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Sono stata interpellata dal Tribunale minorile per una valutazione genitoriale di una coppia migrante mista: madre, padre e figlio di tre anni sono stati separati in seguito alla disperazione del signore che pare abbia minacciato di sacrificare il bambino se non fosse stato ascoltato dai servizi territoriali.

20131107 migranti


si capisce dunque come la malattia psichica emerga come incorporazione delle profonde disuguaglianze sociali e abbia a che fare con la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo

Al di là del significato culturale, più o meno incompreso, che può aver assunto la frase detta e le conseguenti ripercussioni sull’intero nucleo, siamo qui di fronte a una caso di violenza strutturale. Tale concetto nasce in antropologia con lo scopo di analizzare la moderna vita sociale e sta ad indicare “una violenza esercitata in modo sistematico, e quindi indiretto, da chiunque appartenga a un certo ordine sociale, da qui deriva il disagio che queste idee provocano in un’economia morale ancora legata all’attribuzione degli encomi e delle colpe ad attori individuali” (Farmer, 2004). Questa è incorporata sotto forma di eventi avversi come la povertà o la marginalizzazione per motivi razziali o di genere. Da questa premessa si capisce dunque come la malattia psichica emerga come incorporazione delle profonde disuguaglianze sociali e abbia a che fare con la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.

E questo è proprio quello che è successo alla coppia analizzata: dapprima persone invisibili, senza permesso di soggiorno e con un lavoro in nero, diventano poi conosciuti e suscitano “pietà”, tanto da far scatenare il consiglio di zona e i servizi sociali per aiutarli nel modo più consono possibile a ottenere casa e documenti. Fin qui niente di strano. Poi però subentrano i tempi burocratici, l’opposizione di alcuni servizi, l’essere mandati di ufficio in ufficio, sentire tante promesse e vedere solo la precarietà della nuova situazione.

La domanda sorge spontanea: perché sono stati sradicati da una situazione precaria ma che loro riuscivano a gestire e tollerare? Perché ora devono essere in balia degli altri e non capire dove stanno andando, non essere più i protagonisti della loro vita?

A questo si aggiunge il sentirsi abbandonati e cercare di riscattare con le proprie forze le promesse fatte e non mantenute. Forse è subentrata una tale disperazione e offuscamento, al punto da dire una frase assurda e insensata a livello culturale, ma talmente spaventosa per la nostra società da far scattare un procedimento penale e sanitario, una separazione forzata e il sottoporsi a valutazione psicologica.

perché sono stati sradicati da una situazione precaria ma che loro riuscivano a gestire e tollerare? Perché ora devono essere in balia degli altri e non capire dove stanno andando, non essere più i protagonisti della loro vita?

Le risposte le possiamo trovare su due livelli: il fatto che lo straniero irregolare è una vittima ridotta a suscitare compassione e che la discriminazione causa sofferenza.

I “poveretti” diventano quelli che ci fanno paura: chi non conosciamo e percepiamo diverso da noi ci fa timore. A questa si reagisce con i mezzi culturali che ci sembrano più idonei per fronteggiare il pericolo, senza pensare alle conseguenze o che provare a conoscere quella differenza culturale può dare nuove lenti di lettura della situazione stessa e quindi affrontarla anche con strumenti diversi, dando quindi un aiuto autentico.

Ma c’è chi ci crede che il gesto commesso da quest’uomo non sia spaventoso ma solo dettato dalla disperazione. Altre domande e curiosità poi si costruiscono intorno a questa coppia mista migrante.

Bisogna considerare anche queste come fonte di pregiudizio e forse anche giudizio?

Mi sono chiesta più volte quanto questa prassi valutativa, sebbene necessaria, fosse stata un’ulteriore violenza nei confronti di questa famiglia.

La vicenda si è conclusa positivamente per la coppia e il piccolo, che sono stati ricongiunti e ora vivono nella stessa casa: non posso non chiedermi però anche se c’è qualcosa che non è stata vista o fatta a causa della mancanza di tempo, dettata dalle pressioni dei due genitori, che volevano stare insieme e vivere felici, e dai tempi istituzionali, e se anche noi non abbiamo agito una sorta di violenza strutturale nei loro confronti. Non posso infine non chiedermi quali e quanti segni resteranno sul corpo e sulla psiche del bambino e secondo quali tratti, pregiudizi, stereotipi verrà cresciuto. Mi domando quale integrazione e quali compromessi riuscirà a fare delle tre culture in cui è immerso tutti i giorni, dopo tanta tacita violenza da parte del Paese in cui è nato.

 

L'autore.
Chiara Dragoni, laureata in Psicologia Clinica, è Psicoterapeuta transculturale.

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