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Anima mia, scampata dal mare, in questa notte di vento asciugami (…) splendi sopra queste assi, sopra questo mare, questo mare scuro, splendi sulla mia fatica, splendi su di me (…) Davvero davvero ti chiedo davvero, se ce la faremo o no, passo dopo passo so che ti raggiungerò”.

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È un passaggio del brado “Davvero davvero” di Mauro Pagani, cantato insieme a Fabrizio De André, che ben si adatta alla pellicola “Io Capitano” di Matteo Garrone, che così conclude una sorta di trilogia della speranza, dopo “Gomorra” e “Pinocchio”, perché al cuore di ciascuna delle tre pellicole c’è un ragazzo che ricerca la bellezza, pur provenendo da un ambiente ostico, che non lo aiuta a scovarla.

L’ultima opera di Garrone è stata premiata alla Mostra Internazionale di Venezia 2023 e candidata all’Oscar 2024, battuta da “La zona d’interesse” solo grazie alla lobby promozionale di quest’ultimo - i film vanno conosciuti dai 1.300 votanti dell’Accademy e per questo occorre investire molto nella loro promozione e visione - ha un valore cinematografico, sia per la qualità estetica - alcune inquadrature sembrano quadri in movimento, di una straordinaria bellezza estetica, da segnalare la fotografia di Paolo Carnera - sia per la scrittura, sia per le emozioni che riesce a trasmettere, sia perché ribalta la nostra prospettiva di spettatori dei Paesi sviluppati rispetto al tema complesso dell’immigrazione, quasi come un controcampo narrativo con uno sguardo introspettivo, coraggioso e intenso.

Infatti il regista ci pone nello sguardo di chi decide di partire, di mettersi in viaggio e affrontare gli innumerevoli pericoli e le impensabili e terribili situazioni che provocano gravi ferite sia nel fisico che nell’anima. Un film che arriva e segna sia la mente che il cuore.

Seydou e Moussa sono due inseparabili cugini senegalesi di etnia “wolof”, due ragazzi che vivono in un contesto di povertà ma con saldi legami familiari e solidali legami di vicinato, perché nei villaggi dell’Africa sud sahariana, è ancora molto forte il senso della famiglia allargata e della comunità. Ma come tanti altri, sono due ragazzi pieni di voglia di vivere, di speranze e di ambizioni: vorrebbero “spaccare” nel mondo della musica e avere successo come musicisti.

La loro fuga verso l’Europa è dettata quindi non da una guerra civile, da un cataclisma o da una carestia, bensì dal grande desiderio di rincorrere un sogno, senza dare retta ai drammatici racconti sul “viaggio”, spinti più dall’incoscienza e dall’ingenuità.

Il viaggio è al centro della pellicola, con tutte le sue sfaccettature da Odissea contemporanea, con “stazioni” spaventose, dai predoni del deserto, ai centri di detenzione delle bande criminali libiche fino all’impressionante traversata del Mediterraneo. Un viaggio che ricorda quella strada che fu per Giorgio Gaber l'unica salvezza. Sicuramente si tratta di un viaggio che, come spesso accade nelle pellicole “on the road” consente di compiere quel passaggio rituale dall’età adolescenziale all’età adulta, mantenendo però quasi intatta l’innocenza e la purezza d’animo.

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In un’intervista, il regista ha dichiarato: “è un lavoro che mette in luce le ingiustizie e racconta un'odissea, un archetipo dell'immigrazione da un paese povero a un paese ricco.
Io capitano nasce dall'idea di raccontare un controcampo rispetto a quello che siamo abituati a vedere.

Da decenni vediamo barconi che arrivano sul Mediterraneo. A volte li salvano, a volte no. Ci si abitua a pensare a queste persone come numeri e ci dimentichiamo che dietro ci sono persone, famiglie, sogni, desideri. Volevo mettere la macchina da presa dal lato opposto, puntandola dall'Africa all'Europa, e dare forma visiva a quel viaggio.

Di rado si parla del fatto che in Africa il 70% sono giovani e tra costoro c'è chi è risposto a rischiare la vita per avere maggiori opportunità. Questo tema mette in luce una profonda ingiustizia. Molti ragazzi non capiscono perché i loro coetanei possono viaggiare e andare in vacanza mentre loro devono affrontare viaggi di morte.

Il mio film racconta il loro viaggio epico, un'odissea omerica, mostrando tutti gli stati d'animo che vivono, dall'euforia alla disperazione. Questo racconto è ciò che mi ha spinto a fare questo film, che si ferma quando avvistano l'Italia. Poi si aprirebbe un altro discorso che ho scelto di non fare.

Per ricostruire gli stati d'animo dei due giovani protagonisti che affrontano la traversata africana, c'è stato un lungo lavoro di documentazione, selezionando alcuni ragazzi che avevano vissuto tale esperienza. Siamo rimasti fedeli il più possibile ai raccontiOltre che realizzare un road movie, volevamo raccontare un viaggio di formazione. Le sequenze oniriche presenti nel film aiutano a raccontare l'aspetto interiore dei personaggi. Per lo più, Io capitano si muove su un piano realistico, ma contiene alcune componenti fantastiche che rimandano a Pinocchio, con cui abbiamo trovato tante assonanze tematiche.

Tutto quello che si vede nel film è ricostruito tranne la parte iniziale che è stata girata nella Medina di Dakhar. Il deserto lo abbiamo girato in Marocco e la Libia l'abbiamo ricostruita a Casablanca, mentre la parte in mare è stata girata davanti a Marsala.

Io posso parlare delle storie che racconto perché le ho vissute attraverso gli sguardi dei ragazzi che hanno collaborato con me. Non ho approfondito l'aspetto politico quindi preferisco non parlare di ciò che non conosco, ma questo è un tema complesso, non credo si risolverà facilmente nei prossimi anni.”

Una pellicola coraggiosa, intensa, che accorcia le distanze tra “noi” e “loro”, da vedere.

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen


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