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“Nel 2018 la Cooperativa Sociale Area con il Tribunale per i minorenni di Brescia ha proposto un progetto sperimentale di walking therapy e selezionato 8 ragazzi autori di reato per compiere il giro del Lago di Garda. Il gruppo, accompagnati da due psicoterapeuti, un educatore e una troupe di documentaristi, ripercorre a piedi 135 km in 6 giorni. Ogni ragazzo ha in dotazione un’action cam per raccontare la propria esperienza del viaggio.”

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Questo è l’incipit del cortometraggio “I Re del lago”, realizzato da Luca Aresi, Lorenzo Masci, Nicola Quinzani, Arianna Zampatti, quattro giovanissimi registi diplomati al corso di documentario della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano nel 2019.

Otto storie diverse, otto ragazzi in messa alla prova - istituto d’eccellenza processuale del sistema di giustizia minorile italiano finalizzato al cambiamento e al recupero degli minorenni imputati che, con la sospensione del processo e con lo svolgimento di una serie di attività (prescrizioni) disposte dal collegio dei giudici minorili e concordate con i servizi sociali e con gli stessi minorenni per un periodo definito, se al suo termine viene la messa alla prova valutato positivamente, comporta tra l’altro la cancellazione degli effetti penali del reato commesso - partecipano a un progetto sperimentale di “walking therapy”: sei giorni di camminata intorno al Lago di Garda vivendo insieme un’esperienza unica, nuova, condivisa, tentando di lasciarsi i problemi e le esperienze negative pregresse alle spalle, per rivederle poi sotto una luce diversa.

Il titolo del documentario, oltre a simboleggiare le sensazioni provate dai protagonisti alla fine del percorso, evoca anche l’omonima via alpinistica che si trova nell’area delle Prealpi Bresciane e Gardesane sottostante la Cima Capi, in onore de “La Regina del Lago”, falesia che la ospita. Questa via alpinistica aperta dal basso, corre lungo il margine orientale del crinale di Cima Capi quasi a volerne lambire lo spigolo. E come diceva Jacques Lacan “Se un uomo che si crede un re è un folle, un re che si crede un re non è da meno”.

La struttura narrativa del documentario mantiene la linearità e l’ordine cronologico degli avvenimenti, segue le tappe di questa esperienza, lasciando grande spazio agli otto giovani protagonisti, soprattutto alle loro riprese, ai loro gesti, ai loro pensieri, alle loro parole e ai loro corpi in trasformazione. Infatti il materiale girato dai documentaristi è stato poi integrato con le riprese dei ragazzi, che disponevano di una videocamera per raccontare la propria esperienza.

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Colpiscono le frasi dei ragazzi pronunciate all’inizio del percorso, come ad es. “la messa alla prova te la guadagni” e “io cambio perché ho deciso di cambiare”, quelle pronunciate durante il tortuoso percorso sali-scendi tra strade asfaltate, stradine di ghiaia, e strettoie in terra battuta, in cui i sogni, le speranze, i progetti, le preghiere, ma anche le discussioni, le fatiche, gli sfoghi, le lamentele, i bisogni primari dei ragazzi, che si raccontano e si confrontano, ma soprattutto quelle pronunciate alla fine del cammino, come ad es. “lo fai oggi, lo fai domani, tu non capisci il motivo per cui lo fai, perché sei sempre lì nello stesso posto, nello stesso luogo, tendi a fare gli stessi sbagli, gli stessi errori, però staccandoti come ha detto lui un po’ da tutto, dalla famiglia, dalla casa, riesci a vedere con occhi diversi, da una prospettiva molto diversa e questa cosa l’ho capita qui ora che sono via da tutto e quando torno …migliorerò”, “se riesco a fare una cosa così, riesco a superare tutto … è una bella esperienza, una sfida con me stesso”, “alla fine è stato bello, ci siamo divertiti … però è durato troppo poco, cioè è durato tanti giorni, però è passato in fretta perché ci siamo anche divertiti, cioè è una bella cosa, siamo stati bravi, ci siamo comportati bene… così la gente penserà che noi non siamo criminali, che anche noi siamo persone che ci possiamo comportare bene come tutte le altre persone, siamo tutti uguali alla fine, commettiamo errori, ma si sbaglia, è normale, però vuol dire che tutti riusciremo a cambiare”.

Il cammino viene quindi vissuto come uno strumento di recupero, ma anche come uno strumento di rivisitazione, di rivelazione e scoperta interiore.

Il brano rap finale, scritto da uno dei quattro giovanissimi registi, Luca Masci, è di forte impatto e trabocca di riferimenti e simboli, dimostrando il successo del cammino su più i fronti:

La vita non è facile lo sai, difficile adesso stare lontano dai guai
sembra che non si possa uscirne mai, gli errori mi tagliano come lame Samurai.

Un’occasione seria per cambiare, insieme, sentirsi smarrito in un locale, va bene
voglia di partire ma paura di restare, e non cede sfioro l’acqua del Garda e il mare
non vede, faccio il primo passo avanti e non arretro
non sono solo nel tragitto e non mi guardo indietro
sembro forte come il ferro e, ma fragile come il vetro
vado in mille pezzi se guardo il mio passato tetro.

Ma cammino con un amico vicino, si preoccupa se mi deprimo
proprio alle stesse cose mentre rimo, che per un attimo mi fa tornar bambino
in questo lago ci perdiamo come un bicchier di vino.

Le vesciche sui piedi, fatica a cui non credi
lo zaino sulle spalle, l’ombra che non vedi
i finti grandi giudicano, meritano i medi
i valori più grandi sono quelli che non vedi,
io arrivo da dove sono partito, sommerso
e ora che ho concluso il giro, lacrime verso
e ora che ho più di un amico, ci penso
ora sembra tutto finito, ma sono diverso
.”

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen


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