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Secondo i conti di fine novembre 2020, SOS Mediterranee aveva salvato 31.799 persone. Di esse il 22% erano minorenni oltre l’80% dei quali viaggiava solo, vale a dire senza genitori o un adulto che ne fosse responsabile.

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Nel dicembre scorso la Ong ha deciso che i numeri erano poca cosa per far conoscere la realtà e ha pubblicato un report intitolato “Giovani naufraghi” nel quale dare spazio a 10 storie in qualche modo esemplificative delle migliaia raccolte negli anni.

“I loro nomi sono James, Esther, Sélim, Souleyman, Yasmine, Magdi, Youssouf, Abdo, Hamid e Yussif. Prima di essere «migranti», sono soprattutto adolescenti con storie particolari, spesso molto difficili”, ci avvertono i curatori. “Sono esseri umani resi vulnerabili dall’età, dall’isolamento e dai pericoli del viaggio che li ha portati sulla rotta marittima migratoria più letale al mondo, il Mediterraneo centrale”.

C’è chi fugge dalla guerra, chi dalla povertà, chi dalla violenza familiare o dal servizio militare obbligatorio. Non tutti volevano arrivare in Italia e forse neppure in Europa, ed è frequente che la meta cambi nel corso del tragitto, in un tempo di anni che è infinito per chiunque ma per un minorenne di più.

Secondo dati Unicef, ad agosto 2020 in Libia c’erano quasi 47 mila bambini migranti e rifugiati, quasi 12.000 dei quali non accompagnati. Da lì, certo tutti volevano fuggire. Qualcuno racconta di essere salito su un gommone senza sapere perché o per dove, al solo scopo di interrompere un inferno che è lavoro forzato, prigionia e tortura.

Hamid ha lasciato il suo paese, la Somalia, a 12 anni ed è arrivato in Italia a 16. La prigionia in Libia la ricorda bene. “Erano persone del governo, arrestavano solo i neri che passavano di lì. Mi hanno preso il passaporto e i documenti. Ho passato sei mesi in prigione, senza cibo, senza medicine, è stato come un incubo. Sono stato malato per un anno e mezzo. Al campo non ho lavorato. Sono stato picchiato per dar loro dei soldi. Hanno preso soldi dalle nostre famiglie. A noi somali ed etiopi non era permesso di uscire. Non c’è libertà. Un vecchio mi ha aiutato. Era un brav’uomo. Ho las­ciato il campo e ho lavorato per lui per tre mesi. Poi mi ha messo in contatto con i contrabban­dieri, le persone con le barche. Quindi eccomi”.

In adolescenza le migrazioni femminili sono più rare ma molto dolorose. Esther, 17 anni: “Ho lasciato la mia famiglia in Ghana perché nella nostra tradizione una ragazza deve sposare il figlio dello zio paterno, ma io non volevo perché il mio desiderio è sempre stato di andare a scuola. Da noi, se ti sposi non puoi più studiare e nemmeno lavorare. Non è facile per una donna vivere in Ghana. Se non accetti le regole, la famiglia ti rigetta. Mia madre non voleva che fossi buttata per strada, ma mio padre mi diceva che se non avessi sposato l’uomo che aveva scelto per me, mi avrebbe uccisa. Mi ha picchiata con una cinghia, mi ha minacciata. Anche mio fratello ha cercato di convincermi, anche con le botte, ma sapevo di volere un’altra vita. Ho finalmente lasciato il mio Paese alla fine di gennaio 2017. Il viaggio dal Ghana alla Libia è durato tre settimane. Non pensavo che sarebbe stato così difficile.”

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Sono tante le storie. Il report è in rete a nostra disposizione per leggerle con calma. Possiamo anche ascoltarle nella presentazione disponibile in rete. Chi è insegnante, educatore, conduttore di gruppi, giornalista, divulgatore, chi dedica tempo ai social… può raccontarle ad altri.

Lo stesso si può fare, qualche volta, con l’esperienza di chi non ce l’ha fatta. L’esempio ci viene dalla rotta orientale, quella che dalla Grecia si muove verso il porto di Venezia. Zaher Tarek, un ragazzo afgano di 13 anni, si era aggrappato a un camion per uscirne ed è rimasto schiacciato a pochi chilometri da Mestre nel dicembre 2008. Conosciamo il suo nome e altro di lui, più di quanto non accada in genere con chi muore nel cammino, perché aveva con sé il suo taccuino di poesie, e come sempre avviene quando guardiamo da vicino la storia degli altri, Zaher smette di essere un “migrante” e torna a essere una persona. In questo caso, semplicemente un bambino.

Sulla sua storia una classe di scuola primaria ha lavorato per anni grazie alla passione delle maestre e al contributo di esterni che insieme agli alunni hanno riflettuto sul viaggio, sulla diversità, sulle migrazioni, sulle culture. Ne è uscito un libro polifonico, il primo edito dalla meridiana nel 2021, “Il viaggio di Zaher. Percorso interculturale di cittadinanza e solidarietà”, a cura di Giuseppina Fioretti, Francesca Grisot, Gianna Viale e Letizia Camiletti. Con loro e con i loro collaboratori i bambini hanno ascoltato, studiato, disegnato, danzato, raccontato storie, e hanno voluto regalare a Zaher una conclusione diversa, un lieto fine.

Il testo è una proposta operativa da adoperare con bambini e ragazzi tra i 10 e i 14 anni, strettamente connesso con il programma di educazione civica, con la possibilità di svolgere attività didattiche multidisciplinari, con gli obiettivi dell’Agenda 2030. Raccoglie testi in prosa e in poesia dei bambini di Mestre, i versi del taccuino di Zaher, e un’ampia gamma di schede di approfondimento e proposte ludico didattiche affinché i bambini possano fare propria quella storia e, a partire da essa, accrescere le proprie conoscenze. Certo in quelle schede si parla di migrazioni, ma anche di arte e di architettura, della bellezza che ci raggiunge da paesi lontani.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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