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Il commento di Paolo Tartaglione e Liviana Marelli CNCA sulle conclusioni della Commissione Bicamerale sulle Comunità.

Volevamo scrivere qualcosa a commento degli esiti della Commissione di inchiesta sulle comunità per minorenni, che ha recentemente concluso le sue fatiche. L’ipotesi iniziale era di intitolare il pezzo  “la montagna ha partorito un topolino”. Ma a ben vedere non è esatto.

La verità è che non ha partorito proprio niente.

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Cosa vi aspettereste da una Commissione Parlamentare che si chiama “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori”?

Di avere chiara evidenza delle attività illecite connesse alle comunità!

Nell’apprestarsi  a seguire la conferenza stampa di presentazione degli esiti della Commissione pensavamo che finalmente sarebbe stata fatta chiarezza. Dopo anni passati ad accusare le comunità per minori delle peggiori nefandezze, la Commissione Parlamentare avrebbe potuto finalmente dare sostanza a quanto urlato ai quattro venti da molti Onorevoli: “le comunità fanno business sulla pelle dei bambini”.

Ricordate la straordinaria strumentalizzazione politica su Bibbiano?

La prima cosa da segnalare, su diretta ammissione della Presidente, è che la Commissione ha iniziato i lavori con ritardo straordinario, riducendo il tempo di attività a circa un anno; e che, benché composta da 40 Parlamentari, ha visto la partecipazione reale di qualcosa che somiglia a 5 persone. Il che, diciamola tutta, non solo denota con chiarezza quale sia l’importanza che rivestono i problemi dei minorenni nelle priorità del nostro Parlamento, ma costituisce una pietra tombale sulla credibilità di questa Commissione Parlamentare.

Se c’è una cosa che la Commissione ha plasticamente dimostrato è il pieno disinteresse del Parlamento per la condizione dei minorenni più fragili! Una Commissione Parlamentare che è stata condotta solo da un numero scandalosamente minimo di Onorevoli, alcune delle quali animate da posizioni di estrema disistima rispetto al Sistema della Tutela dei Minorenni, già espresse pubblicamente in ogni dove.

Nella conferenza stampa di presentazione degli esiti dei lavori[1], la stessa Presidente Cavaldoli, e l’On.Giannone hanno lamentato il fatto che, benché composta da 40 Parlamentari, ai lavori della Commissione abbiano partecipato in sostanza solo i presenti alla conferenza stampa, cioè 5 persone.

Questo piccolo ma agguerrito manipolo di Onorevoli ha potuto contare su alcuni consulenti, 4 avvocati e un medico, alcuni dei quali molto noti per la propria ostilità verso Tribunali per i Minorenni e le comunità.

Quindi una Commissione che ha lavorato in un tempo che essa stessa definisce “largamente inadeguato”[2], con una partecipazione così platealmente insufficiente da consigliare grande prudenza nel considerarla seriamente frutto di una autorità bicamerale, partecipata solo da circa 5 Onorevoli che avevano maturato le loro convinzioni prima dell’inizio dei lavori, e accompagnati da consulenti tra i più noti per l’opposizione alle comunità.

Premesse poco incoraggianti, certo. Ma abbiamo deciso di leggere ugualmente con la massima cura le 132 pagine di cui è composta la relazione conclusiva, che sappiamo essere stata approvata all’unanimità dalla Commissione.

Cosa emerge?

Innanzitutto il metodo che hanno scelto di utilizzare. La Commissione sostiene di aver proceduto appoggiandosi a 3 strumenti: l’acquisizione di dati, l’ascolto di persone esperte, e l’acquisizione di segnalazioni o esposti da cittadini e famiglie, attivando sul sito della Commissione stessa un modulo per la ricezione di esposti provenienti da privati cittadini.

Stante che la mancanza di dati nazionali coerenti è uno dei primi problemi sollevati dalla Commissione stessa, e che della dichiarata “autonoma raccolta di dati”[3] nella relazione non c’è traccia; e visto che la stragrande parte delle persone ascoltate non ha parlato di comunità o lo ha fatto in modo positivo, resta che le convinzioni dichiarate dal piccolo manipolo nella conferenza stampa fossero consolidate in precedenza, o siano maturate nell’ascolto di cittadini e famiglie che hanno sollevato gli esposti alla Commissione.

Nella conferenza stampa del 5 ottobre u.s. echeggiano infatti affermazioni forti:

“Bambini che vengono allontanati dai genitori senza motivo. E non parliamo di pochi casi, ma di migliaia di casi”[4],  “Mamme che hanno visto l’allontanamento dei propri bambini da anni e ancora non sanno dove si trovano i figli”[5], “Il sistema ha opacità e collusione con i servizi”[6], “C’è tanta di quella violenza nei provvedimenti, che si può dire che si sia voluto correggere il genitore punendo il bambino”[7], e via dicendo.

Leggendo la relazione conclusiva della Commissione non si trova nessun elemento a conforto di queste affermazioni, mentre è frequente il riferimento alle audizioni delle famiglie che hanno sollevato gli esposti; che, con tutta evidenza, è stato lo strumento che è andato a consolidare convinzioni già maturate in precedenza. Si legge nella relazione conclusiva che “si è ritenuto di privilegiare lo strumento della segnalazione e dell’audizione libera rispetto all’acquisizione di testimonianze formali, tenuto conto anche del fatto che molte delle famiglie e delle persone interessate hanno manifestato un bisogno di ascolto che non si è realizzato nel rapporto con i Servizi sociali e le Autorità giudiziarie”[8].

La Commissione avoca a sé anche compiti di supplenza di Tribunali e Servizi Sociali! E per farlo ha deciso di attuare “approfondimenti attraverso specifiche audizioni, prevalentemente svolte in forma segreta […] audizioni segrete, delle quali in questa sede non è possibile dare conto del contenuto”[9]. Cosa è dato sapere di queste audizioni segrete sulle quali la Commissione basa le proprie conclusioni? Ovviamente niente, se non che – dice l’On.Tripodi nella conferenza stampa – “siamo spesso usciti con le lacrime agli occhi…abbiamo visto tanta sofferenza”.

Ma quindi? Questa “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori”, benché abbia lavorato per un tempo ridottissimo, in una formazione minima e composta per lo più da persone animate da pregiudizi, appoggiandosi agli esposti di cittadini arrabbiati, avrà pur qualcosa da dire sulle comunità per minori?

E invece no.

Chi ha avuto la pazienza di leggere la relazione conclusiva ha atteso pagina dopo pagina di veder comparire la parola comunità, così enfaticamente presente nel nome della Commissione. E invece di comunità si accenna qualcosa solo in 6 delle 132 pagine; la prima volta che vengono citate è a pagina 51, quando finalmente la Commissione riporta gli esiti della propria indagine.

In premessa la relazione ricorda che “l’organo parlamentare, con tutta evidenza, non dispone della struttura amministrativa sufficiente a una verifica a tappeto”[10], e che quindi è stato “necessario adottare un approccio di tipo qualitativo, basato su una pluralità di strumenti: acquisizione di informazione tramite esposti e segnalazioni; richieste di documentazione su iniziativa della Commissione; ispezioni delegate al NAS dei Carabinieri”. Quindi la Commissione non ha inteso fare controlli a campione, come ci si sarebbe potuto aspettare, bensì ha deciso di effettuare controlli nelle comunità  per le quali hanno ricevuto esposti e segnalazioni. Quelle in cui, pertanto, la Commissione aveva motivo di ritenere che avrebbe trovato le “attività illecite” per cui è stata costituita.

E come è andata?

Laconicamente la Commissione deve riconoscere che “le ispezioni delegate hanno verificato una generale conformità delle strutture ispezionate alle prescrizioni di legge, con alcune eccezioni”[11]. E più avanti: ”In 10 delle 21 strutture ispezionate sono state riscontrate lievi irregolarità o inadeguatezze, per lo più necessitanti di ulteriori verifiche e approfondimenti documentali”. Quindi dalle ispezioni nelle comunità che erano state segnalate dagli esposti è stato trovato tutt’al più qualche piccola inadeguatezza, e si è dovuto concludere che “nel complesso, un quadro caratterizzato da esiti prevalentemente regolari rispetto ai requisiti di legge”.

In sostanza, pur andando a fare le ispezioni solo nelle comunità segnalate dagli esposti, la Commissione ha trovato una situazione in pieno rispetto delle norme.

E a nessuno è venuto in mente che basare una Commissione di inchiesta sulle testimonianze di chi si sente danneggiato dalle decisioni assunte dai Tribunali per i Minorenni possa non essere una buona idea?!

Evidentemente no. Perché nella lunga conferenza stampa del 5 ottobre Onorevoli e consulenti hanno fatto a gara per chi la sparava più grossa contro il sistema di Tutela dei Minorenni.

Eppure, anche in questa lunga conferenza stampa non si è mai parlato di comunità. Nella pagina di Radio Radicale dove è possibile ascoltarla[12], vengono segnalati ben 22 argomenti[13] trattati nelle 2 ore di collegamento. Ma tra questi le comunità non compaiono…

Di cosa si è parlato in questa conferenza stampa? Di affido sine die, di articolo 403, rito camerale, ascolto dei minori, contraddittorio, addirittura di sindrome da alienazione parentale.

Che responsabilità hanno le comunità su questi argomenti?

Sono i temi che da anni irritano una parte degli Avvocati che si occupano di Famiglia, e che vedono nella approvazione della recente Riforma del diritto processuale della famiglia una svolta positiva. Non a caso nella conferenza stampa si è parlato molto delle novità introdotte da questa scelta del Legislatore. La posizione della Commissione mi sembra ben espressa dal suo consulente Avvocato Morcavallo che, parlando della Riforma, sentenzia soddisfatto:” Alcuni Giudici Minorili hanno protestato, il che ci dice che la Riforma ha un suo profilo di virtù!”.

In effetti i Giudici Minorili non hanno solo protestato, ma hanno cercato in tutti i modi di interloquire con Parlamento e Ministero perché venissero prese in considerazione le opinioni di chi quella Riforma dovrà applicare. Ma non hanno ottenuto alcun ascolto. In questa sede  non intendiamo soffermarmi sulla Riforma – legge 206/21 -  sul cui contenuto peraltro abbiamo già avuto modo di esprimerci, limitandoci a richiamare la conclusione dell’ultimo comunicato stampa dell’Associazione Nazionale Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, che recita:” Una riforma reazionaria che “snatura” il sistema della giustizia minorile “per ragioni che nulla hanno a che vedere” con la tutela dei “soggetti più deboli” e che è del tutto “irrealizzabile”.

Ancora una volta le comunità diventano oggetto di aggressioni che nulla hanno a che fare con la funzione pubblica che ogni giorno sono chiamate a svolgere. I pochi punti davvero “dolenti” sollevati dalla Commissione (ad esempio quello della mancanza di un sistema di rilevazione dei dati, o il mancato recepimento da parte delle Regioni delle linee di indirizzo nazionali sulle comunità – dicembre 2017) sono sottolineati da molti anni dalle comunità stesse (e in tutti i report di monitoraggio dello stato di attuazione della CRC in Italia)  che sono al limite parte lesa di queste inadempienze Istituzionali.

Tutto il resto del lavoro svolto dalla Commissione non riguarda le comunità, che sono diventate il terminale di un attacco al sistema di protezione dei Minorenni, guidato da persone che ritengono che lo Stato non debba mettere il naso in ciò che accade nelle Famiglie.

Dice bene Joëlle Long, grande esperta di Diritto Minorile, in una recente intervista a Vita:” Si passa dalla tutela prioritaria dell’interesse del minore a quella degli interessi della famiglia d’origine, dalla proclamazione del diritto del bambino a crescere in una famiglia al diritto dei genitori a crescere i propri figli. […] La narrazione oggi non infrequente che veda negli assistenti sociali e nei giudici minorili dei “ladri di bambini” si nutre dell’idea tradizionale che i panni sporchi vanno lavati in famiglia, al massimo nella famiglia allargata… fino al quarto grado. È stata invece una conquista di civiltà quella del riconoscimento del dovere dello Stato di intervenire per garantire ai minori cure adeguate nel caso di incapacità dei genitori. Così dice tra l’altro l’articolo 30 della nostra Costituzione”[14].

Chi sono le vere vittime di questa campagna di disinformazione sulle comunità e sul sistema di Tutela dei minorenni?

Questa campagna denigratoria è iniziata da una decina di anni. Si sono susseguite trasmissioni televisive che hanno raccolto in maniera acritica il racconto di famiglie con figli allontanati, e soprattutto quello dei loro avvocati, e hanno dipinto le comunità come terminale di un presunto “business sulla pelle dei bambini”. Niente naturalmente è stato mai verificato. Ma queste storie sono state confezionate in maniera affascinante, e hanno colpito al cuore le persone che le hanno ascoltate. Magistrati Minorili e Comunità non hanno saputo imbastire una risposta altrettanto suggestiva, nella convinzione di non voler esporre bambini e famiglie alla pubblica opinione. Fatto sta che la reputazione delle comunità, che pure lavorano molto meglio di un tempo proprio sulle cose che vengono loro contestate (il rapporto con le famiglie, ad esempio), ne ha fortemente risentito.

A pagare il conto sono innanzitutto le famiglie in difficoltà: seguendo la finta equivalenza “se sollevo un problema mi allontanano i figli”, molte famiglie hanno rinunciato a chiedere aiuto ai Servizi Sociali; con l’ovvia conseguenza di un aggravamento di situazioni alle quali si sarebbe potuto trovare rimedio.

A pagare il contro sono gli ospiti di comunità: un tempo dovevano difendersi solo dal pregiudizio sulle loro famiglie; oggi si trovano anche a dover giustificare il fatto che nelle comunità possono aver trovato una risposta di cui avevano bisogno.

Oggi, pagano il conto anche gli educatori: cresciuti in una rappresentazione così deteriorata delle comunità, non le considerano più un luogo di lavoro appassionante; con ciò – credeteci – perdendo una grandissima occasione!

E certamente quest’ultimo aspetto lo pagano le comunità, che stanno chiudendo a causa della carenza di personale.

Con ciò non danneggiando il presunto business (che, dev’essere chiaro a tutti, non esiste: le comunità quando va bene sono in pari), ma privando bambini e adolescenti in difficolta di una opportunità che si è rivelata importantissima per molti minorenni e neomaggiorenni.

Paolo Tartaglione – CNCA Lombardia

Liviana Marelli – Esecutivo nazionale CNCA

                                                                                                                         Roma, 3 novembre 2022

 

[1] https://www.radioradicale.it/scheda/679911/presentazione-della-relazione-finale-della-commissione-parlamentare-di-inchiesta-sulle
[2] RELAZIONE CONCLUSIVA SULL’ATTIVITÀ SVOLTA - Doc. XXIII n. 31, pag.12
[3] RELAZIONE CONCLUSIVA SULL’ATTIVITÀ SVOLTA - Doc. XXIII n. 31, pag.13
[4] On.Giannone
[5] On.Saponara
[6] Lucia Ercoli, medico consulente
[7] Lucia Ercoli, medico consulente
[8] RELAZIONE CONCLUSIVA SULL’ATTIVITÀ SVOLTA - Doc. XXIII n. 31, pag.13
[9] RELAZIONE CONCLUSIVA SULL’ATTIVITÀ SVOLTA - Doc. XXIII n. 31, pag.36
[10] RELAZIONE CONCLUSIVA SULL’ATTIVITÀ SVOLTA - Doc. XXIII n. 31, pag.51
[11] Ibidem
[12] https://www.radioradicale.it/scheda/679911/presentazione-della-relazione-finale-della-commissione-parlamentare-di-inchiesta-sulle
[13] Alcolismo, Amministrazione, Associazioni, Avvocatura, Casa, Diritti Sociali, Diritto, Disabili, Famiglia, Giovani, Giustizia, Immigrazione, Infanzia, Lavoro, Magistratura, Minori, Parlamento, Povertà, Psicologia, Servizi Pubblici, Territorio, Welfare
[14] https://www.vita.it/it/article/2022/10/26/il-piemonte-approva-lallontanamento-zero-il-diritto-preminente-diventa/164562/
L'autore.
Pedagogista, esperto di tematiche educative nell’area penale minorile. Presidente di Arimo Cooperativa Sociale. Responsabile Servizi Territoriali, Formazione e Interventi con le Famiglie di Arimo.