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All’interno di una famiglia, gli stati emotivi di figli e genitori si intrecciano, creando una rete di esperienze e di impressioni che si influenzano reciprocamente. Questo vale per gli stati d’animo positivi ma anche per la depressione. Capire come funzionano questi legami è però più complesso che stabilire semplicemente se un genitore depresso abbia maggiore probabilità di avere un figlio con sintomi depressivi. È necessario osservare anche quali sintomi siano collegati tra loro e come queste connessioni si modifichino attraverso le diverse fasi dell’adolescenza.

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È questa la prospettiva adottata da uno studio pubblicato su Humanities and Social Sciences Communications. Gli autori hanno analizzato 2.647 triadi composte da padre, madre e figlio o figlia adolescente, utilizzando i dati del China Family Panel Studies del 2016. L’obiettivo era ricostruire la struttura delle relazioni tra i singoli sintomi depressivi e verificare se questa struttura fosse diversa nella prima, nella media e nella tarda adolescenza.

L’idea di fondo è quella di considerare la depressione non soltanto come un fattore complessivo, ma come un insieme di sintomi collegati. In questa prospettiva, la tristezza, la solitudine, la difficoltà a provare felicità, i disturbi del sonno, la sensazione che la vita sia negativa o la difficoltà a mettersi in movimento non sono semplicemente diverse manifestazioni di un unico fenomeno: possono essere nodi di una rete nella quale alcune esperienze risultano più strettamente connesse di altre.

Una famiglia come rete di sintomi

La ricerca distingue l’adolescenza in tre periodi: dai 10 ai 12 anni, dai 13 ai 15 e dai 16 ai 18. Questa suddivisione non è soltanto anagrafica. Nel contesto studiato, quello delle famiglie cinesi, coincide anche con importanti passaggi scolastici e con cambiamenti nelle richieste rivolte agli adolescenti, nelle relazioni con i coetanei e nelle aspettative legate al rendimento scolastico.

Il campione finale comprendeva 948 famiglie nella prima adolescenza, 825 nella fase intermedia e 874 nella fase finale. In ciascuna triade, padre, madre e adolescente avevano compilato una versione breve della Center for Epidemiologic Studies Depression Scale (CES-D), riferendosi ai sintomi sperimentati nei sette giorni precedenti. Gli otto sintomi considerati comprendevano il sentirsi depressi, la percezione che tutto richieda uno sforzo, i disturbi del sonno, la mancanza di felicità, la solitudine, la percezione di una vita negativa, il sentirsi tristi e la difficoltà a mettersi in movimento.

Gli studiosi hanno poi costruito tre reti, una per ciascuna fase dell’adolescenza. Ogni sintomo rappresentava un nodo e le connessioni tra i nodi indicavano associazioni statistiche tra sintomi, tenendo conto contemporaneamente degli altri elementi della rete. In questo modo è stato possibile cercare due tipi di elementi particolarmente importanti: i sintomi più centrali all’interno della rete e quelli capaci di collegare tra loro le esperienze depressive di persone diverse della stessa famiglia.

Il risultato più costante riguarda un'esperienza apparentemente semplice: sentirsi tristi.

Il sintomo “feeling sad”, cioè “sentirsi tristi”, riferito dalle madri, è risultato il nodo con la maggiore centralità in tutte e tre le fasi dell’adolescenza. Anche il “sentirsi tristi” riferito dai padri ha mostrato una centralità elevata nella prima e nella media adolescenza, mentre nella tarda adolescenza è diventato particolarmente rilevante lo stesso sintomo riferito dagli adolescenti.

Questo non significa che la tristezza sia stata individuata come la causa degli altri sintomi. La centralità, nella logica dell’analisi di rete, spiegano gli autori, indica piuttosto che quel nodo presenta molte o forti connessioni con gli altri elementi del sistema. È una distinzione importante, perché lo studio è trasversale: fotografa le associazioni presenti in un determinato momento e non permette di stabilire quale sintomo venga prima o provochi gli altri.

I sintomi che fanno da ponte

Un secondo elemento interessante emerge osservando non soltanto quali sintomi siano centrali, ma quali funzionino come collegamento tra le tre persone della famiglia.

Gli autori parlano in questo caso di bridge symptoms, cioè sintomi-ponte. L'immagine è quella di una rete nella quale esistono gruppi di nodi appartenenti all'adolescente, al padre e alla madre: alcuni sintomi possono contribuire a collegare questi gruppi, associando così le esperienze depressive di un membro della famiglia a quelle degli altri.

Tra i sintomi che hanno assunto questo ruolo compaiono soprattutto la percezione di avere una “cattiva vita” (bad life) e la “mancanza di felicità” (lack of happiness). Il loro peso, tuttavia, cambia nelle diverse fasi dell’adolescenza. Nella prima adolescenza, per esempio, “bad life” riferito dal padre e “lack of happiness” riferito dalla madre mostrano valori elevati di bridge strength. Nella fase intermedia emergono “bad life” della madre e “lack of happiness” dell’adolescente. Nella tarda adolescenza, invece, assumono rilievo alcuni sintomi riferiti dal padre.

Particolarmente evidente è il ruolo della difficoltà a mettersi in movimento, o inability to get going. Nella media adolescenza questo sintomo, riferito dal padre, presenta una notevole capacità di collegamento all’interno della rete. Inoltre, le analisi mostrano associazioni particolarmente forti con due esperienze dell’adolescente: la sensazione che tutto richieda uno sforzo e la solitudine.

Gli autori interpretano questo risultato anche alla luce della possibile relazione tra stanchezza, riduzione dell’energia, comunicazione familiare e coinvolgimento dei genitori. Ma sottolineano con chiarezza il limite fondamentale: queste connessioni non dimostrano che un sintomo di un genitore provochi quello dell’adolescente. Poiché i dati sono stati raccolti in un unico momento, si tratta di associazioni all’interno della rete, non di una dimostrazione di trasmissione causale.

Il terzo risultato riguarda l'evoluzione complessiva della rete. Con il passaggio dalla prima alla media e alla tarda adolescenza, le connessioni tra i sintomi risultano complessivamente più forti. In termini intuitivi, spiegano gli autori, si può immaginare una rete che con il procedere dell’adolescenza diventa più densamente interconnessa. Un sintomo non appare più isolato, ma tende a essere associato a un numero maggiore di altri sintomi o a legami più forti con essi.

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Dalla tristezza dei genitori a quella degli adolescenti

Guardando più da vicino alle connessioni più forti, emerge un altro elemento: non esiste un'unica configurazione valida per tutta l'adolescenza.

Nella prima fase, il legame più forte della rete è quello tra la percezione paterna di una “cattiva vita” e lo stesso sintomo riferito dall'adolescente. Nella fase intermedia, la connessione più marcata riguarda invece la percezione materna di una vita negativa e la mancanza di felicità dell'adolescente. Nella tarda adolescenza, il legame più forte è quello tra la sensazione della madre che “tutto richieda uno sforzo” e la stessa esperienza riferita dall'adolescente.

È un cambiamento che rende visibile la complessità del rapporto tra genitori e figli. Le esperienze depressive non si associano necessariamente nello stesso modo durante tutto il percorso adolescenziale. La natura delle connessioni cambia insieme alla fase dello sviluppo, e sintomi differenti possono assumere maggiore importanza in momenti differenti.

Il risultato è coerente con l'idea degli autori di una famiglia come sistema nel quale le esperienze dei singoli membri sono interconnesse. La depressione non viene quindi osservata esclusivamente come caratteristica individuale dell'adolescente, ma come un insieme di esperienze che possono presentare associazioni reciproche all'interno del nucleo familiare. Questo permette di cogliere anche il ruolo del padre, spesso meno considerato negli studi concentrati sul rapporto madre-figlio.

La presenza di entrambi i genitori nell'analisi è infatti uno degli aspetti caratterizzanti della ricerca. I risultati mostrano che i sintomi materni e paterni non occupano necessariamente la stessa posizione nella rete e che il loro ruolo può cambiare con l'età dell'adolescente. Nella tarda adolescenza, per esempio, la difficoltà paterna a “mettersi in movimento” assume un ruolo di collegamento che non presenta la stessa configurazione per le madri.

Un modo diverso di guardare alla depressione familiare

I ricercatori invece di chiedere soltanto se un adolescente abbia più o meno sintomi depressivi in presenza di genitori con sintomi analoghi, hanno provato a capire come i singoli sintomi siano organizzati in una rete familiare e come questa rete cambi durante l'adolescenza.

Da questa prospettiva, “sentirsi tristi” emerge come uno dei nodi più costantemente centrali, soprattutto per i genitori, mentre altri sintomi assumono funzioni di collegamento tra le esperienze dei diversi membri della famiglia. Parallelamente, la rete complessiva appare più densamente interconnessa nella media e nella tarda adolescenza rispetto alla fase iniziale.

Il quadro che emerge, concludono gli autori, non è quello di una semplice trasmissione unidirezionale della depressione da genitore a figlio. È piuttosto una configurazione nella quale le esperienze depressive di padri, madri e adolescenti risultano associate all'interno di un sistema che cambia durante lo sviluppo.

Questa distinzione è essenziale. Una rete mostra connessioni, non necessariamente cause. E proprio perché alcune di queste connessioni sono risultate poco stabili, soprattutto nella prima e nella media adolescenza, i risultati relativi ai sintomi-ponte devono essere considerati come indicazioni da approfondire, non come conclusioni definitive.

Lo studio suggerisce così una lettura della depressione adolescenziale attenta non soltanto alla persona che manifesta il disagio, ma anche al contesto relazionale nel quale quel disagio si colloca. In questa prospettiva, l'adolescenza non è un periodo uniforme: tra i 10 e i 18 anni cambiano le connessioni tra i sintomi e cambia il modo in cui le esperienze di figli e genitori si organizzano all'interno della rete familiare.

Più che una linea che va dal genitore all'adolescente, i dati descrivono una rete nella quale i sintomi si incontrano, si associano e assumono un peso diverso a seconda del momento dello sviluppo. È proprio questa struttura dinamica delle connessioni, più che la presenza isolata di un singolo sintomo, in definitiva, a costituire il nucleo della ricerca.

 


Riferimento bibliografico

Zhang, L., Chen, X., Laninga-Wijnen, L., & Zhang, Y..
Network structure of depressive symptoms in father–mother–adolescent triads:
Do networks differ by age?

Humanities and Social Sciences Communications (2026).