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Il pericolo più grande è non farsi alcuna domanda, non essere critici e ragionare solo e soltanto per semplificazioni e luoghi comuni. Questi temi non possono e non devono essere racchiusi dentro sterili semplicismi che non rendono giustizia al valore ed allo spessore umano di chiunque, vittima o autore di reato. I pensieri difficili, quelli complessi e anche un po’ nascosti, sono ciò che andrebbe sempre ricercato. La semplicità non racchiude la verità, ammesso che questa esista.

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 Anticipiamo qui una parte della riflessione di Davide Cardilli sul caso fiorentino dell'assoluzione di un gruppo di uomini accusati di violenza sessuale di gruppo. Il testo nella sua interezza è pubblicato su Ubiminor Rivista.

La vicenda ha inizio dalla denuncia sporta da una ventitreenne nei confronti di alcuni suoi amici nell’estate del 2008 per una presunta violenza sessuale di gruppo consumatasi nel parcheggio della Fortezza da Basso di Firenze dopo una festa a cui tutti avevano partecipato. In primo grado i sei imputati, ritenuti responsabili, furono condannati alla pena di quattro anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Lo scorso marzo la Corte di Appello di Firenze, ribaltando completamente la sentenza precedente, li ha assolti tutti perché “il fatto non sussiste”. L’accusa sosteneva che il gruppo avesse fatto ubriacare la ragazza durante la serata per poi portarla in macchina dove avvenne lo stupro approfittando dello stato di “menomata attenzione” della giovane. La difesa degli imputati ha sempre ritenuto, invece, che la ragazza fosse consapevole e consenziente al rapporto.

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Al di là del merito della vicenda processuale che non si vuole in alcun modo qua giudicare, non avendone neppure i mezzi necessari per farlo, è evidente però come il dibattito che emerge dalle due posizioni che vengono a delinearsi sia quello che molte volte serpeggia, pericolosamente, nell’opinione pubblica anche, e soprattutto, quando autori e vittime dei fatti di cui si discorre sono minorenni.

Primo fra tutti rileva il tema del consenso e dell’errata percezione della mancanza dello stesso che conduce all’inesatta interpretazione della volontà della vittima di molti reati sessuali. È indubbiamente questo un tema tanto scivoloso quanto pericoloso che conduce non solo legali e imputati, ma anche chi scrive, ad essere stato più volte tacciato di connivenza, quantomeno ideologica, con gli autori di questi reati. Non si tratta ovviamente, e forse non c’è neanche bisogno di chiarirlo, di questo ma dell’importanza di analizzare questi episodi nelle dinamiche reali che a volte assumono, al di là dell’immaginario collettivo costruito intorno agli stessi.

Se la visione generale dello stupro di gruppo è quella della fanciulla assalita improvvisamente da alcuni sconosciuti che abusano di lei senza che la stessa possa in alcun modo opporsi alla loro forza, la realtà, per fortuna o purtroppo, presenta profili alquanto diversi e multiformi. Nella maggioranza dei casi infatti tra vittima e autori del reato intercorre un rapporto di amicizia o, almeno, di forte conoscenza.

La vittima si presenta spontaneamente nel luogo dove avverrà l’abuso e questo molte volte perde completamente i connotati della violenza estrema della raffigurazione popolare trasformandosi in un luogo situato al confine tra il detto e il taciuto, dove il “no” o il “basta” non vengono pronunciati oppure dove la percezione dell’esatta portata degli stessi è completamente alterata e difficilmente percepibile. In alcuni casi la convinzione, negli autori dei fatti, del consenso della vittima è reale come è altrettanto reale il dissenso della stessa che però non viene correttamente percepito o risulta inquadrato in qualcos’altro, ritrosia forse o volontà di non lasciarsi subito andare. Perché, ragionando sempre nell’ottica comune ma senza affermare che questa sia corretta, anzi, possiamo onestamente affermare che una ragazza che si concede subito può ragionevolmente essere classificata come “una facile”, per non parlare poi di una che prende l’iniziativa, troppo distante dal “modello femminile” per lungo tempo dominante nella nostra società. Ed è per questo che in tali situazioni si parla di quella che viene definita come “resistenza simbolica”, identificando nella stessa il comportamento della donna che pur desiderando un approccio sessuale e acconsentendovi successivamente, nega inizialmente il proprio consenso allo stesso per rispettare quelli che vengono denominati processi di apprendimento e di socializzazione di genere-ruolo.

È indubbio che i fenomeni di “resistenza simbolica” possano concretamente condurre a trappole e fraintendimenti aumentando così la possibilità di incorrere in un “date rape” traducibile, senza alcuna pretesa di precisione, come “stupro su appuntamento”. La tematica del consenso, reale o presunto, riveste pertanto un’importanza notevole, soprattutto quando ci si riferisce agli adolescenti, sprovvisti in molti casi dei corretti elementi tanto per comprendere il consenso espresso da un’altra persona quanto per esprimerne appieno uno in modo tale che sia inequivocabilmente comprensibile dagli interlocutori. Sempre riferendosi agli adolescenti poi bisognerebbe vagliare attentamente il modo con cui le ragazze affrontano il cambiamento del loro corpo e l’effetto che questo provoca sui coetanei di sesso maschile.

L’ingenuità nel gestire alcune situazioni ed il tentativo di ritagliarsi un posto nel gruppo anche attraverso l’utilizzo, in buona fede, della propria bellezza e avvenenza possono indubbiamente creare dinamiche distorte, tanto comuni quanto pericolose, nel rapporto con i pari. Da quanto fin qui affermato, è possibile forse apprezzare l’importanza e allo stesso tempo la fragilità del tema del consenso in adolescenza. Da questo non si può, ovviamente, dedurre che tutti gli autori di reati sessuali abbiano male interpretato il consenso espresso dalla vittima, quasi creando una scusante generale e pericolosamente generalizzabile. Allo stesso tempo però non si può neanche sempre presupporre che le intenzioni ed il consenso siano sempre chiari e inequivoci semplificando erroneamente, e di errore grave si parlerebbe ad avviso di chi scrive, un tema delicato e complesso che merita sicuramente la giusta profondità di analisi. [...]


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