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Considerata la sua esperienza di lavoro qual è secondo lei il punto di maggiore criticità nel sistema di accoglienza dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) in Italia e in Emilia Romagna?

I punti di criticità sono molti e ben individuati dal progetto Net for U. Uno di questi è la mancanza di un fondo nazionale, o quantomeno regionale, per l’accoglienza dei MSNA, che interrompa il penoso rimpallo di responsabilità tra comuni per decidere chi deve pagare la retta della comunità. Forse non è il problema principale ma dà l’idea, secondo me, di come l’accoglienza di questi ragazzi sia inteso a livello istituzionale soprattutto come un peso, e di come non possa bastare il principio del “tocca a chi l’ha trovato”, perché allora subentra la speranza di non vedere, o di poter ignorare.

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Quando poi per un ragazzo manca una condizione di certezza su un fatto minimo come l’abitare, anche tutto il resto rimane sospeso: quale medico può curarlo, quale scuola può frequentare, in quale territorio deve richiedere i documenti… fino a cose minute, ma che possono essere importanti per un minore, come poter stipulare partite con la propria squadra insieme a tutti gli altri, come tutti gli altri. Insomma, una quotidianità non (o non troppo) segnata dall’essere un migrante.

I punti di forza sono tutto ciò che funziona: la motivazione degli operatori, la capacità di accoglienza di tante strutture, la flessibilità del volontariato, le buone sperimentazioni magari finanziate con programmi europei o comunque episodici e a termine.

Penso poi che una debolezza di fondo stia in una modalità di accoglienza che spesso, anche quando non agisce per sottrazione di competenze, tiene conto più del qui ed ora che del progetto di vita del minore. Risponde, cioè, al bisogno immediato di dargli ospitalità, istruzione, assistenza sanitaria… ma solo in parte tiene conto di che cosa lui (lei) voleva realizzare con il suo viaggio, quindi radici e sogni del ragazzo. Sapere che è partito “per cercare un futuro migliore” è una risposta molto generica, gli operatori più prossimi sanno bene che ogni ragazzo è in grado di declinarla rispetto alla propria storia. Se vogliamo anche noi prenderci cura della storia che ognuno porta con sé dobbiamo senz’altro attrezzarci meglio e in modo più stabile. La carenza di mediatori culturali e di etnopsic (etnopsicologi, etnopsichiatri) nella normalità dei servizi sociosanitari è un fatto molto grave, considerate sia le legittimissime difficoltà di lettura che un operatore può incontrare nel rapporto con ragazzi di altre culture, sia le necessità, le incertezze, i traumi che tanti di questi minori portano con sé, già solo per il viaggio, e spesso anche per le ragioni che lo hanno determinato.

Lei ritiene che il family tracing nel caso di minori di età superiore ai 13/14 anni sia una strada da perseguire in vista di un ricongiungimento?

Ritengo sia certamente una strada da perseguire, non sempre in vista di un ricongiungimento. È da perseguire, intanto, per comprendere la storia di quel minore, fatto indispensabile nel riconoscerlo come persona e non come bagaglio da collocare.

Entrando nel merito delle situazioni ci saranno casi dove è augurabile che il ricongiungimento ci sia, altri dove il minore va tutelato anche o proprio dalla famiglia d’origine perché lo ha venduto, o lo ha inviato consapevolmente alla prostituzione anche se magari aveva 14 anni.

Al Tribunale per i Minorenni dove lavoro ho poche occasioni di incontro con i MSNA (le cui posizioni vengono curate maggiormente dai giudici tutelari), semmai solo se sono molto giovani, oppure se commettono reati e vengono messi alla prova. Pur in questi pochi momenti ricevo dai ragazzi racconti di famiglie che sarebbe meglio non incontrare mai più, e di altre magari frammentate, magari straziate da eventi drammatici – lutti, violenze – ma in ogni caso amate e dalle quali il minore non può e non vuole prescindere nella costruzione di un progetto di vita.

Quali sono secondo lei i punti di forza dai quali ripartire per migliorare le nostre capacità di accoglienza dei MSNA a livello nazionale? E a livello regionale?  

A livello nazionale e regionale i punti di forza sono tutto ciò che funziona: la motivazione degli operatori, la capacità di accoglienza di tante strutture, la flessibilità del volontariato, le buone sperimentazioni magari finanziate con programmi europei o comunque episodici e a termine. Ecco, penso sarebbe utile ed intelligente, forse anche meno dispendioso nel lungo periodo, mettere a sistema tutto questo e dargli stabilità, dargli gambe, perché non possiamo pensare che l’arrivo di minori (e di migranti in generale) si fermi domani. Vero che l’Italia è in crisi, ma altri Paesi lo sono molto di più e noi restiamo pur sempre un luogo di passaggio.

Il Servizio Sociale Internazionale esiste e almeno io, nell’esperienza di contatto con gli operatori, vedo che è avvertito come qualcosa di molto lontano. Un motivo ci sarà, e forse più di uno. Mi sembra però che si faccia poco sforzo per mettersi in relazione in una dimensione che vada oltreconfine, a volte anche chiedere la collaborazione ad un servizio sociale di un’altra regione italiana sembra difficilissimo. Nel frattempo esiste la rete, esiste Skype… e perché queste cose non possiamo utilizzarle per fare delle comode, ecologiche e gratuite riunioni a distanza su casi comuni?

Una ragazzina male accompagnata, che viveva in una città della mia regione con una madre etilista e del tutto inidonea ad occuparsi di lei, ha potuto ricongiungersi (volontariamente!) al padre, nel paese d’origine, per motivi del tutto casuali: la sua assistente sociale di riferimento partecipava ad un progetto europeo, ha conosciuto una collega del luogo di provenienza della ragazzina, ha potuto così ricostruire la presenza di un padre idoneo ed affettivamente disponibile, certo non ricco ma, dopotutto, sufficientemente stabile economicamente (più della madre in Italia) e dunque in grado di occuparsi di lei, desideroso di farlo. Questo ricongiungimento è stato possibile per caso, dicevo. Perché contatti del genere non possono avvenire, invece, per scelta e per prassi, per abitudine, perché si lavora con gli altri?

Un’ultima cosa voglio dire sul volontariato che nel nostro Paese è spesso cattolico, ed è un bene, e meno male che c’è. Mi auguro si sviluppi nel tempo anche un volontariato italiano altro, lo dico pensando al desiderio di rispecchiamento che un minore separato dalla famiglia può provare e che può forse più facilmente essere soddisfatto con persone con cui si condivide cultura e religione. Lo so che il volontariato cattolico sa essere rispettoso, non penso a forzature, né considero le culture qualcosa di monolitico. Ogni persona realizza dentro di sé un proprio livello di integrazione. Penso però che soprattutto in una fase di accoglienza iniziale possa essere importante riconoscersi.  

 intervista concessa nell'ambito del Progetto "Net for U"

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.