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Seydou Tall (interpretato da Omar Sy, già conosciuto in altre pellicole, tra cui “Samba”, “Quasi amici”, Mister Chocolat” e “Famiglia all’improvviso: istruzioni non incluse), è un famoso attore immigrato di seconda generazione, di origini senegalesi e mauritane che vive a Parigi.

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Per il lancio della sua biografia, decide di partecipare con il figlio Natan al festival culturale “Biennale Dakar 2018”, ma il giorno della partenza - a detta della madre da cui Seydou è separato – Natan ha la febbre per cui Seydou è costretto a partire da solo alla volta di Dakar.

Parallelamente, in un villaggio sperduto della savana nel dipartimento senegalese di Kanel, il tredicenne Yao (interpretato da Lionel Louis Basse) grande fan di Seydou di cui ha letto tutta la biografia nonché nemesi perfetta di quest’ultimo, avendo appreso della sua presenza alla “Biennale Dakar 2018”, decide di andare ad incontrarlo insieme al compagno di giochi Dembé. Ma la mattina della prevista partenza Dembé non si presenta all’appuntamento, Yao perde i soldi del viaggio già pagato, e parte da solo a piedi alla volta di Dakar, per percorrere 387 km.

Già il viaggio di andata a Dakar contraddistingue i due personaggi: Seydou comodo in aereo, e poi bloccato in limousine dal traffico e da una distesa umana di fedeli che occupano tutte le strade intorno alla moschea per la preghiera del venerdì, mentre Yao a piedi, poi in auto e infine in treno senza biglietto nascosto sotto la gonna di una donna cannone, fino ad arrivare in tempo per l’incontro di Seydou col pubblico, dove però viene cacciato fuori dal Palazzo della Biennale da una donna del servizio d’ordine, scambiato per un mendicante.

Proprio quando ogni speranza sta per svanire, Yao vede uscire Seydou dal palazzo della Biennale e non si fa scrupoli a corrergli incontro per un autografo.

I due fanno subito amicizia, avendo molte cose in comune: l’etnia, il padre sarto e il rumore della macchina da cucire che ne ha accompagnato l’infanzia. Essendo Yao senza soldi e senza un tetto a Dakar, Seydou decide prima di ospitarlo fino all’indomani nella sua stanza d’albergo e poi, colpito dalla distanza percorsa da Yao, di abbandonare il tour promozionale per riaccompagnarlo a casa.

Dopo il successo di “Le Dernier pour la route” (2009) - candidato a cinque premi César e premio per la migliore promessa femminile a Mélanie Thierry - e “11.6” (2013), la terza pellicola del produttore cinematografico, regista e sceneggiatore francese Philippe Godeau, anch’esso affetto dal “mal d’Africa” è un road movie umanista, in cui i temi centrali sono: il viaggio iniziatico alla ricerca di sé e a contatto con le proprie origini che in pochi semplici gesti riesce a trasmettere i valori della cultura africana e la sua profonda spiritualità, la paternità, la trasmissione e la ricchezza della differenza, l’incontro di due generazioni, due culture e stili di vita diversi (senegalese e parigina), nonostante i protagonisti abbiano le stesse origini, una riflessione sull’identità, il forte contrasto tra Europa/europeo/bianco e Africa/africano/nero.

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Infatti, la gran parte del film si svolge nel rocambolesco viaggio di ritorno di Yao e Seydou, prima in taxi, poi in auto d’occasione comprata lungo la strada, e infine in calesse, deraglia sempre più tra un baobab e l’altro all’interno della profonda savana arsa, brulla e per nulla turistica, tra tenere disavventure, scoperte inattese e curiosi personaggi: dal taxista al banchetto offerto dalla famiglia di quest’ultimo, dalla festa di musica senegalese a ritmo di tamburi in cui Seydou si invaghisce della bella mauritana Gloria, cantante improvvisata ballerina (non c’è nulla da fare, gli africani il ritmo e la musica ce l’hanno nelle vene), al check-point in cui occorre pagare la “mazzetta” per proseguire il viaggio, alla “maga” che fa capire a Seydou che se si trova lì non è un caso, tant’è che il villaggio di origine dei genitori di Seydou si trova proprio poco distante, sull’altra riva del fiume.

Il protagonista Yao è pieno di energia positiva, immagine di un Senegal indomito e avido di cultura, perfetto nel ruolo di provocatore insolente dell’attore di successo Seydou, il quale si prende troppo sul serio e prende troppo sul serio il suo desiderio di essere il buon padre protettivo.

Mentre Omar Sy in “Mister Chocolat” ambientato nella Belle Epoque interpretava il personaggio dell’artista Rafael Padilla, un nero in un mondo di bianchi, ne “Il viaggio di Yao” interpreta sé stesso, un bianco (in quanto nato e cresciuto a Parigi) in un mondo di neri (in quanto catapultato nel terra del Senegal).

Yao lo chiama ironicamente "Bounty", uno snack nero fuori e bianco dentro, perché Seydou ragiona davvero come un bianco e fatica a comprendere il “savoir vivre” senegalese. Un nero-bianco che recita sé stesso, emozionato e riflessivo, in un ritratto intimo in un racconto naïf di una sincerità disarmante. Il tutto condito con musica etnica e blues curata da Matthieu Chedid, che rispolvera anche “Three Little Birds” di Bob Marley.

Oltre al già citato “Famiglia all’improvviso: istruzioni non incluse”, vi sono molte altre pellicole che richiamano per ragioni diverse un viaggio iniziatico con due mondi e due generazioni a confronto, tra cui Lion di Garth Davis Wallay di Berni Goldblat e Welcome di Philippe Lioret.

Tra le frasi più significative pronunciate nel film: “Il vento arriva lento dal deserto perché trascina l’eternità” e “Il destino è Dio che passeggia in incognito”, destino che ha fatto incontrare e viaggiare insieme i due personaggi in un Senegal impastato nella terra rossa e polverosa, nei suoi immensi spazi arsi dal sole e nel calore della sua umanità.

 

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen


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