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Fermo immagine

Isabella (29 anni) è in sala d’attesa del pediatra insieme alla piccola Gaia (9 mesi) per la consueta visita mensile tesa a verificare la crescita della bambina, e dove finalmente potrà rivolgere al medico i quesiti che si è appuntata, sotto suo consiglio, tra una visita di controllo e l’altra: posso inserire le fragole nell’alimentazione? La piccola si sveglia ancora durante la notte e noi siamo esausti, che possiamo fare? Ancora non sembra indicare gli oggetti, va tutto bene? È cresciuta? Mentre Isabella fa un rapido rewind della sua checklist, Gaia seduta sulle sue ginocchia rivolge lo sguardo al bambino seduto accanto a lei di circa 1 anno e mezzo, che scorre con il suo ditino le immagini colorate sullo schermo del tablet, mentre davanti a lei un’altra bambina della stessa età circa ha in mano lo smartphone della mamma e sorride al touchscreen, completamente assorta da Peppa Pig che canta una canzoncina. In sala d’attesa c’è in silenzio inconsueto per un ambiente in cui le voci dei bambini si facevano sentire con tutto il loro carico di vitalità, energia, sguardi vivaci tesi a cogliere lo sguardo dell’altro come guida orientativa di comprensione della realtà.

Non sappiamo con certezza cosa si cela emotivamente dietro agli agiti dei nostri giovani ma, ancora oggi, troppo spesso, tendiamo ad etichettare la poca coerenza del loro passo dinoccolato, emblema della fragilità del sé, come maleducazione, poco impegno, assenza di volontà, di determinazione, di progettualità.

20220302 dinoccolato 1

Siamo andati avanti, abbiamo timidamente camminato, a volte corso senza vedere la meta, ci siamo ritirati, abbiamo chiuso il tempo fuori dalle nostre stanze, abbiamo imparato a comunicare, a lavorare, a studiare e ad insegnare in altro modo ma per fare questo, tutti, grandi e piccini, ci siamo rivolti al legame con l’altro che, nel mix interattivo tra la distanza e la presenza, nella fondatezza o nella precarietà del nostro Noi ha garantito la solidità del nostro Io o messo a dura prova la fragilità dello stesso.

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20201209 dopo 3

Io ho paura quando finirà. Non so più come mi dovrò comportare, se posso abbracciarti, se posso sorridere, se posso dare una pacca sulle spalle a Rosaria come facevo prima. Sembra che il tempo abbia cancellato i miei ricordi.

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Il web ci ha unito tutti. Siamo connessi in rete, siamo sempre in contatto, ci vediamo, ci seguiamo, sappiamo dove siamo, cosa facciamo, come siamo vestiti, cosa mangiamo, quando andiamo a dormire e quando ci svegliamo. Abbiamo acquisito tanto ma nel contempo abbiamo perso tanto, soprattutto e paradossalmente la capacità di parola.

Non pensavo potessi trasformarti in un mostro.

Ho sempre creduto alle tue parole, alle tue gentilezze, alle tue carezze, al tuo sorriso da bambino, al tuo essere sempre presente, alla tua presunta gelosia, ma anche i tuoi scoppi d’ira, al tuo cambiare lo sguardo, alle tue accuse, alle tue stranezze.

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Oggi più che mai la mente ha bisogno di silenzio, dell’ascolto diretto di sé stessa senza lasciarsi inficiare da pensieri altrui, da suggestioni, da commenti che entrano nel nostro armamentario cognitivo senza averne consapevolezza.

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20190618 maturità

Domani i nativi digitali, pargoli della società del 2000, dovranno lottare per divenire grandi, quella maturità che hanno tanto sognato fin da piccoli e che hanno inseguito passo passo diventando i protagonisti principali della rivoluzione digitale.

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Chiudete la bocca, chiudete gli occhi, pensate alla vostra mamma e pronunciate la parola MAMMA. Ripetiamolo adesso con un piccolo sforzo in più. Concentriamoci sull’apertura e la chiusura della bocca e diamo enfasi alla parola nella sua suddivisione: MA-M-MA.

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Mamma perché l’hai fatto? Non dirlo che lo hai fatto per me perché saresti ipocrita e se invece lo hai fatto per me hai sbagliato perché non si può rinunciare alla tua vita per il bene dei figli?
Bene dei figli poi, che bene è stato il mio se sono cresciuta con i litigi tra te e papà fino a notte fonda?
Davvero pensavi che non sentissi, che dormissi, ma caspita come facevo?