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Da quando ha scelto di uscire dalla magistratura per dedicarsi all’educazione, Gherardo Colombo incontra ogni anno più di 50.000 ragazzi. Ci fermiamo a parlare con lui a margine di una di queste conversazioni, entusiasmanti e intensamente partecipate, nelle quali Colombo è pronto a mettersi in discussione per davvero, e ad ascoltare per davvero, coinvolgendo il suo auditorio con spunti di riflessione necessari: il significato di cittadinanza, le possibilità e gli impegni che per ognuno derivano dalla nostra Costituzione, l’esclusione della violenza nell’opposizione all’ingiustizia, il dovere di prepararsi e il diritto di contare nella vita sociale, sono alcuni tra i messaggi più forti che quotidianamente dissemina nelle scuole di tante città d’Italia. Avendo in mente quegli adolescenti risulta spontaneo parlare con lui di come la giustizia si occupa di loro, e di come dovrebbe farlo.

20141106 Colombo

 

In che modo sei passato vicino alla giustizia minorile?

Mia moglie è stata sostituto procuratore al tribunale per i minorenni di Milano per 8 anni. Poi, io stesso, facendo penale, mi sono ritrovato a perseguire reati commessi da maggiorenni in concorso con minorenni.

A che cosa, secondo te, non dovrebbe mai rinunciare la giustizia per i minori?

Non dovrebbe mai rinunciare alla cura dell’interesse del minore. Non voglio dire che il minore deve essere l’obiettivo, perché sembra di spersonalizzarlo, ma insomma la giustizia dovrebbe essere fatta per consentire al ragazzo di crescere. Dev’essere, la giustizia minorile, un aiuto. Secondo me questo vale anche per la giustizia degli adulti, però la strada è ancora molto lunga. Per i minori mi sembra che almeno in alcuni tribunali si lavori in questa direzione. Si tratta di cercare la via attraverso cui il ragazzo possa diventare adulto, direi, in senso costituzionale, e quindi capire come garantirgli di non essere soggetto e oggetto di discriminazione, di avere gli strumenti per realizzare se stesso in sintonia con il resto della collettività.

La rappresentazione sociale della giustizia minorile

Negli ultimi anni i media hanno parlato parecchio della giustizia minorile, e sempre per i procedimenti civili, quelli in cui i giudici intervengono sulla famiglia.

Credo che i media riflettano abbastanza l’opinione pubblica. Certo, possono in qualche modo orientarla attraverso la scelta degli argomenti…

e nel modo di affrontarli!?

In questo secondo me rispecchiano il pensiero comune. Se il pensiero comune fosse orientato in modo diverso, i cittadini lo esprimerebbero; perché non lo fanno?, perché in generale condividono il messaggio mediatico.

Oppure non hanno conoscenze sufficienti per formarsi un’opinione fondata…?

Il pensiero collettivo dipende dalla mancanza di conoscenze. Allo stesso modo il pensiero dei media, dove lavorano persone che appartengono e condividono il pensiero collettivo, rispecchiano spesso questa mancanza di conoscenza.

Tu pensi che in questo ci sia una responsabilità del sistema di giustizia?

Per certi versi sì secondo me, e qui io vedo un problema grosso di linguaggio. Se il linguaggio usato dall’apparato giudiziario è poco comprensibile dalla cittadinanza, poi la cittadinanza non capisce. Ti segnalo una iniziativa messa in piedi a Milano da un gruppo di avvocati, l’iniziativa si chiama “Fronte verso”. Analizzano varie sentenze - non so se scelte guardando alla incomprensibilità o a casaccio - e le traducono in un italiano accessibile. Finché il linguaggio è molto specialistico, le persone non possono capire.

Nel caso della giustizia minorile anche i temi sono complessi.

Il contributo che potrebbe dare la giustizia minorile è proprio quello di farsi capire, di comunicare. E i giudici comunicano attraverso le sentenze, bisognerebbe riuscire a scriverle con un linguaggio che parli anche a chi non è un professionista della giustizia.

Dopo di che si possono fare iniziative di sensibilizzazione, però io credo che questo sia un compito soprattutto della politica - intesa in senso ampio, non soltanto i partiti ma le associazioni, le religioni, i mezzi di diffusione…

La Rai dovrebbe fare per esempio servizio pubblico anche in questo campo.

Negli ultimi anni diversi programmi televisivi, anche della Rai, se ne sono occupati, generalmente scegliendo singole situazioni ed enfatizzandole.

In quei casi si mette in piedi una sorta di processo mediatico al caso concreto. Invece il servizio pubblico dovrebbe, senz’altro, trarre spunto da un fatto, ma per affrontare il problema nella sua generalità.

Le notizie che riguardano la giustizia minorile fanno sempre scalpore, toccano i legami primari dunque colpiscono le persone in modo viscerale.

Sotto il profilo formale e non sostanziale, però. Sotto il profilo della tutela della famiglia astrattamente, perché in concreto io credo che molto spesso i genitori non si comportino mirando all’interesse della famiglia intesa come organizzazione sociale.

Quante ore passano i bambini davanti alla televisione? Se ci spendono tanto tempo vuol dire che i genitori se ne occupano poco - e allora la tutela della famiglia è una cosa formale. La sostanza è fatta di relazioni e non di dichiarazioni, e per quel che riguarda le relazioni io credo che siamo piuttosto deficitari. La nostra società è deficitaria. Non è soltanto un problema privato, la famiglia è tutelata anche attraverso la copertura complessiva dei servizi che si offrono, dal nido e dalla scuola per l’infanzia in avanti; bisognerebbe alimentare questi servizi in modo che nessuno resti escluso.

Il ragazzo come proiezione dell’adulto

Dietro a tutto questo, secondo te, qual è l’idea diffusa di minore?

Quella di un bambino o ragazzo proiezione dell’adulto. Se fosse considerato un soggetto di diritto non passerebbe così tanto tempo davanti alla televisione. E se fosse soggetto di diritto, i genitori non assumerebbero, nei confronti degli insegnanti dei propri figli, quell’atteggiamento degradante e così frequente…

quasi sindacale.

Esatto. Apparentemente è dare una grandissima importanza al minore, effettivamente è tutto il contrario.

Minteressa. Me lo spieghi un pomeglio?

A far così non lo si fa crescere. Quando tu prendi una posizione preconcetta, di difesa del minore comunque, gl’impedisci di diventare responsabile.

Noi abbiamo anche un eccesso di tutela formale, ad esempio in Italia i ragazzi sono sempre accompagnati a scuola dai genitori; in altri Paesi non è così.

Non lo era nemmeno in Italia qualche tempo fa.

È vero, io alle scuole elementari ci andavo con le mie gambette. Adesso all’ingresso e uscita di scuola, davanti alle elementari e a volte anche alle medie, trovi uno schieramento di automobili in seconda, terza, quarta e quinta fila perché tutti i bambini sono accompagnati. Poi va bene, in qualche città si fanno esperimenti tipo il pedibus, ma interessano comunque una minoranza.

I ragazzi al liceo, se non si sentono bene, devono farsi venire a prendere da un adulto. Se uno è piegato in due dal dolore lo capisco, ma se ha mal di denti e ha 17 anni perché non può tornare a casa da solo?

Vero. Un 17enne alla fine delle lezioni torna normalmente a casa da solo, ma se esce alle 11 per il mal di denti non può. Eppure non mi sembra che alle 11 corra rischi maggiori

Appunto. È una finta tutela dei minori, è una tutela degli adulti.

 

Fine della prima parte. La seconda verrà pubblicata domani

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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