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Riporto di seguito una riflessione di Franco Ottolenghi che ho sentito alla presentazione del suo libro “Vita, fortuna e detti di Mesione filosofo”, appena uscito, perché mi sembra un buon punto di partenza per inquadrare il problema.

“Siamo di fronte alla necessità di rielaborare le fasi, i moti e gli strumenti della nostra convivenza. In questo momento siamo passati da un convivere relativamente certo a una situazione che rasenta la lotta per la sopravvivenza. Siamo passati da un convivere a un sopravvivere. Questo postula che chi si occupa di faccende che riguardano l'uomo, in termini professionalmente accettabili, debba ancorarsi ad una visione del mondo nella quale diventa importante l’idea di salvezza.

20140109 sognare

L’idea di salvezza è presente nella nostra cultura e nella cultura del paradigma occidentale fondamentalmente sulla base dell’esperienza religiosa ed è certamente importante e significativo che sia così. Abbiamo però bisogno di declinare l’idea di salvezza con modalità che siano padroneggiate da coloro che sono coinvolti in questo problema e non possedute e dirette da potenze estranee, da potenze aliene. Questo che cosa ha come retro-pensiero? Una riflessione sui termini della convivenza democratica perché se noi affrontiamo la situazione da questo punto di vista siamo costretti ad ammettere che gli strumenti che ci siamo dati per organizzarci al meglio della sicurezza e dei diritti umani nella nostra vita comune non vanno più bene, non bastano più. C’è un collasso della politica che è il prodotto della crisi dei paradigmi che stiamo vivendo. L’occidente che prometteva crescita dei beni e crescita dei diritti non ce la fa più o dal lato delle risorse economiche o dal lato dell’elaborazione istituzionale. Che cosa produce poi questa situazione nel nostro modo di vivere, nella nostra agenda quotidiana. Io trovo che uno degli effetti più drammatici  di questa situazione sia quella che chiamo la “tirannia dell’effettuale”. Effettuale è una parola nobilissima che ha una grande ascendenza. Tutti voi avete letto Machiavelli e quindi hanno saputo far tesoro del consiglio “Meglio andare dietro alla verità effettuale della cosa che non all’immaginazione di essa”. Io trovo che è stato fatto un abuso della categoria dell’effettualità e che questa cosa si sia tradotta in una organizzazione del vivere pubblico che esclude le alternative cioè esclude la possibilità di migliorare. Il mio eroe si batte contro questa condizione. Il destino degli eroi nella tradizione che noi conosciamo sono tutti destini tragici. Il mio eroe no, Il mio eroe ha successo.”

 Franco Ottolenghi.

All’interno della famiglia sempre più spesso mi capita di interpretare il conflitto come il tentativo reiterato ad oltranza dalla coppia genitoriale di rianimare, con rabbia e talvolta con terribile violenza, una relazione che i genitori non si rassegnano a considerare a termine. Come può, in questi casi, la famiglia essere il luogo dell’educazione e quindi prioritario rifornimento di motivazione e speranza per il futuro?


La crisi della società occidentale ci sospinge a considerare esclusivamente "la verità effettuale della cosa" mentre i nostri figli vorrebbero sognare ancora, immaginare un futuro migliore. Dobbiamo assicurare loro il diritto di distogliere lo sguardo dall'emergenza, dalla preoccupazione della realtà contingente perché possano crescere nella ricerca di nuovi strumenti del vivere democratico. Questo mi sembra oggi il nuovo compito della tutela minorile: assicurare ai nostri figli uno spazio di pensiero orientato verso il futuro, la possibilità di distrarsi dal presente o da un passato traumatico per dedicarsi alla scoperta della verità e alla possibilità di migliorare.

Potremmo ripensare ai problemi emergenti nella famiglia e negli adolescenti che non rispettano le regole partendo da questo vertice di riflessione, se lo condividete.

In questo caso non potremmo che considerare la delinquenza minorile come l’espressione, talvolta disperata, di giovani che non si rassegnano a perdere la speranza e che cercano di padroneggiare con atti aggressivi, predatori e devastanti la loro salvezza. Mi piacerebbe quindi porre al centro della discussione un tema di sempre maggiore attualità: in che modo la detenzione può favorire la scoperta di modi differenti per padroneggiare la salvezza. In altre parole, in un momento in cui l’Europa ci spinge ad una riflessione sul nostro sistema carcerario mi chiedo: qual è la necessità degli istituti di pena minorili? Quale il loro costo? Quali le alternative? Come poter proporre un’alternativa conciliativa e riparativa di intervento con il minore autore di reato?

Ugualmente, all’interno della famiglia sempre più spesso mi capita di interpretare il conflitto come il tentativo reiterato ad oltranza dalla coppia genitoriale di rianimare, con rabbia e talvolta con terribile violenza, una relazione che i genitori non si rassegnano a considerare a termine. La difesa dalla paura che la fine di una relazione possa coincidere con la fine della speranza, e costringerli allo schiacciamento su una realtà effettuale in cui la propria solitudine non trova più sollievo sostiene invece la conflittualità e la rabbia che può degenerare in violenza. Come può, in questi casi, la famiglia essere il luogo dell’educazione e quindi prioritario rifornimento di motivazione e speranza per il futuro? Come poter trovare nei genitori il coraggio per separarsi dalle sicurezze dell’infanzia se si manifesta quotidianamente nel loro conflitto la paura di porre in essere la separazione e la trasformazione dei legami?

 

L'autore.
Psicologo e psicoterapeuta. Specializzato in psicoterapia dell’età evolutiva. Docente di Psicologia Forense presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescente e del Giovane Adulto.

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