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Siamo cattivi con i bambini. Lo siamo in infiniti modi, e alcuni di questi li abbiamo già incontrati anche su queste pagine. Pensiamo agli infanticidi, ai femminicidi con i loro orfani, alla povertà educativa in cui consentiamo la crescita di tanti bambini, ai maltrattamenti in famiglia

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Anche i ragazzi possono compiere azioni crudeli. E siccome i bambini cattivi non esistono, come scrive Gianni Rodari nella poesia “La befana con il razzo” e pure un sacerdote, Claudio Burgio, che compie il suo servizio all’Istituto Penale Minorile “Beccaria” di Milano, qualche domanda bisogna farsela.

L’articolo “Stupidi e cattivi, ma più cattivi” di Daniele Lugli ci ha consegnato una riflessione su tre elementi che ci rendono inclini alla crudeltà: essere indotti all’azione da una persona in posizione di autorità, farsi governare dal proprio ruolo, non avere tempo per gli altri.

Si ripropongono nei comportamenti dei bambini? Indubbiamente sì.

Sul mettersi al servizio di qualcuno cui si riconosce potere mi affiora alla mente il duplice omicidio avvenuto a Pontelangorino, in provincia di Ferrara, nel 2017. Due amici, entrambi minorenni, hanno ucciso i genitori di uno dei due. Il figlio era il mandante, l’amico il sicario che ha operato con una crudeltà inaudita.

È parso che il mandante avesse un grande potere sull’amico, un potere che dev’essere stato molto profondo per andare a segno in quel modo, non lo si spiega con gli ottanta euro di acconto passati da una mano all’altra. I due sono stati poi rinchiusi in carceri di città diverse, forse proprio per spezzare il loro legame.

A questo proposito penso anche ai bambini, ai ragazzi che crescono nella criminalità organizzata e vengono addestrati sin dalla più tenera età a realizzare la volontà dei potenti, dall’ammazzare il proprio animale domestico in su. Una trafila che li renderà uomini incapaci di emozioni, difesa estrema per non entrare in contatto con la sofferenza propria e provocata ad altri.

Questo fa la sottomissione: ci spoglia di noi. Il tema è affrontato particolarmente nei tribunali per i minorenni del sud Italia, dove si studiano percorsi rieducativi mirati, per i ragazzi che commettono reati provenendo da ambienti criminali.

E dunque, il ruolo. Per essermene occupata fin dagli anni Novanta, l’assunzione di un ruolo tra ragazzi mi fa pensare subito al bullismo che, quando è di gruppo, viene commesso in gran parte da gregari, sia perché c’è chi pensa le prepotenze e le fa mettere in pratica da altri (o li chiama a farlo insieme a lui), sia in quanto gregari molto volenterosi possono aggiungere ulteriori vessazioni, per distanziarsi ulteriormente dalle vittime e farsi belli agli occhi del capo.

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Del discorso fa parte l’idea di una gerarchia tra i ruoli – per l’appunto, un leader con i suoi gregari – e dunque autorità riconosciuta e ruolo andrebbero a braccetto.

Anche il tempo può fare la sua parte nei comportamenti dei ragazzi, e non solo perché chi ha meno tempo non interviene in difesa di una persona in difficoltà (anche questo può esserci) ma perché quello che si può fare in un tempo brevissimo è meno ponderato nel suo significato e nelle sue conseguenze. Postare un’immagine privata ricevuta da altri rendendola pubblica è cosa che si fa in un clic, un tempo troppo breve perché ci sia modo di chiedersi che effetto farà alla persona ritratta.

Riconsidero tutto questo e penso al mandante dell’omicidio, al leader del gruppo che fa bullismo, al primo che inoltra di proposito la foto privata. Se per i loro collaboratori vale la sottomissione, il ruolo o la fretta, questi che incominciano sono cattivi davvero?

Mi viene spontaneo pensare che siano poco amati, poco visti, poco ascoltati, o troppo efficacemente addestrati a chiudere a chiave le emozioni.

Non so se è una consolazione per noi adulti, per escludere che esista la cattiveria allo stato puro. Voglio però sottolineare che accanto agli elementi di contesto, fondamentali, ce ne sono di ugualmente importanti nelle relazioni più vicine, tra adulti e ragazzi, in famiglia come in altre relazioni pregnanti, in cui gli educatori farebbero bene a chiedersi non solo come far star bene i loro figli, studenti ecc., ma anche che genere di persona vorrebbero aiutarli a diventare.

Per tanti ragazzi e ragazze incontrati in dibattimento penale mi sembra che sul punto una carenza ci sia, e molto evidente, soprattutto se avevano commesso reati contro le persone.

La capacità di mettersi nei panni degli altri – e perciò astenersi dalla violenza, per non procurare una sofferenza che ricade su di sé e fa stare male… purché non si sia masochisti – era un muscolo atrofizzato per mancanza di allenamento.

Quando sono stata delegata a seguirli nei percorsi di messa alla prova, il cuore delle udienze di verifica era ritornare sul reato non per accertarlo ulteriormente ma per cercarne il senso, allora e ora; ciò che rappresentava e rappresenta per chi lo ha commesso e – con un piccolo sforzo di immaginazione, se si è prima o in assenza di una mediazione penale con la vittima – anche per chi lo ha subito.

Sarà stato un singolo o un gruppo, in una scuola di Viareggio, a festeggiare la fine dell’anno scolastico lanciando la mascotte dell’istituto, la gattina Alice, da una finestra del secondo o terzo piano?

Ci ferisce più di altre, una cattiveria come questa, perché esercitata su una creatura massimamente innocente. Quale fosse poi la vera vittima simboleggiata da Alice – la scuola tutta intera, qualcuno che aveva la gattina particolarmente a cuore e a cui fare dispetto…!? – la cronaca non dice. Certo non si può commettere un’azione simile se si è capaci di un briciolo di empatia.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e lavora per il Comune di Ferrara nell’ufficio Diritti dei minori. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento.

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