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C’è qualcosa di profondo nell’impulso che spinge tante persone in tutto il mondo, e tanti di noi tra queste, a manifestare solidarietà alle donne iraniane che invadono le piazze a rischio della vita. Qualcosa che ci appartiene e di cui sarà bene prenderci cura.

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La miccia è stata la morte di Mahsa Amini, la 22enne curda che, in visita a parenti, è stata fermata dalla polizia “morale”, presa in custodia, ed è poi deceduta dopo alcuni giorni di coma. Un incidente, pretende lo stato iraniano. La conseguenza di una malattia preesistente che i familiari di Mahsa (ma il nome curdo, proibito dal governo, è Jina) assicurano non esserci mai stata. Il motivo dell’arresto è arcinoto: l’hijab che aveva indossato lasciava intravedere alcuni ciuffi di capelli.

È bene ricordare che le proteste contro l’obbligo del velo non sono una novità per l’Iran. Le prime risalgono all’8 marzo 1979, appena un mese dopo la Rivoluzione. Da allora le manifestazioni si sono ripresentate a ondate, avversate nel tempo anche da una parte delle donne che consideravano il velo un segno di fede da preservare.

In un paese giovane – il 60% della popolazione ha meno di 30’anni – le ventenni del 1979 hanno da poco superato la sessantina. Quanto mi piacerebbe farmi raccontare cosa si è mosso attraverso le generazioni. Sarà stata preparata silenziosamente la rivolta. Immagino nonne e madri – ma anche nonni e padri – nutrire il desiderio di libertà delle bambine, farle crescere uguali in dignità e diritti mentre tutto pretenderebbe il contrario.

In queste settimane le donne iraniane e i loro compagni di strada ci stanno impartendo una straordinaria lezione di coraggio. Ci dicono che è possibile uno sdegno inossidabile di fronte a una società dove da oltre quarant’anni la violenza di stato, ergendosi a castigo di Dio, avvelena goccia su goccia la vita pubblica e privata delle donne e le loro relazioni. Dove una polizia può essere detta “morale” e reprimere arbitrariamente ogni manifestazione di non ortodossia, impensabile da questa parte del pianeta dove siamo (io dico: fortunatamente) intrisi di un pensiero che rafforza l’individuo riconoscendogli una più ampia possibilità di scelta.

Effettuano, sì, una scelta radicale le donne iraniane e i loro compagni. Non si fermano neppure quando il pericolo personale diventa estremo. Secondo Iran Human Rights, ong con sede in Norvegia, dalla notizia della morte di Mahsa trapelata il 16 settembre al giorno 26 si contavano già 75 vittime e centinaia di feriti, e i dati potevano essere incompleti.

Le notizie sono incerte ma in qualche modo trapelano. Fortunatamente, nonostante i tentativi del governo iraniano di oscurare i social più popolari, nel mondo ormai piccolo la rete spinge verso quella globalizzazione, dei diritti e non solamente dei mercati, che da tempo sogniamo. Grazie alla possibilità di immaginarsi in vite differenti gli oppressi riconoscono la violenza proprio perché ad altri è risparmiata e la sentono estranea fino a rifiutarla; per altro verso, chi non conosce vessazioni tanto forti si sente immediatamente coinvolto: come donna, come uomo che ha rispetto per le donne, come giovane, come minoranza (Mahsa era curda), come esseri umani che credono nell’uguaglianza e si emozionano dinanzi alla libertà semplice di una coda di cavallo.

La diversa condizione femminile ci fa sentire l’Iran un paese lontano, più che nello spazio, nel tempo. Se nel nostro Occidente l’affermazione dei diritti delle donne, cioè poi dei diritti umani, è un processo mai pienamente realizzato e mai definitivo, è comunque incomparabile con ciò che accade in Iran con la benedizione del diritto, di famiglia e non solo.

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Nello studio, nel lavoro, nell’eredità, in giudizio, una donna vale la metà di un uomo oppure niente. Alcune facoltà universitarie prevedono quote azzurre per assicurarsi il dominio maschile sulla conoscenza che diventa strumento di potere. Le discriminazioni iniziano subito: a 9 anni le bambine iraniane diventano penalmente responsabili delle loro azioni (i maschi a 15) e a 13 anni possono essere date in sposa, ancor prima se il padre ottiene il permesso dal tribunale. Il rapporto 2021 sull’Iran di Amnesty International riporta che tra marzo 2020 e marzo 2021 sono stati registrati 31.379 matrimoni di ragazze nella fascia d’età compresa tra 10 e 14 anni, con un aumento del 10,5 per cento rispetto all’anno precedente. Ancora nel 2021 il parlamento iraniano ha approvato leggi che sostanzialmente vietano la contraccezione e qualsiasi altro strumento di controllo delle nascite, e ostacolano la violenza di genere in modo talmente blando da ammettere lo stupro maritale o il matrimonio precoce. Non garantiscono pene proporzionate per gli uomini che uccidono mogli o figlie e, in caso di maltrattamenti familiari sulla donna, privilegiano la riconciliazione rispetto all’accertamento delle responsabilità.

Almeno una parte di queste statuizioni sono alle nostre spalle, solo pochi isolati più in là. Il compito di vigilare affinché non tornino neppure “velatamente” a riguardarci è di ciascuna e ciascuno di noi.

Certo non sappiamo che evoluzione avrà la situazione in Iran. L’ex ambasciatore italiano Alberto Bradanini ha dichiarato alla stampa che si aspetta un allentamento della pressione da parte del governo che non può fare a meno del consenso. Al contrario, secondo il regista curdo-iraniano Fariborz Kamkari intervistato dal “Manifesto”, il regime non può fare passi indietro senza negare se stesso. “Il velo è una bandiera”, afferma – e come non pensare a quell’altra bandiera issata dalle donne, tessuta con i loro capelli.

Secondo Kamkari la popolazione sta esprimendo una protesta globale che si differenzia dalle precedenti in quanto riguarda l’intero paese e non soltanto le grandi città, vi aderiscono tutte le classi sociali, non è guidata da un’organizzazione interna al regime e – nonostante le preoccupazioni economiche e ambientali non manchino, in Iran come nel resto del mondo – non chiede denaro ma libertà.

Il sistema è stato disegnato per marginalizzare le donne e togliere loro ogni ruolo politico, culturale, sociale”, ha affermato Kamkari. “Le donne iraniane non lo hanno mai accettato e sono sempre state motore di cambiamento. Andate in Iran, vedrete che fanno qualsiasi cosa. Questa è una rivoluzione femminile perché sono loro che organizzano la piazza, che vanno contro la polizia, che bruciano il velo. E sono sostenute dagli uomini, è la novità. La furbizia del regime è stata creare divisioni che sono entrate anche in casa: se crei un sistema a favore degli uomini, gli uomini diventano i rappresentanti del regime anche tra le mura domestiche. Oggi però sono al fianco delle donne”.

La determinazione che donne e uomini stanno esprimendo insieme, la loro urgenza di libertà ci risveglia. Ci sia di esempio a ogni attentato piccolo o grande, esplicito o subdolo, istituzionale o informale, contro i nostri diritti e le nostre libertà.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.