sostenerne le spese.

In ragione di tutto ciò AIMMF, pur consapevole che le proprie argomentazioni resteranno come accaduto finora probabilmente inascoltate,                                             

RIBADISCE

a futura memoria la gravità delle scelte effettuate e la loro sostanziale violazione dei principi costituzionali e di ragionevolezza più volte in varie sedi ricordati

Roma, 16 settembre 2022

                                                                                        Il Presidente
Cristina  Maggia

logo minoriegiustizia amisuradiminore mod

Le comunità educative per minori stanno vivendo un periodo di grande difficoltà: la carenza di personale educativo; la difficoltà di garantire servizi di qualità capaci di rispondere ai bisogni dei ragazzi e delle ragazze accolti, entro le tariffe di convenzionamento definite dagli Enti Locali; la campagna di screditamento complessivo portata avanti dai media nei confronti delle strutture di accoglienza; il senso di solitudine con cui le comunità si trovano spesso ad operare rispetto alla rete dei servizi, sono tutti fattori che stanno mettendo in crisi un modello di servizio e di intervento che tuttavia risulta essenziale per il sistema della tutela. Quali strade si possono percorrere per ripensarlo? Come garantire allo stesso tempo sostenibilità e qualità dell’accoglienza? Ne abbiamo parlato con tre esponenti del CNCA Lombardia, per avviare così un dibattito sul futuro di questi servizi.

Comunità 1

Cosa succede alle comunità residenziali per minori, a livello nazionale e in Lombardia? Quante sono le strutture e quanti ragazzi e ragazze vi sono ospitati e di quali bisogni sono portatori?

Marelli – i dati che abbiamo a  disposizione sono ricavati dal Quaderno di ricerca sociale 49 [1] e sono purtroppo poco aggiornati: a livello nazionale sono aggiornati al 31.12.2019 e per la Lombardia al 31.12.2020, e questo è un primo aspetto particolarmente critico in questo periodo perché non abbiamo a disposizione nessun dato rispetto a quanto accaduto durante la pandemia. Guardando ai dati disponibili, ci collochiamo sempre in un quadro che vede l’Italia avere un tasso di allontanamento pari al 2,9 per mille, inferiore agli stati comparabili dell’Europa occidentale che hanno percentuali molto maggiori  (10,4 per mille la Francia; 10,5 per mille la Germania; 6,1 per mille l’Inghilterra, il 4,4 per mille la Spagna). Quindi l’Italia  resta la nazione che presenta la percentuale più bassa di allontanamenti, che corrisponde a 27.608 minorenni fuori famiglia, al 31.1.2.2019. Rispetto a questi dati si evidenzia un’inversione di trend nella distribuzione dei minori fuori famiglia tra affido e comunità: 14.053 minori si trovano in comunità, e superano così, seppure ancora di poco, quelli in affido. Quindi il dato registra un aumento di presenza nelle comunità.  Si tratta di una prevalenza ancora minima, ma è importante tenere sotto osservazione questo indicatore, per vedere se il trend si confermerà o meno nei prossimi anni.

Guardando alle caratteristiche dei ragazzi e delle ragazze che sono inseriti in comunità educative, si tratta prevalentemente di adolescenti e preadolescenti: il 47,8% sono in una fascia maggiore di 15 anni, e il 18,8% tra gli 11 e i 14 anni, quindi questo significa che le comunità accolgono per il 66,6% preadolescenti e adolescenti. Un altro dato importante è che il 34,8% è di cittadinanza straniera, e si tratta non soltanto di minori non accompagnati, che pure spesso trovano posto nelle comunità educative, oltre che nei circuiti di accoglienza dedicati. Un altro dato importante che sfata la narrazione pessima che è stata fatta delle comunità da parte dei media, riguarda il tempo di permanenza dei bambini e dei ragazzi in comunità: il 43% dei ragazzi ha una permanenza inferiore all’anno, il 29,7% da uno a due anni, il 14,2% da due a quattro anni, e solo il 7% oltre i 4 anni. Questo significa che nel quadro che viene narrato dai media c’è un grande errore: non è vero che i minori, una volta inseriti in comunità, ci restano per sempre, perché in realtà le comunità lavorano per riconsegnare ai ragazzi accolti una possibile relazione di familiarità, ed è anche grazie a questo lavoro se circa un quarto di loro (24,3%) rientra nella famiglia di origine, l’8,5% va in affido famigliare e quasi il 4% va verso l’affido preadottivo. Oltre a quelli appena richiamati, altri approfondimenti rispetto ai dati nazionali saranno a breve disponibili nel 12esimo rapporto del Gruppo CRC.

Per quanto riguarda la Lombardia, nel 2020 erano presenti 70 comunità famigliari, 366 comunità educative e 353 alloggi ad alta autonomia, per un totale di 789 servizi residenziali. I minori inseriti sono 2.493, di cui il 53% sono maschi e il 47% femmine, la metà sono di origine straniera (1.368) e di questi 117 sono minori non accompagnati. Rispetto alla distribuzione tra le diverse strutture, 1.913 (quindi pari al 76,7% del totale) sono collocati nelle comunità educative, 228 nelle comunità famigliari e 352 negli alloggi ad alta autonomia. Dunque in Lombardia la quota dei minori inseriti nelle comunità educative è fortemente maggioritaria e si confermano i trend nazionali rispetto alla prevalenza della comunità sull’affido e alla prevalenza della fascia adolescenziale.  In questo quadro, dunque, il venir meno delle comunità educative risulta molto problematico perché costituisce la tipologia di servizio che accoglie la quota maggioritaria di minori allontanati dalla famiglia di origine.

Tartaglione – Per quel che riguarda il numero delle comunità educative presenti in Lombardia e quanto si stia riducendo a causa della chiusura di alcune strutture, non abbiamo a disposizione dati sufficientemente aggiornati, per quanto invece la regione dovrebbe essere in grado di fornirli.  Sicuramente sappiamo di varie comunità che hanno chiuso i battenti. Per provare a ricostruire le dinamiche in corso, può essere utile guardare a quanto accade nell’area del penale minorile, che è spesso una lente di ingrandimento che anticipa quello che accade negli altri settori. Alcune strutture hanno chiuso (dai dati forniti dal Centro di Giustizia Minorile competente per la Lombardia hanno chiuso 3 strutture lo scorso anno e 4 quest’anno) e diverse strutture, pur non avendo sospeso le attività, hanno deciso di non  accogliere più minori autori di reato, e si stanno convertendo in strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Questo è un fenomeno che si rileva anche in altre regioni, quindi non è specifico lombardo. L’area della giustizia minorile rappresenta la punta di un iceberg che coinvolge anche altre tipologie di strutture, e in questo momento il CGM si trova non poter dare seguito alle misure cautelari per diversi ragazzi per i quali dovrebbero essere attivate, a causa della mancanza di posti. E questa mancanza di posti deriva in parte da altri fattori, ma in parte anche dal fatto che le comunità non vogliono e non possono accogliere minori autori di reato perché lo ritengono rischioso in relazione alla difficoltà di avere a disposizione uno staff o un’équipe capace di lavorare con questi ragazzi, di cui tanti sono anche portatori di psicopatologie importanti.

Oggi ci troviamo proprio in queste condizioni: è talmente improbabile riuscire a trovare personale educativo motivato per il lavoro nelle comunità residenziali, da portare molte strutture alla chiusura.

Marelli – Il dato riportato riguardo al penale, è trasferibile anche al resto delle comunità: i ragazzi che arrivano nelle comunità sono spesso segnati non solo da devianza ma anche da forti condizioni di patologia, rispetto a cui però non si trova supporto nei servizi, per una totale assenza di integrazione socio-sanitaria. Diventa difficile riuscire a ottenere una psicodiagnosi o ad avere accesso ai trattamenti necessari. Le comunità si trovano spesso sole nel cercare risposte ai bisogni dei ragazzi, mentre dovrebbero costituire lo snodo di una rete, che invece non funziona.

Pensiamo che il fatto che sia venuta meno la gestione pubblica delle comunità non possa corrispondere a una delega del 100% al privato sociale. È necessario ricomporre sistemi di corresponsabilità, che non può essere trasferita sulle comunità. Oggi le comunità chiudono perché non riescono a sostenere un’accoglienza di qualità per diverse ragioni, stante le condizioni e i bisogni delle persone accolte: carenza di operatori, che non vengono a lavorare in comunità, turnover costante, demotivazione, incapacità di stare in quei contesti.

Proprio pochi giorni fa Regione Lombardia ha emesso la DGR 6443 con la quale rivede i requisiti necessari per il personale socio educativo in relazione ad alcune unità di offerta, tra cui le comunità educative, aprendo alla possibilità di assumere anche personale con altri titoli. Dal vostro punto di vista questa è una risposta utile ai problemi di mancanza di personale che state rilevando?

Marelli – Abbiamo lavorato molto con la regione per arrivare a questo risultato. Se l’obiettivo è tenere aperte le comunità, bisogna trovare delle strategie per riuscirci, e questo è uno strumento transitorio per provare a uscire da questa situazione, sia rispetto al tema delle responsabilità di sistema e di governo, sia rispetto alla formazione professionale. Rispetto a questa delibera molti si dicono preoccupati per la perdita di competenze o di specializzazione del personale, e anche alcune associazioni di educatori si sono dette contrarie, evidenziando un rischio di squalifica del ruolo data dall’apertura a personale con titoli di studio diversi. Ma per noi è importante sottolineare che senza questo passaggio della regione oggi molte comunità andrebbero incontro alla chiusura. Poi questo non significa che gli educatori non debbano più lavorare nei servizi, né si tratta di un abuso di titolo, ma la Delibera dice che l’équipe può essere composta da diverse figure professionali, che devono essere formate. Dunque a nostro parere non si tratta di una dequalificazione, ma di ampliare le opportunità di lavorare in comunità ad altre figure professionali.

Tartaglione – Nel sistema della tutela minori le comunità costituiscono un tassello indispensabile per la protezione dei minorenni: cosa succede se chiudono? Noi ci stiamo muovendo per garantire la loro sopravvivenza. L’accellerazione della crisi, dal punto di vista del reperimento del personale, è stata sicuramente dettata dallo spostamento di moltissimi educatori al sistema scolastico, nel momento in cui la scuola, non avendo più personale da assumere, ha aperto all’insegnamento attraverso la “messa a disposizione” a cui moltissimi educatori hanno aderito. Quindi la possibilità di poter acquisire anche altre figure professionali costituisce un’opportunità importante. Rispetto alle critiche alla DGR, bisogna dire che rispetto al personale, anche noi saremmo probabilmente più contenti di incaricare solo educatori, e se le associazioni di educatori hanno a disposizione personale per le comunità noi non vediamo l’ora di assumerlo, ma al momento la situazione è un’altra.  Però è importante che si discuta anche del perché gli educatori non vogliono lavorare in questi servizi.
Ci sono però anche altri fattori che contano e che è importante richiamare:

  1. Il deperimento della reputazione delle comunità: se una volta essere educatore in comunità significava lavorare in un servizio complesso e difficile ma formativo e pieno di senso, oggi gli educatori crescono avendo una visione delle comunità che è quella dettata dalle rappresentazioni dei media, in cui sono diventate se va bene un luogo come un altro e se va male un luogo che è in combutta con i Tribunali per far arricchire le cooperative. Questo porta a un’enorme difficoltà a trovare personale educativo disponibile e motivato al lavoro nelle comunità. Le comunità stesse devono trovare un modo di comunicarsi, e allo stesso tempo creare delle occasioni di conoscenza diretta.
  2. Il paradigma che c’è alla base dell’accordo tra lo Stato e le comunità risale agli anni ’80 -90’, in un momento del tutto diverso da tanti punti di vista. Le comunità sono nate in modo del tutto spontaneo, dunque senza che si ponesse il tema della retribuzione, e in seguito si è fondato un accordo di funzionamento delle strutture, in un periodo in cui per gli operatori era plausibile sacrificare una parte della propria vita privata al proprio lavoro educativo. Oggi non è più così, ma noi chiediamo ancora ai nostri operatori di sacrificare parte della loro vita privata lavorando la notte e nei weekend. Quindi la brutta notizia per lo Stato è che il tema non è battagliare su uno o due euro ma che se si vuole mantenere e sviluppare un servizio di qualità, le comunità vanno pagate infinitamente più di ora, oppure la chiusura delle strutture è un processo che difficilmente si potrà arrestare.

Marelli – È necessario invertire il circolo del gioco al ribasso sul numero di ore, sui costi orari, sul numero di operatori necessari, che rimanda anche sulle cooperative una responsabilità sui contratti e sulle tariffe, che di fatto non dipende da loro. O si capisce che il lavoro sociale, che è un lavoro di cura, comporta una ridefinizione del costi e un investimento, oppure il destino è quello di un lavoro dequalificato e deprezzato che porta a un sistema di welfare sempre più impoverito. È necessario il riconoscimento della funzione pubblica che le cooperative ricoprono assumendosi l’impegno di tenere aperte le comunità, e dei costi che per questa funzione sono necessari. Lo Stato non li assume direttamente su di sé, delegando tutto all’esterno, ma questo non significa che i costi siano continuamente negoziabili.

Rispetto a tutte queste questioni riteniamo importante riaprire un dibattito pubblico, per richiamare una responsabilità pubblica che definisca un investimento di risorse, e al contempo richiami le Università a riflettere su queste problematiche e a ripensare i percorsi formativi.

Il tema del riconoscimento dei costi è stato recentemente al centro del mancato convenzionamento di 20 cooperative con il Comune di Milano per la gestione di comunità per minori e comunità mamma-bambino, dettato proprio dal rifiuto delle tariffe previste e ritenute inadeguate per sostenere gli standard e la qualità dei servizi. Questo significa per l’Amministrazione perdere la disponibilità di oltre 500 posti di accoglienza, e per le cooperative rinunciare a una parte dei loro servizi.

Cattaneo – In questo caso si è trattato di un percorso di mancato riconoscimento della dignità del nostro lavoro da parte del Comune di Milano. Abbiamo realizzato un percorso insieme da luglio a novembre sul tema della residenzialità per provare a condividere i contenuti e il senso del nostro lavoro e per ridisegnare le comunità e porre il tema delle risorse economiche. Il percorso si è concluso a novembre quando il Comune ha dichiarato che per poter aumentare la retta a 93 euro (consideriamo che la media delle rette giornaliere per l’accoglienza di un minore è di 77 euro e ci sono comunità che fino al 30 giugno accolgono minori a 42 euro, mentre la retta massima attuale è di 83 euro) avrebbe dovuto ridurre la retta per gli alloggi per l’autonomia a 48 euro, riducendola quindi a 17 euro, tentando un bilanciamento tra strutture diverse. Le cooperative non hanno accettato questa proposta e hanno fornito tutta la documentazione e i dati necessari per dimostrare che queste tariffe sono inapplicabili. Consideriamo che già diverso tempo fa  in un  lavoro comune con l’Amministrazione, si era calcolato per una comunità che accoglie 10 minori un costo di 104 euro al giorno, mentre la cifra definita è di 93 euro a Milano e 87 fuori Milano, che seppure maggiore di prima, resta ancora del tutto inadeguata.

Anche questa presa di posizione, così come quella relativa alla DGR, è stato un impegno non da poco e non ha trovato consenso da parte di tutti i soggetti gestori che operano in convenzione con il Comune di Milano. Quello che dobbiamo riavviare con il Comune è un tavolo di confronto, che probabilmente non porterà modifiche a breve termine, ma che speriamo ci possa portare a una revisione entro il prossimo anno di tutte le tariffe del sistema residenziale.

Pensate ci sia da parte dei Comuni la disponibilità a sedersi intorno al tavolo non solo per rivedere le tariffe ma per ripensare un ruolo per questi servizi e per capire quali possono essere le strade che tengono insieme le diverse esigenze rispetto ai costi, alle tariffe ma anche alla qualità dei servizi?

Tartaglione – Una parte di questo ragionamento non si può giocare esclusivamente con l’assessorato, perché è irrealistico che possa spendere molto di più di quanto spende ora. Sarebbe importante invece fare una riflessione insieme alle istituzioni rispetto a come le risorse possano essere spese meglio, perché dispersioni di spesa ce ne sono molte, ma la strategia per contenere i costi non può essere quella di rimandare sulle comunità la ricerca di altre risorse tramite sponsor e benefattori. Più che ridurre le rette, sarebbe più ragionevole capire quali sono le strade per ridurre i tempi di permanenza dei ragazzi in comunità. Il vero punto però è che bisogna uscire dalla relazione solo tra enti e comuni, perché è una questione di investimento complessivo.

Marelli – Andrebbe rivisto il sistema, per esempio attraverso una rivalutazione delle risorse a livello di Ambito per i piccoli comuni, per ripensare le modalità di utilizzo delle risorse. Ma spesso provare a immaginare percorsi diversi che potrebbero alleggerire i costi incontra una grande fatica nelle dimissioni perché richiede la costruzione di accordi anche con i Tribunali per la definizione di percorsi diversi. C’è un tema di responsabilità collettiva, quindi ragionamenti che devono coinvolgere gli Ambiti in una ridistribuzione di risorse e di processi, una razionalizzazione nella destinazione dei fondi ma anche un governo politico di modifiche dei bilanci dei Comuni in senso lato, in un sistema di governo dell’Ente Locale che va oltre l’assessorato, perché la responsabilità del benessere dei cittadini è in capo al sindaco e non al singolo assessore.

Quali prospettive vedete per un ripensamento della strategia complessiva di funzionamento delle Comunità?

Cattaneo  – Noi dovremmo fare un’alleanza con i Comuni e con ANCI stesso per farci portatori di un’istanza verso il Ministero, laddove viene definita la distribuzione delle risorse, perché anche questo settore del welfare sia destinatario dei fondi necessari per essere rivisto, rilanciato e sostenuto.

Tartaglione – Il tema non è solo rivendicare una retta più alta, ma riguarda la necessità di ripensare le comunità in una logica di appropriatezza e di costruzione di un sistema plurale e flessibile, in grado di:

  • collocare le comunità educative in un percorso che prevede un “prima”, con interventi diurni e di sostegno alle famiglie, e un “dopo”, tramite percorsi di uscita e di sostegno all’autonomia;
  • rafforzare il ruolo della rete dei servizi a sostegno dei percorsi dei bambini e ragazzi inseriti in comunità, in particolare in ambito socio-sanitario, mettendo a disposizione diagnosi e terapie in tempi utili e con attribuzione di priorità;
  • spostare i ragazzi maggiorenni che si trovano in comunità per minori in altre forme di accoglienza, anche incentivando le cooperative ad aprire appartamenti per l’autonomia;
  • sostenere e diffondere il lavoro con le famiglie, sia da parte dei Servizi Sociali, sia da parte delle comunità educative;
  • rafforzare i centri e i servizi diurni così da ridurre la richiesta di interventi residenziali.

Marelli – Tutto questo deve certamente passare da un confronto attraverso tavoli di lavoro, per i quali siamo assolutamente disponibili, ma anche attraverso un cambio di mentalità e di paradigma, riconoscendo che così non può funzionare. Non è soltanto il rivendicare la retta, questo discorso è collocato dentro una pluralità di pensieri, che vanno dal tema della responsabilità e della funzione pubblica, alla qualità del lavoro sociale, alla sostenibilità economica e alla necessità di rivedere le modalità di allocazione delle risorse in base alla diversificazione delle risposte.

Oltre a questo, è necessario tematizzare e confrontarsi in merito a come tutelare e rilanciare le professioni di cura, che svolgono una fondamentale “funzione pubblica” di tutela dei diritti dei cittadini, in particolar modo delle fasce più fragili della popolazione. A questo proposito abbiamo organizzato per il 5 di luglio, un convegno proprio su questi temi, che speriamo sia solo l’inizio di un dibattito aperto.

[1]Quaderni di ricerca sociale 49 “Bambini e ragazzi in affidamento familiare e nei servizi residenziali per minorenni – Anno 2019” a cura del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e Istituto degli Innocenti


Fonte: Lombardia sociale

IL VALORE DELLA CURA

Carenza di educatori e di altre figure professionali:
proposte per affrontare un’emergenza nazionale
che incide su persone, famiglie, servizi e comunità locali

Convegno martedì 5 luglio 2022, ore 9.30-13

Salone “Bicchierai” di Caritas Ambrosiana – via San Bernardino 4, Milano

Diretta streaming su www.youtube.com/watch?v=3j54QqSgHlA  

Sette comunità per minori chiuse in Lombardia negli ultimi mesi. Oltre 500 posti in casefamiglia per mamme e bambino, a Milano, che rischiano di rimanere senza gestore. Servizi delicati che faticano a essere assicurati, per esempio sul fronte del disagio psichico. “Buchi” ricorrenti nell’Aes, l’assistenza educativa scolastica che deve essere garantita dai Comuni ad alunni con disabilità, con sindrome autistica, con bisogni educativi speciali. Centri di accoglienza con pochi operatori professionali, nella primavera dell’ondata dei rifugiati dall’Ucraina. E una generalizzata difficoltà, per amministrazioni pubbliche e realtà del terzo settore, a individuare figure formate, motivate e stabili (inclusi gli assistenti sociali).

Nel nostro paese si registra, acuta ormai da mesi, nei casi citati e in molti altri analoghi, una preoccupante carenza di educatori e di altri “professionisti” della cura. La rete di agenzie per il lavoro Mestieri Lombardia negli ultimi sei mesi ha fatto almeno 30 ricerche per educatori professionali, ma nessuna è andata a buon fine. Carenza ormai strutturale, e generalmente sottovalutata: lo testimonia il fatto che non esistono quantificazioni o anche solo stime ufficiali del fenomeno, peraltro ormai largamente diffuso. E caratterizzato da molteplici motivazioni: contratti precari, stipendi inadeguati, percorsi formativi non sempre efficaci, maggior appetibilità di settori paralleli dell’impiego pubblico, scarsa legittimazione sociale del lavoro di cura.

A partire da questo scenario, che incide pesantemente sulla quotidianità di persone, famiglie, servizi e comunità locali, ma con la volontà di elaborare proposte concrete di miglioramento, cinque soggetti del terzo settore milanese e lombardo (Forum del Terzo settore, Caritas Ambrosiana, Cnca, Alleanza delle Cooperative Italiane Welfare Lombardia, Uneba) hanno programmato per la mattinata di martedì 5 luglio il convegno Il valore della cura, che si svolgerà in presenza nella sede di Caritas Ambrosiana, ma si potrà seguire anche in streaming su YouTube.

Ad aprire la mattinata di approfondimento e confronto, un intervento del ministro Andrea Orlando (Lavoro e Politiche sociali). Seguiranno contributi di esponenti del mondo istituzionale, accademico e del privato sociale.

Motivazioni, contenuti e programma del convegno sono illustrati nei file allegati, che riportano anche le indicazioni per partecipare (in presenza o da remoto).

Al termine del convegno, sarà stilato un agile documento con le proposte salienti che i soggetti organizzatori affideranno a istituzioni, mondo accademico e opinione pubblica. Per approfondire: ampio dossier dedicato al tema sul numero di maggio del mensile Vita.

Milano, 30 giugno 2022

Ufficio stampa: Cooperativa Oltre, tel. 02.67.47.90.17
Marta Zanella, cell. 349.3227526 / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

Il programma

5 luglio comunicato

20 organizzazioni non si convenzioneranno più con il Comune di Milano.

Lo hanno deciso dopo l’ultimo “bando residenzialità minori” del Comune.

Ecco perché: la denuncia di CNCA Lombardia: “Le tariffe non permettono di rispondere in maniera adeguata ai bisogni di minorenni e famiglie accolti. In questo modo si sottraggono 590 posti di accoglienza (in 147 strutture), ad un sistema già insufficiente”.

Milano, 24 maggio 2022. – “Fuga in massa dalle residenze per minori”. Non sono però i ragazzi a scappare: in questi giorni è invece un numero importante di organizzazioni del sociale – tra cui alcune importanti cooperative – che ha scelto di non rinnovare/sottoscrivere le convenzioni per gestire le residenze per minori e per genitori-figli. È infatti appena scaduto il termine per presentare una manifestazione di interesse al “bando residenzialità minori” del Comune di Milano e molte realtà interne ed esterne al CNCA che gestiscono Unità d’Offerta genitori-figli, Lombardia, sul territorio di Milano Città Metropolitana e province limitrofe, hanno dichiarato forfait.

Ma perché succede questo proprio in un campo, quello di minori e famiglie, in cui i bisogni sono urgenti e indifferibili?

La risposta è nei numeri: le tariffe proposte infatti non permettono di sostenere gli standard previsti dalle normative di Regione Lombardia per la gestione di tali strutture e, quindi, di rispondere in maniera adeguata ai bisogni materiali e di crescita dei minorenni e delle famiglie accolte, che hanno bisogno di un percorso educativo e di creazione di autonomia, molto più che di mere prestazioni assistenziali.

“Si tratta di tariffe inferiori di almeno il 20% rispetto a quelle degli altri Comuni della Città Metropolitana e delle altre provincie lombarde – denuncia per bocca del presidente Paolo Cattaneo, il CNCA Lombardia, membro del Forum del Terzo Settore di Milano-. In alcuni casi sono addirittura ribassate rispetto a quelle proposte nel bando del 2018, esponendo in questo modo i dipendenti ad una sempre crescente precarietà e a una fuga dalla professione”.

Il Comune di Milano è chiamato a dare una risposta. “In una stagione in cui sta via via emergendo la necessità di dare dignità alle professioni sociali e socio sanitarie ed è sempre più difficile trovare educatori, infermieri, medici disposti a lavorare nelle nostre strutture, e in cui il costo della vita parametrato agli stipendi di tali professioni risulta insostenibile generando la fuga dal sociale di decine di colleghi, il colpo di grazia viene dal Comune di Milano che continua a proporre convenzionamenti a tariffe insostenibili”.

“Pur riconoscendo lo sforzo fatto nell’ultimo anno dal Comune, che ha consentito di rivedere – anche sensibilmente- le tariffe di alcune unità di offerta, prosegue Cattaneo, oggi si corre il rischio che l’esito immediato di questo nuovo accreditamento sia il mancato convenzionamento di circa 20 storiche realtà, sottraendo così di fatto più di 590 posti di accoglienza, in 147 strutture, ad un sistema già insufficiente. L’esito a lungo termine è che tutto ciò ricadrà sulla qualità del lavoro rivolto a famiglie e minorenni in situazione di vulnerabilità e tutela, proprio quelli che avrebbero più bisogno di cura, attenzione, protezione e professionalità per realizzare il proprio progetto di vita”.

È possibile aprire un dialogo? Così conclude Cattaneo: “Da anni proviamo ad orientare il Comune di Milano verso un approccio diverso al tema. È secondo noi necessario uscire dal recinto delle politiche sociali ed abbracciare un panorama più ampio: quello delle politiche di una Milano capace di fare diventare l’attenzione ai più fragili il motore della propria crescita e del proprio sviluppo. Crediamo nella disponibilità del Sindaco – come rappresentante di tutta la città – ad andare in questa direzione e attendiamo un suo riscontro”.

Lista organizzazioni firmatarie: Fondazione Archè, Cooperativa Arimo, Asilo Mariuccia, Casa dell’Accoglienza, Ceas, Centro Accoglienza Ambrosiano Sarepta, Centro Mamma Rita, Cooperativa Comin, Consorzio Solidarietà e Futuro (Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e Pio istituto di Maternità), Cooperativa Diapason, Cooperativa Farsi Prossimo, Cooperativa il Portico, Cooperativa La Grande Casa. 
CDO, Federsolidarietà, LegaCoop Sociali, Uneba, CNCA Lombardia, membri del direttivo del Forum Terzo Settore di Milano

 

Per interviste, dati, materiali:
Altreconomia, 329 1376380

logocnca lombardia

La rete #5BuoneRagioni chiede alla ministra della Giustizia Cartabia
e a tutte le forze politiche di bloccare una revisione processuale e ordinamentale 
che produrrebbe un sistema assai meno capace
di valutare le difficili e complesse situazioni 
di bambini, adolescenti e famiglie

Roma, 13 maggio 2022

La rete #5BuoneRagioni per accogliere i bambini che vanno protetti – composta da Associazione Agevolando, Coordinamento Italiano Servizi contro il Maltrattamento all’Infanzia (CISMAI), Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), Coordinamento Nazionale Comunità per Minori (CNCM), Progetto Famiglia onlus e SOS Villaggi dei Bambini –, con l’adesione dell’Associazione Nazionale Famiglie Adottive Affidatarie (ANFAA), chiede ancora una volta alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e a tutte le forze politiche di intervenire rapidamente per evitare di portare a compimento una riforma della giustizia minorile, prevista all’interno della più complessiva riforma del processo civile, che stravolgerebbe i principi alla base dell’ordinamento e del processo che riguardano i minorenni, mettendo seriamente a rischio i diritti di bambini e adolescenti e delle loro famiglie. 

In particolare, la rete #5BuoneRagioni, al pari di altri autorevoli istituzioni che esercitano funzioni e responsabilità nella tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza come l’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (A.I.M.M.F.), sottolinea il fatto che la riforma prevista nella legge delega – con l’introduzione di un “Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie” – minerebbe alla radice due principi cardine dell’ordinamento attuale: la collegialità di ogni decisione e la multidisciplinarietà dell’organo giudicante

La specificità e complessità delle situazioni che riguardano i minorenni e le loro famiglie richiedono, infatti, che tutti i provvedimenti di valutazione della responsabilità genitoriale, le limitazioni o le decadenze dalla responsabilità genitoriale, gli allontanamenti, la decisione in merito all’affidamento familiare o all’accoglienza in comunità residenziale debbano essere assunti tramite un organismo collegiale e interdisciplinare, in cui siano presenti esperti non solo del diritto ma anche delle scienze umane, assicurando così tutte le competenze e le sensibilità necessarie per valutare tali situazioni, che non riguardano solo reati, ma condizioni di vita personali e familiari, e per pensare un futuro possibile nel superiore interesse del minorenne e della sua famiglia. Un compito che non si esaurisce con la pratica e la garanzia del contraddittorio, e quindi decisamente arduo per un giudice monocratico, come prevede la riforma approvata il 26 novembre scorso di cui sono ora in fase di definizione i decreti attuativi. 

La rete #5BuoneRagioni ricorda che lo scorso 5 aprile 2022 il Parlamento europeo ha licenziato una risoluzione intitolata “Tutela dei diritti dei minorenni nei procedimenti di diritto civile, amministrativo e di famiglia”, in cui raccomanda agli Stati membri di adottare “un approccio multidisciplinare, di istituire servizi di sostegno all’infanzia facilmente accessibili anche all’interno dei tribunali tramite professionisti qualificati come medici, psicologi, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, per sostenere il minorenne in tutte le fasi del procedimento, attribuendo il compito indispensabile dell’ascolto del minorenne al giudice o ad esperti qualificati, in modo da limitare al massimo l’impatto psicologico ed emotivo di tale audizione”. Anche a livello europeo, quindi, viene raccomandato il rispetto dei principi che sono alla base del sistema in vigore nel nostro paese e che, invece, la riforma rischia di vanificare se in sede di definizione dei decreti attuativi non verrà posto rimedio, come peraltro annunciato dalla stessa ministra Cartabia e sostenuto da ordini del giorno parlamentari.   

Per tutte queste ragioni la rete #5BuoneRagioni chiede che i principi fondamentali dell’attuale ordinamento, che hanno fatto del nostro paese un esempio in Europa, siano garantiti e reintrodotti nel testo dei decreti attuativi affinché non vengano sacrificati per una presunta razionalizzazione che non porterebbe efficienza, quanto piuttosto un sistema assai meno capace di garantire il rispetto dei diritti fondamentali di minorenni e famiglie.

Infine, #5BuoneRagioni rinnova la richiesta – già precedentemente avanzata – di garantire la partecipazione dei coordinamenti nazionali maggiormente rappresentativi nell'ambito della tutela minorile ai lavori dei tavoli istituiti presso il ministero della Giustizia per la definizione dei suddetti decreti attuativi.

 

Info 
Mariano Bottaccio - Responsabile Ufficio stampa e Comunicazione Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA)
cell. 329 2928070 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

5 buone ragioni

Ius scholae, basta rinvii

Non sono tollerabili giochi tra partiti
su una questione che riguarda i diritti e la dignità
di centinaia di migliaia di ragazzi già di fatto italiani

Roma, 6 maggio 2022

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) esprime la propria forte contrarietà alla cancellazione del provvedimento che riconosce lo ius scholae dal calendario dei lavori di maggio della Camera dei deputati. Questo inspiegabile rinvio, passato quasi sotto silenzio, colpisce centinaia di migliaia di ragazzi che sono italiani di fatto, ma non di diritto.

Non è tollerabile che il diritto alla cittadinanza per questi giovani continui a non essere una priorità nell’agenda politica, e finisca per essere sacrificato in funzione di meri giochi di partito.

Esortiamo, perciò, tutte le forze politiche – a cominciare da quelle che si sono espresse pubblicamente in favore del provvedimento – a non tergiversare oltre, e a procedere rapidamente con l’esame e l’approvazione di un testo di legge che significherebbe un’importante, per quanto ancora insufficiente, conquista di civiltà in favore del riconoscimento dei diritti delle persone nate e/o cresciute nel nostro paese.

 

Info
Mariano Bottaccio – Responsabile Ufficio stampa e Comunicazione
Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA)
tel. 06 44230395/44230403 – cell. 329 2928070 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Cnca

www.cnca.it

     

Due bandi per abbattere le barriere della comunicazione e favorire l'inclusione delle persone sorde a scuola, al lavoro e nelle relazioni sociali

Disponibili due nuovi bandi del PIS - Pio Istituto Sordi - uno nazionale, un altro riservato alla città di Milano - per finanziare progetti con attività aggregative, educative, culturali, sportive o di sensibilizzazione e favorire l'inclusione delle persone sorde.

Milano, 29 aprile 2022 - La condizione della sordità è tanto diffusa quanto sommersa. Secondo l'OMS, nel mondo sono circa 460 milioni le persone in condizione di perdita dell'udito di cui 34 milioni in età infantile, con un progressivo incremento nel prossimo futuro.

Il PIS, Pio Istituto Sordi, storica Istituzione educativa milanese oggi divenuta Fondazione di erogazione, mette a disposizione due dotazioni, una a rilevanza nazionale una locale rispettivamente di 80 e 30mila euro per supportare attività mirate sulla disabilità uditiva. Le scadenze per la presentazione delle candidature sono 31 maggio e 30 giugno. 

In Italia le persone che hanno una perdita uditiva sono circa 5 milioni di cui il 75% ha una perdita uditiva leggera o media e il 5% grave o profonda. La maggior parte di loro ha perso l’udito dopo l’acquisizione del linguaggio, soprattutto a partire dai 50 anni di età. Un terzo delle persone sopra i 65 anni convive con una perdita di udito. In Europa la perdita di udito coinvolge oltre 34 milioni di persone ed è considerata condizione a vario titolo disabilizzante.

La sordità neonatale è la più frequente disabilità sensoriale congenita e, sempre secondo l’OMS, incide in circa 1-4 casi ogni mille abitanti. In Italia sono almeno 90mila le persone con disabilità uditiva (certificati ai fini INPS), con un'incidenza intorno al 1,5%.

Perdere l’udito in età precoce spesso significa incorrere in difficoltà di acquisizione del linguaggio con tutto ciò che ne consegue: disagio, rischio di isolamento, difficoltà di comunicazione e relazione.

“Le opportunità messe costantemente a disposizione dal PIS sono molte, tutte focalizzate sull'abbattere le barriere che incontra chi convive, a diverso titolo, con la sordità e siamo felici di valutare e accogliere idee e progetti innovativi e mirati” riferisce Daniele Donzelli, Presidente del PIS.

Di inizio anno è anche la messa online del nuovo sito web, una vetrina più moderna e intuitiva, ricca di informazioni per conoscere la storia, le attività, i progetti svolti e le opportunità per realtà onlus e singoli individui coinvolti a vario titolo con la disabilità uditiva.

Anche in pandemia la Fondazione non si è fermata: sono state distribuite mascherine trasparenti per consentire la labiolettura, sono stati organizzati eventi sportivi come il progetto sostenuto da Fondazione Vodafone Campioni Sordi ieri, oggi e domani, sono state erogate borse di studio per giovani universitari con sordità (opportunità tuttora attiva con un bando ad hoc in scadenza al 30 settembre), è stata avviata una collaborazione per l’attivazione di uno sportello di consulenza psicologica gratuito per i soggetti più isolati a causa dei lockdown e sono state, infine, sostenute iniziative all'estero destinate alle persone con disabilità uditiva nei paesi in via di sviluppo.

Nata come istituzione scolastica nel lontano 1854, la Fondazione ha mantenuto negli anni il suo ruolo di guida per le famiglie e le persone che devono fare i conti con la sordità e gli enti che si adoperano per abbattere pregiudizi e barriere favorendo l'inclusione a scuola, al lavoro e nelle relazioni sociali quotidiane.

La sua trasformazione da Istituto pedagogico in Fondazione di erogazione di contributi la rende oggi una delle realtà di riferimento nel Terzo Settore per questa forma specifica di disabilità.

“Valuteremo ogni progetto, di qualunque natura, che abbia come focus l'inclusione delle persone sorde – commenta Stefano Cattaneo, Direttore del PIS – e metta la persona sorda al centro, in linea con le raccomandazioni della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e con lo spirito della nostra Fondazione”.

Il PIS partecipa stabilmente anche al Tavolo Disabilità sensoriali della Comune di Milano, a UNEBA Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza sociale, alla Commissione Gioco al Centro – Parchi gioco per tutti della Fondazione di Comunità Milano Città Sud Ovest ed Est Martesana.

Proprio con la Fondazione di Comunità, ha preso vita il secondo bando (scadenza 30 giugno) riservato ad attività con sviluppo sulla città di Milano per un massimo di 5mila a progetto finanziato.

Il PIS finanzia le proprie attività con fondi propri e donazioni, e proprio la dotazione del Fondo Sordità Milano costituito in Fondazione di Comunità Milano può essere incrementata con ulteriori contributi liberali da parte della cittadinanza.

Conoscere tutte le attività legate al mondo della sordità potrebbe far meglio percepire l'entità del fenomeno, la sua diffusione in Italia e quanto questa sia una limitazione le cui conseguenze vengono spesso percepite meno rispetto a svantaggi più facilmente visibili.

“La sordità influisce molto sulle relazioni interpersonali e sociali – confermano dal Pio Istituto dei Sordi – per cui serve sensibilizzare le Istituzioni e la società civile su quanto sia importante fare qualcosa ogni giorno per abbattere barriere che spesso non riusciamo nemmeno a immaginare. Questo, soprattutto per bambini e giovani, alle prese con l'inserimento a scuola, le amicizie, lo sport e il mondo del lavoro”.

Favorire anche attraverso questi bandi nuove attività inclusive resta il fine costante del PIS: per ogni dettaglio sui requisiti e informazioni consultare il sito o contattare gli organizzatori.

https://www.pioistitutodeisordi.org/

  

Ufficio stampa PIS
Pensieri&Colori - Paola Piovesana – 338.1279499
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.