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Il 13 e il 14 luglio, 34 istituti penitenziari italiani di 29 città sono stati visitati da delegazioni composte da rappresentanti dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, insieme a esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell’università, della cultura e della società civile, con l’obiettivo di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. Paolo Tartaglione è entrato al carcere di Bollate per conto del CNCA Lombardia, e Francesca Gisotti è entrata all’Isituto Penale per i Minorenni Beccaria: abbiamo chiesto loro di raccontarci le ragioni dell’Alleanza, cosa hanno visto durante le visita e quali piste di lavoro si aprono da oggi in poi.
Che cos’è l’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione e da cosa nasce l’idea di fare entrare delegazioni della società civile nelle carceri italiane?
L’Alleanza è nata a Roma lo scorso 6 febbraio, riunendo numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, e parte dalla volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna. I numeri descrivono una situazione ormai insostenibile. Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare. Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere.
Per questo motivo il 14 luglio le associazioni dell’Alleanza sono entrate contemporaneamente in decine di istituti penitenziari in tutta Italia, nella convinzione che il carcere debba tornare a essere conosciuto, osservato e discusso dalla società. Come ricordava Piero Calamandrei, per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere.
Con la delegazione siete entrati al carcere di Bollate, che è generalmente noto per avere condizioni detentive più rispettose dei diritti e orientate al recupero delle persone detenute, rispetto ad altri istituti penitenziari, e all’IPM Beccaria, che invece negli ultimi anni è stato più volte al centro dell’attenzione mediatica per situazioni problematiche e violazioni dei diritti dei minori detenuti. Come si sono svolte le visite? Che cosa vi ha colpito maggiormente?
Paolo Tartaglione: Ero già stato a Bollate una quindicina di anni fa, poco prima che Lucia Castellano lasciasse la Direzione. Allora immaginavo che tutti i carceri avrebbero cercato di ispirarsi al modello di questo Istituto Penitenziario, invece nella visita del 14 luglio ho dovuto constatare che quel modello è difeso con sacrificio da Educatrici e Agenti, ma messo a durissima prova dal sovraffollamento e dagli sfollamenti da altri Istituti, due aspetti che vanno a minarne i presupposti stessi.
Abbiamo potuto parlare con personale educativo, agenti di custodia, Direzione Sanitaria e con il Direttore dell’Istituto. Abbiamo visitato il 5° e 3° reparto, e il femminile. Il reparto dedicato alle donne ha sempre ospitato una sessantina di detenute; al momento della nostra visita invece ne erano presenti circa 200. Le celle che prima erano singole oggi ospitano tre detenute; l’unica donna in cella singola al momento è una mamma detenuta insieme al figlio piccolo. Le celle che prima erano da 4 oggi stipano 7 donne in pochi metri quadri, e con un solo bagno a disposizione, non dotato di doccia. Non vengono usati letti a castello, perché molte donne hanno difficoltà motorie, e quindi i letti sono tutti adiacenti, e occupano quasi per intero la metratura della cella.
Francesca Gisotti: Le due cose che immediatamente mi hanno colpita sono state: il caldo soffocante e la fatica di tutti coloro che abitano e lavorano, a vario titolo, all’interno dell’Istituto, costretti a vivere quotidianamente in condizioni difficili; l’energia e la determinazione della nuova direttrice, entrata in servizio tre mesi fa, che ha condiviso con la delegazione le criticità che la struttura nel suo complesso si trova ad affrontare e le piste di lavoro da intraprendere.
Il Beccaria è situato nel Municipio 6 di Milano, il Municipio di cui sono assessora e vicepresidente. Per questa ragione ho avuto modo di visitarlo più volte, per conoscere le diverse direzioni che si sono succedute nel tempo e per condividere progettualità territoriali.
Questa visita è stata tra le più approfondite che abbia realizzato in questi anni: è durata quasi tre ore, con una lunga prima parte dedicata al confronto con la nuova direttrice, Eleonora Cinque, e con alcune figure educative chiave dell’Istituto. Nella seconda parte siamo stati accompagnati nella visita di alcuni spazi: i laboratori, le aule scolastiche del CPIA, le aree esterne, il gruppo avanzato e gli spazi comuni di alcune sezioni.
Quali sono le principali criticità e le problematiche che avete individuato grazie a queste visite? Che cosa manca dal punto di vista della gestione delle strutture, ma anche dell’azione pubblica al loro interno, per tutelare i diritti e garantirne una funzione di recupero e reinserimento nella società? Ci sono, invece, elementi positivi da evidenziare?
Paolo Tartaglione: Il sovraffollamento porta i detenuti a occuparsi di sopravvivenza, invece che elaborare le scelte passate e prepararsi al dopo; condizioni detentive disumane portano chi le subisce a ritenere di aver ricevuto un torto, invece che pensare a riparare a quelli fatti ad altri. È in questo senso che il modello è seriamente a rischio. Il carcere oggi ha una saturazione del 130%, e questo diluisce inoltre le opportunità faticosamente costruite; ad esempio nella sezione femminile ci sono circa 50 posti di lavoro, che davano occupazione quasi alla totalità delle detenute; ma oggi, che sono diventate 200, possono lavorare a rotazione solo 1 giorno su 4!
Per quanto riguarda la salute, trovo molto preoccupante il dato che ci è stato riportato durante la visita dagli agenti e dalla Direzione sanitaria riguardo al massiccio ricorso agli psicofarmaci: il 40% dei detenuti ne assume almeno due e il 90% almeno uno; dati a cui si aggiunge il fatto che durante l’estate non sarà possibile garantire l’accompagnamento in ospedale ai detenuti che necessitano di cure esterne.
Desta invece ammirazione, soprattutto in relazione a tanti altri carceri visitati in passato, l’ampia libertà di movimento di cui godono i detenuti all’interno dell’Istituto, e il fatto che siano chiusi nelle celle solo dalla sera alla mattina, e che ripaghino la fiducia con un comportamento che gli stessi agenti ci dicono essere prevalentemente responsabile. Ho apprezzato anche il fatto che vengano garantiti 10 minuti di telefonata al giorno alle proprie famiglie; a qualcuno potrà sembrare una cosa banale, ma per chi è detenuto questo contatto con i propri affetti ha un valore inestimabile.
Il modello Bollate è ancora visibile, ma si appoggia sulla memoria, disponibilità e umanità di Educatrici e Agenti, che vanno oltre il proprio mandato per cercare di garantire a tutte e tutti il rispetto di condizioni di dignità, e mantenere aperto uno spiraglio sul futuro.
Francesca Gisotti: La situazione dell’accoglienza è decisamente critica sotto diversi punti di vista. I ragazzi accolti sono 55, a fronte di una capienza massima dell’Istituto di 42 posti. Negli ultimi mesi due ragazzi hanno cercato di togliersi la vita. Molti dei giovani presenti arrivano da storie di tossicodipendenza, fragilità psicologiche importanti o problematiche psichiatriche. Molti hanno alle spalle percorsi migratori dolorosi e drammatici.
Anche il personale, dal punto di vista quantitativo, non risulta adeguato alla complessità della situazione. Mancano educatori, attualmente sono 18 ma ne sarebbero previsti 24. Non sono presenti mediatori culturali strutturati in pianta organica. Il personale amministrativo è fortemente sottodimensionato: sono presenti cinque operatori rispetto ai 20 previsti. Anche il personale di polizia penitenziaria non è numericamente sufficiente e comprende agenti molto giovani, chiamati ad affrontare un contesto di così grande complessità senza un’adeguata formazione e competenza specifica.
Dal punto di vista strutturale, il Beccaria necessita di numerosi interventi per rendere nuovamente utilizzabili e adeguati ambienti oggi non fruibili, come i laboratori, gli spazi comuni esterni, la piscina e la palestra.
Abbiamo incontrato una realtà in cui è presente una grande offerta educativa: molte attività, corsi, laboratori e proposte sportive vengono realizzati grazie alla collaborazione di enti esterni che entrano nell’Istituto portando occasioni di socializzazione, formazione e acquisizione di competenze professionali.
Abbiamo conosciuto un luogo segnato da una profonda sofferenza, ma anche un luogo in cui molte persone lavorano ogni giorno con grande motivazione per offrire ai ragazzi detenuti un’opportunità di crescita e la possibilità di costruire un futuro diverso.
Dopo questa visita, se doveste individuare tre priorità di intervento per migliorare le condizioni di vita delle persone detenute in queste strutture, quali scegliereste?
Paolo Tartaglione: tre focus prioritari: immediato ripristino delle presenze alla capienza regolamentare dell’Istituto, oggi travolta soprattutto in alcuni reparti; maggiori investimenti per garantire ai detenuti stranieri diritti cui faticano molto ad avere accesso (contatti con le famiglie, accesso a misure alternative,..); particolare investimento sui progetti di reinserimento dei giovanissimi detenuti, spesso neomaggiorenni che avrebbero diritto a scontare o attendere il giudizio in contesti diversi dai carceri per adulti.
Francesca Gisotti: Dopo questa visita individuerei tre priorità di intervento.
La prima riguarda la qualità della vita quotidiana all’interno degli istituti. Un istituto penale minorile non può essere un luogo fatiscente: anche gli spazi di vita hanno un valore educativo. Ambienti più curati, luminosi e accoglienti non sono un elemento secondario, ma possono contribuire a restituire dignità alla persona e a trasmettere un messaggio fondamentale: anche chi ha commesso un errore può essere accompagnato verso qualcosa di diverso, può imparare a riconoscere il valore delle cose belle e immaginare un futuro possibile.
La seconda priorità riguarda il rafforzamento delle relazioni educative. Molti dei ragazzi incontrati portano storie di fragilità, solitudine e assenza di riferimenti adulti significativi. Servono quindi maggiori investimenti nelle figure educative capaci di ascoltare, accompagnare e costruire percorsi di responsabilizzazione. La trasformazione, infatti, non nasce soltanto dalle attività proposte, ma soprattutto dalla qualità delle relazioni che si riescono a costruire.
La terza riguarda il legame con il territorio e il “dopo”. Un istituto penale minorile non può essere un luogo separato dalla comunità: occorre costruire ponti con scuole, formazione professionale, mondo del lavoro, associazioni e realtà del terzo settore, affinché vi sia uno scambio continuo tra il dentro e il fuori e il percorso iniziato in istituto possa avere continuità una volta terminata la detenzione.
In sintesi, la sfida è fare in modo che questi luoghi non siano soltanto spazi in cui scontare una pena, ma ambienti capaci di generare cambiamento, dignità e nuove possibilità.
Quale valore pensate abbia avuto le visite delle delegazioni dell’Alleanza nelle carceri di tutto il Paese? E quali piste di lavoro si aprono da qui in avanti?
Paolo Tartaglione: Iniziative come quella del 14 luglio devono susseguirsi con maggiore frequenza. Per mantenere un faro acceso sulle condizioni dei detenuti nel nostro Paese, nella maggior parte dei casi lontanissime da quanto previsto dalla nostra Costituzione. Per ricordare ai detenuti che non tutta la Società è indifferente alle condizioni in cui stanno vivendo, e incoraggiarli così a immaginarsi nuovamente Cittadini, anziché rassegnarsi ad una vita ai margini. Le delegazioni non dovrebbero essere composte solo da “addetti ai lavori”, ma soprattutto da privati cittadini che non hanno mai immaginato di mettere piede in un carcere, e che magari oggi stanno pensando che chi soffre nelle carceri “se lo è proprio meritato”! Chiunque fosse stato con noi a Bollate per l’intera mattinata non avrebbe potuto restare indifferente alle celle sovraffollate delle donne, alla cella con la culla dove è detenuta una mamma con il figlio di pochi mesi, alle celle singole che vengono riservate a chi dal carcere non uscirà mai. Vorrei che alle prossime visite partecipassero anche persone note e che godono di alta considerazione nell’opinione pubblica, affinché possano aiutarci a non far richiudere lo spiraglio che abbiamo cercato di ottenere il 14 luglio. E che fossero con noi per una intera giornata i decisori politici, perché sono certo che non potrebbero rimanervi indifferenti.
Francesca Gisotti: È fondamentale preservare la possibilità per la società civile di accedere agli istituti penali minorili e di monitorarne le condizioni. La trasparenza è una garanzia per tutti: tutela i diritti dei ragazzi detenuti, sostiene il lavoro degli operatori, valorizza le esperienze educative e rafforza la fiducia nelle istituzioni. In luoghi così delicati, lo sguardo della comunità non rappresenta un’ingerenza, ma un presidio di democrazia e di responsabilità condivisa.
Per il futuro ritengo necessario, innanzitutto, rafforzare la funzione educativa degli istituti penali minorili, affinché siano sempre più luoghi orientati alla responsabilizzazione e al cambiamento, e non semplicemente spazi di contenimento della pena. Questo significa investire nelle équipe educative, nella scuola, nella formazione professionale, nelle attività culturali e sportive e nei percorsi individualizzati di accompagnamento.
Una seconda pista riguarda il rapporto tra gli IPM e il territorio: il percorso educativo non può interrompersi al momento della dimissione, ma deve prevedere una continuità nelle comunità di appartenenza, attraverso reti con servizi sociali, scuole, realtà del terzo settore e mondo del lavoro. Il rischio, concreto soprattutto oggi, è che i ragazzi escano dall’Istituto senza alternative reali e senza riferimenti capaci di sostenerli.
Infine, occorre interrogarsi sulla qualità delle relazioni che si costruiscono con i ragazzi dentro e fuori questi luoghi. La presenza di adulti significativi, capaci di ascoltare e accompagnare giovani spesso segnati da storie di abbandono, fragilità e solitudine, è una delle condizioni decisive perché la detenzione possa trasformarsi in un’occasione di crescita e non in un ulteriore passaggio di esclusione.

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Equiparare minorenni e adulti di fronte alla legge
sancisce il fallimento di uno Stato che ha il compito prioritario
di educare adolescenti in fase evolutiva
24 luglio 2026
Il CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti esprime grande preoccupazione e forte dissenso per le norme contenute nel nuovo decreto “sicurezza”, che riguardano gli atti di rilevanza penale compiuti da minorenni. Nel testo si prevede, d’ufficio e ex ante, anche per le persone di minore età una presunzione di capacità di intendere e di volere al pari degli adulti.
La proposta segna un cambiamento culturale e giuridico rilevante e preoccupante perché introduce la presunzione della piena imputabilità della persona minorenne senza alcuna verifica della sua capacità di intendere e volere. In questo modo si indebolisce uno dei principi fondanti della giustizia minorile italiana: la valutazione individualizzata della persona, della sua storia, del suo livello di maturazione e del contesto familiare e sociale in cui si è sviluppata.
L’adolescenza è una fase evolutiva caratterizzata da profondi cambiamenti cognitivi, emotivi e relazionali. Numerosi studi scientifici evidenziano come la maturazione delle capacità di controllo degli impulsi, di valutazione delle conseguenze e di assunzione di responsabilità sia ancora in corso durante questa fascia d’età. Per questo motivo l’accertamento della capacità di intendere e di volere non può essere ridotto a una mera presunzione, ma deve essere oggetto di un’analisi approfondita e caso per caso.
La retorica dello Stato che punisce – con cui è stato lanciato il ddl – oscura, ancora una volta, il primario compito delle istituzioni di accompagnare i ragazzi e le ragazze nel loro percorso di crescita, svolgendo il proprio compito educativo che prevede, certo, anche un esame degli errori commessi e, sul piano penale, il recupero del minorenne e la ricerca delle cause profonde del comportamento deviante, piuttosto che la sola attribuzione di responsabilità penale, in una logica di punizione e carcerazione.
Il CNCA, al pari di tante altre organizzazioni, non propone l’impunità, ma una giustizia che richieda al minorenne di prendere coscienza dei propri sbagli, di riparare al danno subito da vittime e comunità e di ridefinire il proprio progetto di vita. È il senso della giustizia riparativa su cui noi, come molti altri soggetti, ci stiamo impegnando da anni con risultati molto positivi.
Il rischio, con questo provvedimento, è che i ragazzi più fragili, provenienti da contesti di marginalità sociale, povertà educativa, disagio psichico o esclusione, siano esposti a una maggiore penalizzazione senza che vengano adeguatamente considerate le condizioni che hanno contribuito alla commissione del reato. Una giustizia che prescinda dalla comprensione di tali fattori e che si fondi esclusivamente su risposte muscolari presuppone uno Stato privo di capacità di analisi della realtà e incapace di proporre e sostenere politiche di prevenzione, di cura dei territori e delle condizioni di vita dei ragazzi e delle ragazze. Questa “giustizia” – lo sappiamo – rischia di essere meno efficace nella prevenzione della recidiva e meno capace di promuovere percorsi di reale cambiamento.
Riteniamo sorprendente che il coinvolgimento di ragazzi e ragazze anche molto giovani in reti criminali sia imputato (solo) a loro stessi, mentre sono evidenti le responsabilità di coloro – Stato in primis – che non hanno offerto loro altre opportunità di vita. Conosciamo bene lo stato di abbandono in cui versano molte famiglie e contesti sociali di minorenni inseriti nel circuito penale, verso i quali lo Stato si sottrae, rinunciando al proprio ruolo di garante del benessere dei cittadini, a partire dai cittadini in crescita.
L’ennesimo decreto “sicurezza” – preceduto da una campagna di stampa dai tratti surreali contro l’ennesimo capro espiatorio, i “maranza” – rilancia un’idea di sicurezza intesa come punizione e carcere, che parla alla pancia delle persone. Ma queste stesse persone non hanno bisogno di più carceri e più detenuti – presi da gruppi ben definiti di persone, di norma soggetti deboli facilmente attaccabili – ma di un contesto istituzionale e sociale che permetta loro di avere una vita degna, di comunità coese e di istituzioni, attente ai diritti e ai bisogni dei cittadini, che promuovono politiche di inclusione e sviluppo per tutti e tutte.
Per tutte queste ragioni esprimiamo il nostro dissenso relativamente a quanto contenuto nel suddetto ddl e riteniamo che la capacità di intendere e di volere delle persone minorenni debba continuare a essere accertata attraverso una valutazione puntuale e personalizzata, nel rispetto dei principi costituzionali e della funzione educativa che caratterizza il diritto penale minorile, senza alcuna modifica all’art. 98 del Codice penale e all’art. 9 del Dpr 448/88.

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Mentre inizia in Senato l’esame degli emendamenti al decreto-legge per l’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, il Tavolo - coordinato da Save the Children – rinnova il proprio appello affinché i diritti, la protezione e il benessere di bambini, bambine e adolescenti siano messi al centro delle scelte politiche e legislative
Roma, 16 luglio 2026
Arrivano al voto delle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato gli emendamenti al disegno di legge di conversione del decreto-legge 100/2026 sull’attuazione del Patto europeo per la migrazione e l’asilo, che ha un forte impatto sull’accoglienza di bambini, bambine e adolescenti.
“Si stima che nel 2025 siano arrivati in Italia via mare circa 2000 bambini e bambine con le loro famiglie1, mentre gli adolescenti soli in accoglienza sono poco più di 14.0002. Si tratta di numeri contenuti per un Paese come l'Italia, ma non possono essere considerati una voce marginale delle politiche migratorie. I minorenni devono restare al centro dell'attenzione, perché ogni giorno trascorso in una struttura non adeguata alla loro età, in una procedura incurante dei loro bisogni o in condizioni di privazione della libertà, può lasciare conseguenze profonde sul loro benessere e sul loro futuro. Chiediamo che, nell’esaminare gli emendamenti al decreto-legge di attuazione del Patto migrazione e asilo, le Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato mettano al centro il superiore interesse dei minori, escludendoli da ogni forma di fermo e trattenimento e da procedure di frontiera o accelerate, e garantendo loro percorsi di protezione e inclusione in grado di accompagnarli nel lungo periodo”.
Lo dichiarano le 23 Organizzazioni del Tavolo Minori Migranti, coordinato da Save the Children: ActionAid Italia, Ai.Bi. Amici dei Bambini, Amnesty International Italia, ASGI, Associazione Agevolando, ARCI, Caritas Italiana, Centro Astalli, CeSPI, CIDAS, CIR-Consiglio Italiano per i Rifugiati, CISMAI, CNCA, Cooperativa CivicoZero, Defence for Children International Italia, EMERGENCY, Fondazione Terre des Hommes Italia, Intersos, Oxfam Italia, Salesiani per il Sociale, Save the Children, SOS Villaggi dei Bambini, Tutori in Rete.
Le Organizzazioni chiedono al Parlamento di assicurare un saldo ancoraggio della legislazione nazionale alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e ai principi del diritto minorile, nel solco della migliore tradizione giuridica italiana, per la quale i bambini, le bambine e gli adolescenti che arrivano nel nostro Paese sono innanzitutto dei minorenni da proteggere.
Questo implica un’attenzione costante verso tutti i minori, sia quanti giungono in Italia con le proprie famiglie, sia i minori stranieri non accompagnati. A questi ultimi è dedicata la Legge 47/2017, un modello di riferimento a livello europeo, pienamente coerente con i principi di tutela richiamati dallo stesso Patto e rispetto alla quale le norme europee non impongono alcuna modifica.
La riforma epocale introdotta dal Patto definisce un perimetro di regole molto restrittive per i diritti di richiedenti asilo, rifugiati e migranti, ma lascia agli Stati membri importanti margini di discrezionalità, che consentono di adottare le soluzioni più tutelanti possibili nei confronti delle persone vulnerabili, compresi i minori, di cui lo stesso Patto richiama più volte il superiore interesse.
“La vera prova dell’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è la tutela dei minori e delle persone più vulnerabili. Se non accompagnate da solide salvaguardie, le nuove procedure rischiano di tradursi in trattenimenti alle frontiere, limitazioni della libertà personale e di circolazione, percorsi sommari inadatti ai bisogni di bambini e famiglie. Un approccio che può alimentare paura, incertezza e traumi, invece di garantire protezione e diritti” dichiarano le Organizzazioni.
È necessario attuare il Patto alla luce della stella polare rappresentata dal diritto internazionale e interno di protezione dei minorenni, inclusa la L.47/2017. Questo significa potenziare le strutture dedicate ai minorenni e alle famiglie garantendo standard omogenei e rispondenti ai loro bisogni, rendere coerenti e tutelanti le procedure di accertamento dell’età anche grazie al potenziamento delle équipe multidisciplinari, sostenere i tutori volontari che ogni giorno affiancano le ragazze e i ragazzi soli a titolo completamente gratuito, e assicurare continuità ai percorsi avviati per i minori non accompagnati, con un accompagnamento fino al raggiungimento della piena autonomia che prosegua oltre il compimento della maggiore età.
È inoltre essenziale mantenere e promuovere la piena applicazione delle disposizioni previste dalla legge 47/2017 che consentono ai Tribunali per i minorenni di affidare ai servizi sociali, al compimento della maggiore età e fino ai 21 anni, i giovani giunti in Italia come minori non accompagnati che hanno intrapreso un percorso di inclusione positivo e necessitano di una prosecuzione del supporto in questa fase particolarmente delicata della loro vita, affinché non siano esposti a marginalità e rischi di sfruttamento.
Alla luce dei principi di protezione dei minorenni e a partire dalla conoscenza diretta dei loro percorsi, le Organizzazioni chiedono al Parlamento che il superiore interesse dei minori non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione. Soltanto rafforzando le tutele per i minori e per tutte le persone più vulnerabili sarà possibile preservare il patrimonio giuridico costruito negli anni a loro tutela, di cui l’Italia deve andare fiera e che il Parlamento non può ignorare.
Per informazioni:
Ufficio Stampa Save the Children
Tel. 3389625274 - 3450328481 - 3409367952 – 3385791870
www.savethechildren.it

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Visita dell'Alleanza per una pena umana e costituzionale al carcere di II CR MILANO BOLLATE
Nella giornata di oggi una delegazione dell'Alleanza per l’articolo 27 della costituzione ha visitato la II CR Milano Bollate nell'ambito della mobilitazione nazionale che ha coinvolto decine di istituti penitenziari in tutta Italia.
Alla visita hanno partecipato Lamberto Bertolè, Assessore Welfare e salute Comune di Milano, Simona Silvestro, Ordine psicologi Lombardia e Osservatorio Carcere, Anna Acconcia Associazione Antigone, Valentina Alberta Camera penale di Milano, Antonella Calcaterra, Camera penale di Milano e Osservatorio Carcere, Luisa Della Morte, CNCA e Osservatorio Carcere, Valentina Di Mattei, Ordine psicologi Lombardia, Simona Regondi Ordine assistenti sociali Lombardia, Paolo Tartaglione CNCA.
La delegazione ha incontrato funzionari giuridico pedagogici, personale di polizia penitenziaria, direttrice sanitaria e, a fine visita, la Direzione.
Ha potuto visitare il reparto Femminile, il 5° e il 3° reparto.
Dalla visita è emerso:
L’Istituto è in buone condizioni generali da un punto di vista strutturale salvo qualche infiltrazione e carenze a livello di arredo soprattutto nelle sale di socialità.
Le stanze di pernottamento sono aperte e i detenuti possono muoversi tra i 4 piani ad eccezione del reparto femminile dove non possono muoversi dal loro piano.
Nel reparto femminile sono presenti 200 donne detenute: il 50% sono detenute straniere, molto numerosa l’etnia ROM.
Il numero degli ergastolani è di 83.
Sono fortemente in aumento i giovani adulti anche provenienti da Beccaria e i maltrattanti che vengono collocati prevalentemente al settimo reparto.
Solo una piccola fetta dei detenuti del 7°reparto usufruisce del trattamento intensivo per autori di reati violenti.
Viene riferito che i detenuti possono usufruire di 10 minuti di colloquio telefonico al giorno.
Sono presenti ventilatori in tutte le celle visitate ma la temperatura interna è molto alta soprattutto al femminile dove alcune finestre sono bloccate..
In particolare, la delegazione ha riscontrato:
- dato sul sovraffollamento e sulla capienza e mancanza personale
1648 detenuti presenti su capienza regolamentare 1267 (sito Ministero giustizia), con tasso di sovraffollamento del 130%
Personale educativo 22 educatori,
Personale sanitario 2 psicologhe ASST, 4 psichiatri di cui 2 dipendenti e 2 collaboratori, specialisti vari con ingressi max 3 volte al mese.
Viene portata la preoccupazione che ci siano problemi nel periodo estivo per accompagnamenti in ospedale per cure esterne.
- condizioni materiali delle celle e degli spazi comuni -
Le celle al femminile, salvo al piano terra, ospitano 6 o 7 detenute. Il bagno è nella stanza di pernottamento senza la doccia
Al maschile le celle da 3 sono adibite fino ad un massimo di 7 persone e quelle da 3 ad un massimo di 6.
Il quinto reparto trattandosi di pene lunghe ha celle singole o da 2 persone. Al maschile i bagni sono nelle stanze e le docce fuori con eccezione del 7°dove le docce sono nel bagno.
Le celle sono aperte dalle 7 alle 21.
Gli spazi comuni sono presenti ma completamente privi di arredi. Lo spazio esterno adibito ai colloqui con familiari ha arredi e zone d’ombra. I passeggi sono tutti di cemento e al sole
- Eventuali criticità sanitarie – Da quanto dichiarato il personale sanitario risulta sufficiente al fabbisogno per garantire copertura 24 ore.
La percentuale di disagio psichico è del 40% considerando le persone che prendono 2 psicofarmaci al giorno; se si considera un solo psicofarmaco la percentuale sale drasticamente raggiungendo il 90%. Sono presenti molte doppie diagnosi e difficoltà nel trattamento dei tossicodipendenti. Come ulteriori criticità sanitaria vengono segnalate cimici da letto e scabbia.
- Situazione delle attività lavorative, scolastiche e trattamentali – Sono presenti molte attività lavorative:
350 detenuti lavorano alle dipendenze dell’amministrazione mentre 175 in aziende interne, 208 lavorano all’esterno e 46 lavorano come semiliberi. E’ presente la scuola di ogni ordine e grado fino all’università.

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Il prossimo 14 luglio 34 istituti penitenziari italiani di 29 città saranno visitati da delegazioni composte da rappresentanti dell'Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, insieme a esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell'università, della cultura e della società civile, tra cui Alessandro Bergonzoni, Daria Bignardi, Ascanio Celestini, Marco Damilano, Davide Dileo (Boosta), Luigi Piana, Aurelio Picca, Vanessa Roghi e Pietro Sermonti. Nel complesso parteciperanno all’iniziativa oltre 330 persone.
L'obiettivo è riportare l'attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall'articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale.
L'Alleanza è nata a Roma lo scorso 6 febbraio, riunendo numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell'esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, e parte dalla volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall'espansione del diritto penale, dall'aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna.
I numeri descrivono una situazione ormai insostenibile. Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare. Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere.
Per questo motivo il 14 luglio le associazioni dell'Alleanza entreranno contemporaneamente in decine di istituti penitenziari, nella convinzione che il carcere debba tornare a essere conosciuto, osservato e discusso dalla società. Come ricordava Piero Calamandrei, per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere.
A Milano ci saranno visite a Opera, San Vittore, Bollate organizzate da Antigone, Cgil, Cnca, Caritas, Sesta Opera, Ordine degli psicologi lombardi.
Nell’Istituto Opera di via Camporgnago 40, la delegazione in visita, composta fra gli altri da Don Luigi Ciotti, Vincenzo Greco e Ivan Lembo di Cgil Milano, Diana De Marchi, consigliera di Città Metropolitana, incontrerà la stampa ed i giornalisti alle ore 12.00.
La sera del 14 luglio si parlerà di carcere anche alla festa per gli 80 anni dell’Anpi al Castello Sforzesco.
Lunedì 13 luglio, alle ore 14.00, una delegazione entrerà anche nel carcere minorile Beccaria. Saranno presenti l’Arcivescovo Mario Delpini, il segretario generale della Cgil milanese Luca Stanzione, la presidente di Antigone Valeria Verdolini, il consigliere regionale Luca Paladini, il presidente del Municipio 6 Santo Minniti.

Promotori dell’Alleanza per l’articolo 27
A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, CNCA -Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, CNVG - Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di Dentro.
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L’appello di 20 organizzazioni della società civile attive
per la tutela dei minori migranti
in occasione della votazione della misura oggi in plenaria a Bruxelles.
L’Europa non può permettere che migliaia di minori vengano lasciati indietro. Serve una legislazione che li protegga e non che li esponga a ulteriori rischi.
Per questo, 20 organizzazioni della società civile impegnate nella tutela di bambini, bambine e adolescenti (Ai.bi, Agevolando, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Caritas Italiana, Centro Astalli, CeSPI ETS, CIDAS, CISMAI, CNCA, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Cooperativa CivicoZero, Defence for Children International Italia, Intersos, Oxfam, Save the Children, SOS Villaggi dei bambini, Terre des Hommes Italia, Tutori in rete) lanciano oggi un appello urgente ai membri del Parlamento europeo affinché respingano in plenaria il compromesso raggiunto il 9 marzo tra PPE, ECR e PfE nella Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) sul cosiddetto Regolamento Rimpatri.
Secondo le organizzazioni, la proposta attuale mette seriamente a rischio migliaia di minori soli e famiglie con bambini, ignorando principi fondamentali del diritto europeo e internazionale in materia di diritti umani e aggravando le criticità di un sistema già fragile.
Il compromesso adottato in Commissione LIBE non introduce alcuna procedura chiara per valutare il superiore interesse del minore prima dell’adozione o dell’esecuzione di una decisione di rimpatrio. Il riferimento al superiore interesse rimane generico e privo di criteri su quando e come debba essere effettivamente accertato, né vengono indicate le conseguenze di tale valutazione sul processo decisionale.
La proposta consente inoltre periodi di detenzione fino a 24 mesi, anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati: nonostante numerosi esperti in tutela dell’infanzia abbiano stabilito che la detenzione dei minori non sia mai compatibile con il superiore interesse del minore, questo Regolamento ne prevede l’applicazione estensiva, seppure come misura di ultima istanza. Purtroppo, alcuni Stati membri già oggi detengono sistematicamente i minori e il compromesso rischia di legittimare e ampliare questa pratica estremamente lesiva dei loro diritti e della loro salute.
Vi è poi un ulteriore elemento di grave preoccupazione, vale a dire la possibilità di rimpatriare i minori, inclusi quelli non accompagnati, verso Paesi con cui essi non hanno alcun legame significativo né prospettive di integrazione sicura e dove non esistono garanzie adeguate di accoglienza, unità familiare o protezione, esponendoli a trasferimenti traumatici, a condizioni di vulnerabilità estrema e, anche in questo caso, a detenzione de facto.
Il compromesso non sembra poi affrontare cosa accade quando un rimpatrio non è possibile da eseguire, né immediatamente né nel lungo termine. Già oggi, due minori su tre coinvolti in procedure di rimpatrio restano nell’ Unione europea per anni, privi di uno status giuridico stabile o di accesso adeguato ai servizi di base. La nuova normativa rischierebbe di espandere questo limbo legale, aumentando il sovraccarico amministrativo per le autorità nazionali, e finirebbe ancora per portare a un ampio uso della detenzione come soluzione.
Le organizzazioni segnalano che il testo contiene disposizioni incompatibili con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, compresi principi essenziali come l’effetto sospensivo dei ricorsi. La proposta, inoltre, va in controtendenza rispetto alle indicazioni dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) e le raccomandazioni di quindici esperti ONU per i Diritti Umani, che hanno già richiamato l’UE al rispetto degli standard internazionali sulla protezione dei minori.
Questo compromesso potrebbe inoltre esporre l’Unione e gli Stati membri a contenziosi costosi, misure provvisorie, ricorsi ripetuti e possibili sanzioni, aggravando ulteriormente il carico amministrativo e giudiziario.
In vista del voto in plenaria, le organizzazioni firmatarie invitano l’intero Parlamento europeo a respingere questo compromesso e a lavorare per un quadro normativo che, invece, tuteli davvero l’interesse superiore del minore, rispetti i diritti fondamentali e gli standard internazionali, garantisca alternative stabili alla detenzione, evitandola per i minori, e preveda percorsi di protezione e inclusione per i bambini e le famiglie coinvolte.
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Fiera Milano Rho, da venerdì 13 a domenica 15 marzo 2026
“Di quante persone abbiamo bisogno (per cambiare il mondo)”
il filo rosso della nuova edizione di Fa’ la cosa giusta!
La fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili
Presentato il “filo rosso” della 22esima edizione di Fa’ la cosa giusta! in programma da venerdì 13 a domenica 15 marzo 2026: “Di quante persone abbiamo bisogno (per cambiare il mondo)” a Fiera Milano Rho. Ingresso gratuito e un’area espositiva che copre 30mila mq: la prima fase di iscrizioni per gli espositori si è chiusa con un aumento del 23 per cento. Punta quindi a nuovi record Fa’ la cosa giusta! che nel 2025 ha avuto 52 mila visitatori. Le iscrizioni per gli espositori sono aperte fino al 20 febbraio (www.falacosagiusta.org).
Fa’ la cosa giusta! è nata da un’idea ed è organizzata da Terre di mezzo Editore oltre che da Insieme nelle Terre di mezzo Odv.
Lo scorso anno sono state 550 le aziende e le associazioni presenti nelle aree tematiche dedicate all’abitare sostenibile, al cibo e alla sana alimentazione, alla cultura e partecipazione attiva, alla cosmesi naturale e biologica, alla moda etica, ai prodotti e servizi per famiglie e bambini. https://www.falacosagiusta.org/catalogo-espositori/
All’interno di Fa’ la cosa giusta! uno spazio crescente è dedicato al turismo sostenibile, in particolare con l’area della Fiera dei Grandi Cammini che, con i suoi 100 appuntamenti culturali e la presenza di tutte le associazioni del settore e quasi tutte le Regioni italiane, rappresenta l’appuntamento nazionale più importante. Dopo il film “Buen Camino” di Checco Zalone che ha riempito le sale e veleggia intorno ai 10 milioni di spettatori, ci si aspetta un boom di interesse anche per i Cammini e i grandi trek italiani. In fiera uno spazio speciale è dedicato al Cammino di Santiago di Compostela per tutti coloro che vogliono sapere che cos’è e come percorrerlo.
Ad arricchire l’offerta degli stand - dove i visitatori possono scoprire le buone pratiche e acquistare i prodotti proposti da aziende, associazioni, enti e gruppi di cittadini - si conferma anche il ricco programma culturale composto da centinaia di incontri e attività a cura di esperti, organizzati nelle “piazze”, aree interne di condivisione a cui tutti possono accedere. Il programma culturale è in continuo aggiornamento: https://www.falacosagiusta.org/la-fiera/programma-culturale/
È già definitivo invece il programma di “SFIDE - La scuola di tutti”, l’evento all’interno di Fa’ la cosa giusta! dedicato al mondo della scuola e organizzato da Terre di mezzo Editore in collaborazione con Edizioni Erickson e MCE (Movimento di Cooperazione Educativa). “Orientarci nella complessità” è il titolo di questa edizione 2026 che propone 100 incontri di formazione certificata - rivolti a insegnanti, dirigenti scolastici, studenti, famiglie e chiunque sia interessato al mondo dell’educazione - per interrogarsi sugli spazi di libertà e autonomia che i docenti dovranno abitare il prossimo anno scolastico, quando entreranno in vigore le Nuove Indicazioni Nazionali. Tra gli esperti presenti: Alberto Pellai, Barbara Tamborini, Pierdomenico Baccalario, Christian Raimo, Daniele Aristarco, Espérance Hakuzwimana, Amir Issaa, Chiara Faggiolani, Irene Biemmi, Giuseppe Burgio, Michele Arena, Marco Guastavigna e tante altre voci del pensiero critico del panorama educativo italiano. https://www.sfide-lascuoladitutti.it/programma/
Per partecipare agli eventi di SFIDE è necessario iscriversi e acquistare il biglietto sul sito: https://www.sfide-lascuoladitutti.it/
Fa’ la cosa giusta!
Fiera Milano Rho (padiglioni 16 e 20)
13-14-15 marzo 2026
Orari: ven e sab 9-20, dom 9.30-19
Ingresso gratuito previa registrazione sul sito: falacosagiusta.org
Fiera Milano Rho (Strada Statale Sempione 28, Rho - Milano) è raggiungibile con la Metropolitana ATM Linea Rossa M1 (fermata Rho-Fieramilano) e treni Trenord (S5/S6/S11 – Regionali/Regionali Veloci - Fermata Rho Fiera). Parcheggio a pagamento in loco.
Milano, gennaio 2026

Nell'ambito della sezione Sfide - La Scuola di tutti, sono molti gli incontri dedicati agli adolescenti. In particolare:
- Infanzie e adolescenze transgender: strumenti e riflessioni per educare al genere con Giuseppe Burgio, Sabina Pignataro e Alessia Ale* Santambrogio
- Educare al consenso sul palcoscenico scolastico. Promuovere relazioni sane e rispettose tra ragazze e ragazzi con Elena Ciampi e Caterina Di Chio
- Educare i maschi alla parità. Come gli albi illustrati possono aprire mondi e modelli relazionali più equi con Irene Biemmi, Fondazione Cecchettin
- Gli stereotipi di genere nelle professioni. Strumenti utili per riconoscerli e contrastarli con Centri Antiviolenza E.M.M.A.
- Adolescenti costruttori di bellezza. I percorsi di crescita tra opportunità e rischi del nostro tempo" con Alberto Pellai e Barbara Tamborini,
- "Oltre la tecnofobia. Corpo, gesto e tecnologie digitali" con Giulio De Vivo, Stefano Moriggi e Domenico Russo,
- "Coltivare fiori nel caos: la scuola di fronte alle nuove sofferenze degli adolescenti", con Davide Fant,
- "Potere alle parole. Come portare il linguaggio trasversale della musica Rap nella didattica delle discipline" con Amir Issaa,
- "Che cosa vuoi fare da grande? Perché orientare gli studenti alla vita, non alle professioni" con Michele Arena e Michele Dal Lago
- Scritto da Ubiminor
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Le Organizzazioni del Tavolo Minori Migranti promuovono un appello al Governo e al Parlamento affinché si fermi l’adozione di norme che rischiano di compromettere alcune fra le principali tutele previste per i minori non accompagnati e i neomaggiorenni
“Il DDL Immigrazione, varato l’11 febbraio dal Consiglio dei Ministri, mette a rischio i diritti dei minori, mina le fondamenta della L.47/2017 e ostacola l’inclusione di migliaia di adolescenti e giovanissimi/e”. Lo dichiara il Tavolo Minori Migranti, coordinato da Save the Children, appellandosi a Governo e Parlamento. Promuovono l’appello 22 Organizzazioni della società civile: Ai.Bi., Amnesty Interna0onal Italia, Associazione Agevolando, ARCI, ASGI, Caritas Italiana, Centro Astalli, CeSPI, CIDAS, CISMAI, CNCA, CIR-Consiglio Italiano per i Rifugia0, Coopera0va CivicoZero, Defence for Children Interna0onal, Emergency, Fondazione Terre des Hommes Italia, Intersos, Oxfam Italia, Salesiani per il Sociale, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei Bambini, Tutori in Rete.
Ancora una volta, la L. 47 viene minacciata da proposte peggiorative, nonostante sia una normativa modello per la protezione dei minorenni, unica in Europa e, come tale, da più parti riconosciuta come punto di riferimento. La L.47 del 2017 sui minori non accompagnati, nota come “Legge Zampa”, è volta a garantire la piena realizzazione dei diri> dei minorenni che arrivano da soli in Italia a seguito di viaggi drammatici, spesso traumatizzati e disorientati, attraverso un percorso di protezione, inclusione e piena integrazione nella società. Essa, vale la pena ricordarlo, venne approvata ad ampia maggioranza parlamentare. Alla sua progressiva attuazione hanno contribuito, nei quasi nove anni dalla sua adozione, le istituzioni competenti a livello centrale e territoriale, le organizzazioni della società civile, gli operatori sociali e i singoli cittadini e cittadine che, come tutrici e tutori volontari, famiglie affidatarie, volontari e attivisti, sostengono ogni giorno bambini, bambine e adolescenF che arrivano soli in Italia.
Le proposte contenute nel DDL Immigrazione minano alcuni tra gli istituti principali della L.47, come il cosiddetto “prosieguo amministrativo”, colpendo, inspiegabilmente, proprio ragazze e ragazzi avviati in un percorso di inclusione e adottando un approccio che sembra voler sottrarre al controllo giudiziario sempre più passaggi. Esse inoltre possono avere un impatto drammatico in caso di ragazzi e ragazze con bisogni particolari, vulnerabilità e fragilità. Il prosieguo amministrativo è un istituto che consente a coloro che, essendo arrivati da minori non accompagnati, necessitano di supporto oltre il compimento dei 18 anni, di accedere alla continuità dell’accoglienza, dietro decisione del Tribunale per i minorenni. Questa misura al momento è prevista dalla legge fino al ventunesimo anno di età e consente ai ragazzi neomaggiorenni di completare i percorsi di istruzione, formazione o inserimento lavorativo, nonché il consolidamento di relazioni e legami, avviati prima dei 18 anni e funzionali a una piena integrazione. Il prosieguo amministrativo non è un “beneficio accessorio”, quanto piuttosto la disposizione di un tempo necessario per consolidare competenze, completare un ciclo scolastico, ottenere una qualifica professionale o entrare nel mondo del lavoro con strumenti adeguati. In altre parole, diventare parte della comunità, imparandone anche obblighi e responsabilità.
Qualora le modifiche restrittive contenute nel testo informalmente circolato del DDL venissero confermate nel testo ufficiale e approvate dal Parlamento – ipotesi che le Organizzazioni firmatarie chiedono di scongiurare - si rischierebbe un ridimensionamento delle garanzie oggi riconosciute ai minori e neomaggiorenni stranieri non accompagnati, con il risultato concreto di comprimere gli strumenti di protezione e accompagnamento. Intervenire sul prosieguo amministrativo rischia di produrre un duplice danno, da un lato ostacolando l’autonomia di giovani che stanno costruendo un percorso positivo, dall’altro aumentandone la vulnerabilità sociale, spingendo molti di loro ai margini, a condizioni di precarietà abitativa e sfruttamento lavoraTIvo e rendendo più difficile ogni forma di inclusione reale. Tali norme non farebbero che aumentare il rischio di marginalità sociale, creando nuove sacche di vulnerabilità e indebolendo un sistema già messo alla prova, con risultaTI disastrosi.
Le modifiche proposte, inoltre, comporterebbero una disparità di trattamento tra i minori e neomaggiorenni stranieri non accompagnati e i loro coetanei fuori famiglia a seguito di un provvedimento del Magistrato. L’ordinamento[1] infatti consente a questi ultimi di accedere a misure di accompagnamento fino ai 21 anni, beneficiando della continuità del progetto educativo individualizzato intrapreso. Allo stesso modo e ispirandosi agli stessi principi, il prosieguo amministrativo per minori non accompagnati nasce come strumento pensato per i ragazzi che affrontano il passaggio alla vita adulta senza una rete familiare su cui contare.
Non avere una famiglia accanto durante l’adolescenza significa trovarsi, a 18 anni, improvvisamente soli proprio nel momento in cui normalmente ogni giovane continua ad avere bisogno di sostegno: un luogo dove tornare, qualcuno che accompagni nelle scelte, un aiuto nel sostenere un percorso di studio, nel cercare lavoro, nel costruire un progetto di vita.
Per i ragazzi che crescono fuori dalla propria famiglia, il compimento dei 18 anni non coincide infatti con una reale autonomia, ma con la perdita improvvisa di una parte delle tutele che li hanno accompagnati fino a quel momento. È proprio in questo passaggio che il diritto ad un accompagnamento graduale diventa ancora più essenziale, per evitare che l’uscita dal sistema di accoglienza si trasformi in una condizione di solitudine e vulnerabilità.
Sono diverse migliaia i ragazzi nella fascia 18-21, ancora in una condizione di fragilità, presenti attualmente nel sistema ed è semplice calcolare che altre migliaia se ne aggiungeranno quando i diciassettenni attualmente accolti compiranno 18 anni. Le norme che impattano sul prosieguo amministrativo sarebbero estremamente dannose per la qualità dei percorsi di accoglienza e inclusione, la loro sostenibilità nel tempo e, di fatto, la vita di tanti ragazzi e ragazze.
Le misure proposte dal DDL immigrazione andrebbero anche a peggiorare le procedure di rimpatrio assistito e volontario: la centralità del Tribunale per i minorenni, che nel sistema attuale ha il compito centrale di prendere una decisione a riguardo, garantisce che essa venga adottata dopo un’attenta valutazione, nel rispetto del superiore interesse del minore e delle convenzioni internazionali, ambito in cui l’organo giurisdizionale ha competenza specifica. Il DDL immigrazione trasferirebbe questa competenza al Prefetto, sentito il Tribunale: verrebbe dunque spostata dal giudice all’autorità amministrativa la prerogativa di una decisione che impatta sui diri> fondamentali dei minori. Tale trasferimento ridurrebbe le garanzie di tutela. Mantenere la competenza in capo al Tribunale per i minorenni resta quindi essenziale per avere decisioni prese nell’interesse superiore del minore, come indicato dalla Convenzione ONU sui diri> dell’infanzia e dell’adolescenza, evitando la prevalenza di criteri amministrativi, priorità di ordine pubblico o disomogeneità territoriale.
Per queste ragioni, il Tavolo Minori Migranti chiede con forza al Governo di ritirare le proposte restrittive avanzate e al Parlamento di non approvare le modifiche previste dal DDL Immigrazione che incidono sul sistema di tutela dei minori stranieri non accompagnati e, in particolare, sul prosieguo amministrativo e sul rimpatrio assistito.
Il Tavolo ribadisce la sua disponibilità ad un confronto immediato approfondito e costruttivo con Governo e Parlamento, affinché venga valorizzato il sistema attuale di tutela che rappresenta un presidio avanzato di garanzia dei diri> per i soggetti più vulnerabili, quali sono i minori migranti soli che, anche attraverso l'affidamento familiare, possono essere generatori di infrastrutturazione sociale, portatrice di sicurezza endogena ed esogena.
La piena attuazione della L.47, ancora non adeguatamente realizzata, non soltanto propone fondamentali garanzie ma costituisce il sistema e le traiettorie per un'accoglienza adeguata, efficace e sostenibile. Se si vuole contribuire al benessere dei ragazzi e delle ragazze, alla loro piena inclusione, e quindi alla coesione sociale e al benessere dell’intera collettività, è necessario far vivere questa legge in tutte le sue parti ed evitare interventi peggiorativi come quelli proposti.
Roma, 17 febbraio 2026
[1] in forza del combinato disposto dell’art. 29 R.D. n. 1404/34, in base al quale i provvedimenti minorili proseguono fino al ventunesimo anno di età, ed all’art. 23 della legge n. 39/75 che abbassando a 18 anni la maggiore età, ha mantenuto il ventunesimo anno come limite entro cui l’interessato ha diritto a continuare il progetto educativo o formativo in atto.
- Scritto da Ubiminor
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La giustizia minorile italiana sta vivendo una fase di regressione drammatica. Un sistema un tempo all’avanguardia in Europa sta oggi rinnegando i suoi stessi principi fondativi, virando verso una logica esclusivamente punitiva e abbandonando il suo approccio educativo.
L’Associazione Antigone, Defence for Children Italia e Libera, hanno lanciato un appello urgente per fermare la deriva repressiva e riaffermare il ruolo della giustizia minorile come spazio di accompagnamento, reinserimento e tutela.
Dal 2022 a oggi, il numero di giovani detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del 55%, passando da 392 a 611 presenze. Un'impennata dovuta in larga parte al cosiddetto Decreto Caivano che, entrato in vigore nel settembre 2023, ha ampliato la possibilità di custodia cautelare per i minorenni e ridotto l’utilizzo delle misure alternative al carcere. Numeri che sarebbero ben superiori se non fosse che molti giovani anche quando hanno compiuto il reato da minorenni e che potevano permanere in Ipm fino ai 25 anni sono invece stati trasferiti in carceri per adulti al compimento della maggiore età, pratica che il Decreto Caivano ha grandemente facilitato in chiave punitiva nel totale disinteresse per il percorso educativo del giovane.
Tutto questo, nonostante nel 2023 le segnalazioni a carico di minorenni siano diminuite del 4,15%.
Oggi 9 Ipm su 17 soffrono di sovraffollamento. A Treviso si sfiora il doppio delle presenze rispetto ai posti disponibili, mentre a Milano e Cagliari il tasso di affollamento tocca il 150%. Ragazzi costretti a dormire su materassi gettati a terra, privati di percorsi educativi, lasciati per ore in cella senza attività. Un quadro che non si era mai registrato prima nel sistema della giustizia minorile.
Per ovviare al sovraffollamento si è scelto di trasformare in Ipm una sezione del carcere bolognese per adulti della Dozza, transitata repentinamente sotto la gestione del Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità con un atto amministrativo, che non ne muta tuttavia le caratteristiche strutturali: un carcere minorile imprigionato in un carcere per adulti che rompe in maniera plastica il principio internazionalmente riconosciuto della netta distinzione che sempre deve esserci tra la risposta penale destinata agli adulti e quella destinata ai ragazzi.
Sempre di più, al contrario, la nostra giustizia minorile va assomigliando a quella degli adulti tradendo principi ed impegni internazionali assunti dalle nostre istituzioni in relazione alle persone minorenni e alla loro relazione con il sistema di giustizia.
«Le carceri minorili si stanno trasformando in luoghi di abbandono. La risposta dello Stato è la punizione, la repressione, l’isolamento - affermano i promotori dell'appello - ma così si viola la Costituzione, si tradiscono gli impegni internazionali e si spezzano vite in crescita».
In linea con i principi e le norme della Convenzione ONU sui diritti dell'Infanzia e dell'adolescenza, in particolare art. 37 e 40, ulteriormente specificati dal Comitato ONU CRC nel suo Commento Generale n°10 del 2007 e n°24 del 2019, tenendo presente l e linee guida del Consiglio d'Europa per una giustizia a misura di minorenne, alla luce della Direttiva UE 2016/800 sulle garanzie procedurali per i minori indagati o imputati nei procedimenti penali nell'appello sono state avanzate diverse richieste:
- l'abolizione del Decreto Caivano;
- l'assunzione di educatori e assistenti sociali adeguatamente formati anche in relazione ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e alle loro specifiche vulnerabilità;
- la formazione adeguata, costante e verificata della polizia penitenziaria basata sui principi e le norme relative ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;
- la realizzazione di una valutazione individuale per ogni minorenne che entra in Ipm e di un piano educativo integrato che renda efficace il percorso rieducativo;
- la presenza costante in Ipm di competenze e risorse per la mediazione culturale;
- la chiusura immediata della sezione Ipm nel carcere per adulti di Bologna;
- la costituzione di sezioni a custodia attenuata, come previsto dal D. Lgs. n. 121/2018;
- l'effettiva possibilità di far usufruire i giovani in Ipm delle visite prolungate previste dal D. Lgs. n. 121/2018;
- l'applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 10/2024 sull’affettività in carcere;
- l' abolizione della sanzione disciplinare dell’isolamento penitenziario, come previsto dalla Regola 45 delle Mandela Rules delle Nazioni Unite;
- il raccordo degli Ipm con le scuole e i servizi del territorio anche prevedendo la frequentazione di scuole esterne da parte dei ragazzi;
- i l maggiore impegno da parte delle Regioni nell’offerta di formazione professionale per i ragazzi nel circuito penale;
- il potenziamento del sostegno alle comunità che ospitano ragazzi del circuito penale,
garantendo reale integrazione socio sanitaria;
- il monitoraggio della salute psico fisica e adeguata presa in carico per garantire sempre il superiore interesse delle persone minorenni;
- il supporto e il rinforzo di meccanismi per il monitoraggio indipendente di tutti i luoghi di detenzione dove sono presenti persone minorenni;
«È tempo di tornare a una giustizia che accompagna, non che punisce. Una giustizia che crede nei ragazzi, nelle loro possibilità, nel loro futuro», concludono i promotori dell'appello.
Hanno finora aderito:
A Buon Diritto
ÀP - Antimafia Pop Academy
ARCI
ARPJTETTO Ets
Associazione AMALTEA
Chi rom e...chi no
Cittadinanzattiva
Conferenza nazionale dei Garanti
territoriali delle persone private della
libertà personale
Conferenza Regionale Volontariato
Giustizia del Friuli Venezia Giulia
Cooperativa Sociale Diversamente
CNCA
CNVG – Conferenza Nazionale Volontariato
Giustizia
Giuristi Democratici
ISMES - Istituto per la mediazione
sistemica
L'Altro Diritto
Opera Don Calabria
Ristretti Orizzonti
Terre des Hommes
UISP
Hanno altresì aderito:
Valentina Calderone - Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale del Comune di Roma
Doriano Saracino - Garante dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della Libertà personale della Regione Liguria
Gianluca Schiavon - Responsabile nazionale Giustizia del PCR

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