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1.         Introduzione

In questo scritto mi occuperò di dare conto delle ragioni che ci aiutano a comprendere la crisi sia del modello americano di welfare capitalism sia del modello di welfare state, quale si è andato realizzando in Europa occidentale a partire dal secondo dopoguerra. La presa in considerazione di tali ragioni servirà da guida per suggerire il modello di welfare di cui  le nostre società post-industriali hanno urgente bisogno per affrontare con successo le odierne sfide. Infine, passerò ad illustrare i principi fondativi sui quali si regge il welfare civile verso il quale auspico che la nostra comunità voglia muovere passi decisi e rapidi.

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Prima di entrare nel merito dell’argomento, è tuttavia opportuno che chiarisca il senso del termine crisi riferito al modello di welfare state. Invero, si tratta della crisi di un particolare modello di gestione del medesimo. Non è, invece, la crisi dei valori che lo hanno sorretto fin dal suo nascere, né è la negazione del fatto che le conquiste dello stato sociale  rappresentano una delle manifestazioni più alte di progresso democratico per la civiltà occidentale.  La radice della crisi di tale modello non è di natura fiscale – questa è piuttosto l’effetto, non la causa -  ma è da rinvenirsi nella sua incapacità di coniugare, in modo sostenibile, equità e libertà.  I cittadini delle nostre società avanzate non accettano più rinunce alla loro libertà per conseguire più elevati standard di tutela dai rischi.  Quando il perseguimento della sicurezza sociale entra in rotta di collisione con l’allargamento degli spazi di libertà è l’efficienza stessa a risentirne: di qui la crisi fiscale e perciò l’insostenibilità finanziaria dello stato sociale.

Cosa c’è alla base della diversità di richieste dei cittadini di oggi rispetto a quelli di ieri nei confronti dello stato sociale?  C’è che – come già aveva anticipato qualche tempo fa  A. Giddens – nel passaggio dalla fase fordista a quella post-fordista della società industriale è mutata e va mutando la natura propria dei rischi che lo stato sociale ha inteso, fin dall’origine, combattere.  Proteggere il cittadino dalle avversità connesse agli andamenti erratici del ciclo economico e agli eventi di natura (perdita del lavoro; perdita della salute; una vecchiaia triste e così via) è da sempre il proprium dei vari istituti del welfare. La novità è che, mentre nella fase di sviluppo precedente a quella attuale, la sicurezza era minacciata da fattori che sono esogeni rispetto ai piani di vita dei singoli e della politica, nella fase attuale l’insicurezza è diventata, in larga misura, endogena, attribuibile cioè al modo stesso in cui la società si organizza e, soprattutto, al modo in cui viene articolata la sfera della produzione della ricchezza.

Quel grosso capitolo dello stato sociale che si occupa di tutela della salute illustra molto bene tale inversione nella natura dell’incertezza.  Se il “vecchio” sistema sanitario poteva assumere che la malattia fosse qualcosa di casuale e comunque di non correlato ai modi di vita, un simile presupposto non reggerebbe certo in una epoca nella quale le persone scelgono, in una certa misura, il proprio stile di vita e nella quale lo stato di salute è “funzione”, oltre che delle cure sanitarie, di fattori quali l’ambiente naturale,  i regimi alimentari, i luoghi di lavoro, i rapporti familiari e così via. Si pensi, per un esempio non tanto banale, alle patologie tumorali.  Ci viene detto, dalle ricerche bio-mediche, che la più parte di esse è riconducibile a fattori specificamente ambientali.  Se il  vecchio stato sociale allora poteva limitarsi alla ricerca di terapie efficaci, oltre che dei modi per alleviare le conseguenze, un nuovo stato sociale all’altezza delle aspettative dei cittadini non può non destinare risorse per intervenire alla fonte – lotta al fumo; abolizione di sostanze tossiche nei luoghi di lavoro; politiche di health promotion; contenimento dei disordini alimentari.

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In presenza di mutamenti del genere, pensare di conservare l’impianto del vecchio modello di welfare – sia pure in versione aggiornata e razionalizzata – servirebbe solo ad accelerare la trasformazione, già in atto peraltro, dello stato sociale in uno “stato dei trasferimenti” – per usare la colorita espressione di Assar Lindbeck. Il che realizzerebbe ingenti e distorsivi trasferimenti di reddito, non tanto  dai ricchi ai poveri, quanto da un segmento all’altro delle classi medie e medio-alte.  L’impulso  alla conflittualità per acquisire il consenso dei vari segmenti di elettorato che deriverebbe da tali trasferimenti non sarebbe certo compatibile con le esigenze di stabilità di una democrazia avanzata.  In altro modo, fino a che i rischi possono essere considerati esogeni è concepibile cercare di farvi fronte mediante la gestione diretta degli apparati per la sicurezza da parte dello stato.  Non così quando la matrice dei rischi diventa in una certa misura endogena.

Il nuovo modello di welfare cui tendere deve allora porre al centro della decisione politica il tema della libertà (in senso positivo, cioè la libertà di).  Non si soddisfano i bisogni ritenuti essenziali distribuendo ai cittadini beni e servizi in forma paternalistica,  prescindendo cioè dalle loro preferenze e dalla loro identità.  Perché, come opportunamente osserva A.Margalit (La società decente, Milano, 1998), non basta mirare ad una società giusta; quel che in più si deve volere è una “società decente”, una società, cioè, che non umilia i suoi membri distribuendo loro benefici anche generosi, ma negando al tempo stesso la loro autonomia.  La via societaria al welfare  postula che si pensi ai cittadini come ad agenti responsabili e pertanto che compito irrinunciabile di un welfare declinato in forme civili sia non solo assicurare la fornitura di beni e servizi, ma anche promuovere tutte quelle forme di azione collettiva che hanno effetti pubblici; postula cioè il superamento dell’errata concezione che identifica la sfera del pubblico con quella dello stato.  E’ per questa ragione di fondo che il modello di welfare cui tendere – il welfare civile - abbisogna che la società civile si organizzi (e si acconci) per diventare un attore credibile nel disegno e nella erogazione dei vari istituti del benessere. Da qualche tempo la Fondazione Zancan va meritoriamente insistendo sulla necessità di transitare da un welfare redistributivo, quale è stato finora il nostro  welfare state, ad un welfare generativo. Quest’ultimo, attraverso la responsabilizzazione e la valorizzazione dei portatori di bisogni è in grado, per un verso, di rigenerare le risorse necessarie e, per l’altro verso, di superare il paternalismo assistenzialistico, tipico del tradizionale welfare state. (Si veda T. Vecchiato, “Verso un welfare generativo: da costo a investimento”, Prospettive Sociali e Sanitarie,  3, 2013; Fondazione Zancan, Rigenerare capacità e risorse. Rapporto 2013, Bologna, Il Mulino, 2013).

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Saggio precedentemente pubblicato dalla
Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit

L'autore.
Economista, docente di Economia Politica presso l'Università di Bologna

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