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Francesca Bonello, 24 anni
Elisa Valent, 24 anni
Valentina Gallo, 22 anni
Elena Maestrini, 22 anni
Lucrezia Borghi, 22 anni
Serena Saracino, 22 anni
Elisa Scarascia Mugnozza, 22 anni

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Non ci sono altre parole, se non questi sette nomi, per poter iniziare questa breve riflessione sull’incidente avvenuto a Tarragona (Spagna) la mattina di domenica 20 aprile. Un bus che riportava 57 studenti del progetto Erasmus di ventidue nazionalità differenti a Barcellona da Valencia, dove avevano assistito alla Notte dei Fuochi della celebre Fiesta de Las Fallas, urta il guardrail, finisce sulla parte opposta dell’autostrada contro un’auto e si ribalta. Tredici studenti perdono la vita, tra loro sette ragazze italiane, altri trentaquattro rimangono feriti.

Se una morte lascia sempre senza parole, queste molto di più. Sette ragazze che ancora prima di essere italiane erano cittadine d’Europa. Proprio questo, in fondo, è il significato dell’esperienza alla quale stavano partecipando che proprio a partire dal termine progetto, indica quel significato di crescita formativa ma ancor prima umana e personale, quell’idea di percorso volto ad accrescere non solo competenze e abilità pratiche e professionali ma anche e soprattutto relazionali ed esistenziali.

Un terreno fertilissimo per far germogliare e sviluppare molte di quelle soft skill richieste e ricercate dall’attuale mondo del lavoro e poco presenti nelle generazioni odierne per un colossale distacco, ancora non colmato, tra mondo dell’istruzione, arroccato su posizioni molto spesso individualiste e assolutamente de-responsabilizzanti nei confronti dei giovani, e panorama professionale, evolutosi a doppia velocità negli ultimi anni con caratteristiche sicuramente nuove e mai prima sperimentate.

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Questo perché al di là di molti luoghi comuni che vedono il progetto Erasmus come una sorta di lunga vacanza che lo studente universitario si prende nel mezzo dei suoi studi, per dedicarsi alla bella vita in località gettonate dove potersi dare alla pazza gioia, a colossali bevute e a frenetiche attività festaiole e mondane grazie alle borse di studio benevolmente elargite dalle Università e dall’Unione Europea, la realtà è tutt’altra.

E non coincide neanche con la visione, estremamente miope e riduttiva, di buona parte della cultura italiana, legata, a doppio giro, a vecchi retaggi culturali che vedevano presente nella madrepatria tutto ciò di cui un buon studente modello potesse avere bisogno per essere realmente pronto all’inserimento lavorativo. 

Il progetto Erasmus è altra cosa. Acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students è un programma che consente a studenti delle Università europee di recarsi presso altri atenei di paesi Ue, o ad essi associati, per effettuare periodi di studio compresi tra i 3 e i 12 mesi riconosciuti dalle Università di appartenenza.

È una fantastica opportunità di crescita sotto ogni punto di vista che mette alla prova la persone su differenti e importanti versanti. Frequentare corsi universitari e sostenere esami di profitto completamente in lingua straniera, vivere concretamente in realtà a volte molto differenti dalle proprie, cercare casa, condividerla nella quasi totalità dei casi con persone mai viste prima anch’esse magari in Erasmus o comunque studenti dell’ateneo ospitante, relazionarsi nella vita di ogni giorno con un differente tessuto sociale e dialogare con la sua burocrazia per adempiere a tutte le pratiche necessarie per il proprio soggiorno.

E poi certo, c’è la parte più umana e più bella sicuramente, condividere esperienze, fatiche, soddisfazioni e sorrisi con tanti altri giovani impegnati in questo meraviglioso viaggio e percorso di crescita. Persone con le quali si cercherà di restare in contatto per sempre e che, in un modo o nell’altro, avranno un posto speciale nei ricordi e in quegli album che, tornati a casa, si sfoglieranno tra qualche lacrima.

Questa volta però il ritorno a casa sarà solo tra le lacrime di altri con la consapevolezza che, se morire per studiare, come in molti casi avviene, è assurdo, morire per voler crescere guardando il mondo al di là della propria stanza è davvero inconcepibile.

L'autore.
Laureato in Giurisprudenza, studioso di temi riguardanti la devianza minorile, collabora con le cattedre di Diritto penale e Diritto penale minorile dell'Università degli Studi di Milano Bicocca.