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Il villaggio di Jinwar si trova nel Rojava, nord-est della Siria, nel Cantone di Cizire. È “il villaggio delle donne”, progettato nel 2016 dal comitato che riuniva le diverse associazioni femminili del Rojava. Jinwar in curdo vuol proprio dire donna, ma anche luogo di nascita, origine.

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Notizie recenti sulla coraggiosa esperienza di democrazia in atto nel villaggio di Jinwar, e più ampiamente nella federazione del Rojava, le ho ascoltate il 30 marzo scorso a un seminario online organizzato da Macondo. La principale relatrice è stata la giovane e preparatissima Hazal Koyuncuer, portavoce della comunità curda di Milano.

“Alla base di questa esperienza c’è il femminismo – inteso non come separatismo ma come autodeterminazione e ricostruzione della propria identità – l’ecologia, e l’idea di una democrazia di mediazione”, racconta Hazal. “Pratichiamo queste scelte con una struttura decisionale che parte dal basso e prevede a ogni livello e in ogni struttura la copresidenzialità, un uomo e una donna insieme. Nell’amministrazione locale, a scuola, in ospedale… dovunque ci sono due sindaci, o due direttori, un uomo e una donna che lavorano insieme”.

In collegamento da Jinwar riceviamo una testimonianza diretta. Mi dispiace non aver saputo trascrivere il nome della relatrice, né quello del suo interprete.

“Jinwar è un villaggio composto da una cinquantina di case in cui vivono 50-60 donne. Siamo donne che hanno subito violenza dalla propria famiglia, hanno subito violenza dalla guerra, hanno subito violenza dal Daesh, e finalmente si ritrovano per ricostruire la propria identità e la propria società. Lo slogan che ci unisce è: La donna libera è un fondamento per la società libera. I pilastri della nostra fondazione sono quattro: il progetto di liberazione, la salute, formazione e educazione, diritti umani. Speriamo che la nostra esperienza si allarghi non solo per le donne del Rojava. Vogliamo essere pronte per tutta la Siria, se possibile”.

È tutto molto concreto. “Il villaggio cresce nell’ascolto dei bisogni di chi vi abita. Ci siamo accorte che c’era bisogno di un ambulatorio dove curare le donne e lo abbiamo istituito, basandoci sulla medicina naturale. Infermiere e dottoresse sono giovanissime ragazze spagnole o inglesi che si sono trasferite temporaneamente da noi per insegnare alle donne come curarsi. Abbiamo anche attività produttive, sartorie ad esempio”.

Le ferite della guerra non sono lontane. “Tra noi ci sono anche donne che provengono da famiglie di jihadisti, ci sono i bambini. Abbiamo tanti orfani, le donne del villaggio insieme se ne prendono cura”. Farlo è molto di più che assistenza. “I bambini di Jinwar hanno ucciso dentro di sé la mentalità del dominio. Soltanto con la collaborazione tra i due sessi si può arrivare a una progettualità equa”.

Hazal descrive il processo decisionale nel villaggio di Jinwar. “Tutto si decide nelle assemblee. Insieme le donne decidono come ricostruire, che progetti fare, come aiutare i villaggi vicini. Sono determinate a distruggere il patriarcato, e spesso è più difficile distruggere il patriarcato dentro la donna che dentro all’uomo. Lo subiamo da 3000 anni, eliminarlo è molto complicato”.

Il sogno di una democrazia veramente partecipata – qualcosa di simile al potere di tutti? – è vivo in tutta la regione. “Le assemblee popolari decidono una legge, un cambiamento, e le loro decisioni vengono discusse nelle municipalità, formate dai copresidenti delle assemblee popolari, poi nei cantoni, cui accedono i copresidenti delle municipalità, e infine in una assemblea di 7 donne che deve valutare se quella decisione comporta una qualsiasi discriminazione sulla base del genere, etnica, religiosa, o su qualsiasi altra caratteristica di chi vive in quelle terre”.

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Le viene chiesto se ritiene possibile ampliare l’esperienza della democrazia diretta su ampia scala.

“Nel Rojava non esiste la cittadinanza, non esiste il permesso di soggiorno, non esistono confini. Tutti possono vivere lì. Lo stato e la gerarchia discendono dal patriarcato e non viceversa. Noi proponiamo l’eliminazione dello Stato non perché lo Stato in sé va distrutto, ma perché il metodo per la costruzione della democrazia deve ribaltarsi. Non è accettabile che pochi decidano in nome di tanti. La partecipazione diretta in Rojava è un tentativo, come altri avvenuti nel corso della storia. Noi pensiamo che sia il tentativo più ampio. Spesso i compagni lo descrivono come un bambino appena nato: si tratta di farlo crescere nella maniera giusta. Probabilmente un’altra generazione dopo di noi troverà una forma di democrazia ancora più completa”.

Gli abitanti del Rojava non credono nella ricostruzione dello stato curdo. “Forse mio padre sognava il grande Kurdistan, noi giovani vogliamo la pace. Da un secolo non abbiamo la pace. Non abbiamo nemmeno i cimiteri dove piangere i nostri morti, perché i cimiteri vengono bombardati. Io non posso rientrare nel mio paese, sarei considerata terrorista o infame, non so quali parole userebbero. Il Rojava è una speranza. Chi oggi può dire che quella terra sia dei curdi, o dei turchi, e non degli armeni, o degli arabi, o dei turcomanni? La convivenza diventa fondamentale per una democrazia che parli di femminismo, di distruzione del patriarcato, di partecipazione. Quel progetto è adatto in questo momento su quelle terre, non dico che potrebbe essere riportato in Italia o in un altro contesto”.

Hazal rimarca l’importanza della formazione. “In Rojava le scuole non sono mai state chiuse, neanche durante la guerra, il luogo del sapere non può essere chiuso. Anche in Italia, dove vivo da molti anni, e in altri paesi del mondo, abbiamo bisogno di una nuova generazione che abbia il desiderio di formarsi e di ricostruire, perché la democrazia in cui viviamo non è nostra, o almeno non è umana. Trovo disumano quello che sta succedendo ai migranti. Se le merci possono circolare, perché gli esseri umani non possono? Perché dei padroni o dei capi decidono dove sta il confine, e che oltre quel confine ti serve un documento che si chiama permesso di soggiorno? Il mondo è così grande e dispone di risorse immense per tutta l’umanità. Noi proviamo a rompere quel meccanismo anche se in piccolo. Non dico che in Rojava c’è il paradiso. Stiamo tentando una convivenza diversa, con la partecipazione del popolo”.

Il popolo, i popoli. “La carta fondativa del Rojava dice i popoli, al plurale. Riconosce che sulle nostre terre sono presenti diversi popoli che vivono insieme. Vorremmo essere una federazione democratica e un modello per tutto il Medio Oriente. Nella nostra regione si parlano 5 dialetti diversi e sono presenti tante religioni, trasversalmente ai gruppi etnici. La nostra volontà è mantenerli e far convivere la diversità. Che cosa ci accomuna? La cultura di base, e l’esperienza della persecuzione”.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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