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Ogni tanto mi capita di trovare, su qualche rivista, rubriche dedicate a cuccioli abbandonati di cui si vuol favorire il collocamento. Al centro del discorso ci sono gattini e cagnolini, non mi era mai capitato di vedere qualcosa di analogo applicato agli esseri umani.

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Quando ho visto annunci analoghi su un’agenzia seria e affidabile come Redattore Sociale, dedicato però a dei bambini, sulle prime sono stata sconcertata. Mi pareva l’atteggiamento del commerciante che decanta i suoi prodotti per accalappiare clienti. Entrandoci dentro e ragionandoci su, mi sono detta che questo modo di procedere può avere un fondamento.

Nel discorso comune i bambini allontanati dai genitori potrebbero tornare con loro immediatamente e sarebbe giusto che lo facessero, se solo i giudici e gli assistenti sociali avessero un po’ di cuore. Non m’interessa la diatriba su questi provvedimenti, tutti giusti o tutti sbagliati, e neppure ho in mente casi specifici che potrebbero far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Mi accontento delle realtà che ho conosciuto e so che le cose, a guardarle da vicino, molto spesso hanno poco da spartire con l’ideale.

Ci sono bambini o adolescenti abbandonati in via definitiva per i quali vanno cercate alternative. Ce ne sono altri che vengono allontanati nonostante siano molto desiderati dai genitori. A volte provengono da famiglie con difficoltà rimediabili e ben seguite per cui nel giro di un po’ di tempo, con la volontà e l’impegno di tutti, i nuclei potranno ricomporsi; altri ragazzi, nonostante il tempo la volontà e l’impegno di tutti, molto probabilmente subirebbero ulteriori danni rientrando in famiglia, perché ciò che ha determinato la scissione del nucleo familiare è lontano dall’essere superato.

Penso a situazioni di tossico o alcooldipendenza, patologie psichiatriche, gravi carenze affettive e relazionali di genitori quasi sempre frutto delle loro infanzie maltrattate.

Il primo intervento di protezione del bambino, da solo o con la madre, si fa investendo anche sui percorsi evolutivi dei genitori e lavorando per riunire il nucleo familiare. È difficile sapere fin dal principio quale sarà l’esito; in concreto, alle volte le relazioni si aggiustano, le malattie o le dipendenze si risolvono, e altre volte no. Quando è no, sarebbe meglio capirlo in fretta per non alimentare false speranze ma non sempre si può fare alla svelta, anzi in alcune situazioni si tentano tutte le strade perché è durissimo chiudere la porta al desiderio di dare concretezza agli affetti. Trovare il giusto equilibrio tra rapidità e accuratezza è davvero difficile.

Il punto veramente sensibile è proprio svolgere quest’opera di discernimento presto e bene – due requisiti difficili da coniugare – e non basta un post per parlarne. Resta il fatto che esistono uomini e donne che abbandonano i figli, o che si propongono di superare i loro problemi per tornare ad occuparsi dei figli e davvero ci provano, senza riuscirci mai. In entrambi i casi i bambini, a casa, non possono ritornare. E se superano la prima infanzia può essere molto difficile tentare un’altra strada in grado di dare stabilità al minorenne.

Ora, quello che sto per scrivere è cinico e ne sono consapevole, ma è la realtà. La minore età dura 17 anni. Se il bambino è sano e la gravità della situazione familiare viene identificata precocemente non è difficile individuare una famiglia disposta all’adozione, oppure a un affido a lungo termine, e il bimbo potrà crescere in una condizione di stabilità, con persone a lui dedicate. Quando invece i problemi emergono tardivamente, o vengono messi a fuoco come non rimediabili solo dopo anni di tentativi vani, è quasi impossibile trovare una famiglia disposta a occuparsi di quel ragazzo o di quella ragazza ormai adolescente. La stessa difficoltà si riscontra per i minorenni, grandi o piccolissimi, portatori di una grave disabilità, o per le fratrie numerose che sarebbe bene non separare ma che difficilmente trovano accoglienza in un solo nucleo familiare.

I servizi sociali e i tribunali per i minorenni si adoperano per far incontrare quegli adolescenti, o quei bambini gravemente disabili, quelle fratrie, con coppie disposte ad accoglierli e in grado di farlo. Per i casi più difficili – leggi proprio: i bambini con maggiori danni o difficoltà, quelli che nessuno vuole – la legge prevede anche l’adozione speciale che apre a single e coppie conviventi, ordinariamente esclusi. È un coinvolgimento già previsto nell’affido familiare, ma tante volte neppure questo basta. I piccoli senza famiglia restano in struttura fino a 18 anni, e quello che doveva rappresentare un contesto temporaneo si trasforma nella loro unica realtà.

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Per affrontare tutto questo è nata l’associazione M’aMa, meglio conosciuta come Rete delle MammeMatte. Il nucleo iniziale è un piccolo gruppo di donne: sono madri biologiche, affidatarie e adottive, operatrici del settore a vario titolo (giurista, counselor, educatrice, pedagogista) e residenti in regioni italiane differenti. Alcuni servizi e tribunali per i minorenni chiedono la loro collaborazione nel divulgare i profili essenziali dei bambini per i quali sembra impossibile trovare una famiglia.

In rete si trovano gli appelli: ci sono i fratellini legatissimi tra loro e che possono essere accolti soltanto insieme, ma uno di essi ha una grave disabilità; c’è la ragazza di 16 anni, brava a scuola, consapevole, con un vissuto di violenze; c’è la bimba terribilmente insicura e bisognosa di affetto dopo quello che ha passato, e che ha bisogno di un’attenzione esclusiva non semplice da riscontrare. Bisogna essere matti, per prendersi in carico questi “casi”. C’è davvero bisogno di persone che se la sentano e abbiano le giuste capacità, e siccome sono poche e sparse per l’Italia, gli annunci tentano di creare contatti altrimenti impossibili. Una strada che probabilmente è giusto tentare, purché monitorata attentamente dalle istituzioni competenti e accompagnata in tutto il percorso.

Ci chiamano MammeMatte, dicono le protagoniste, siamo operatrici e mamme di bambini arrivati in adozione o affido, bambini disabili o fortemente compromessi a livello emotivo e relazionale… Alcuni dicono che “spacciamo” bambini ed effettivamente, a pensarci bene, i nostri bimbi un po’ speciali creano dipendenza e ci trasformano in famiglie numerose… accoglienza dopo accoglienza.

Siamo in ogni angolo d’Italia e ci teniamo per mano, tessendo una Rete che “pesca” i bambini dimenticati, quelli ritenuti dagli stessi operatori “difficilmente collocabili” (ma che poi tanto incollocabili non sono!).

I nostri bambini sono i fascicoli lasciati nei cassetti, quelli che vedono i compagni di comunità andare via con le nuove famiglie mentre loro continuano ad aspettare mesi, anche anni. I nostri bambini sono i bambini di tutti di cui però “tutti” si dimenticano.

Spesso le MammeMatte non sanno di esserlo fino a che la storia del bambino che le aspetta non incrocia la loro strada, ed è proprio per questo che usiamo ogni mezzo per far sì che ogni bambino incontri la propria famiglia.

Non vi spaventate di fronte a una diagnosi scritta nero su bianco su un foglio di carta: dietro quelle parole esiste un bambino, che spesso e volentieri quella diagnosi vuole superarla. Un bimbo che ha bisogno di essere preso per mano da qualcuno che gli indichi la strada.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è docente a contratto all’Università di Parma sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti e svolge attività di formazione, ricerca, supervisione e sensibilizzazione su bullismo, violenza di genere e assistita, diritti delle persone minorenni. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Ha diretto la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati (2014-2021) e l’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara (2013-2020). Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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