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Mi è capitato qualche giorno fa di passare, intorno all'orario di chiusura, fuori da una scuola superiore. I ragazzi e le ragazze, mentre si allontanavano, festeggiavano vistosamente...l'ultimo giorno di scuola. Mi ha colpito il fatto di non percepire solo gioia e serenità nell'inizio del periodo di vacanza ma piuttosto rabbia, insofferenza e disillusione verso un luogo che per tre mesi non dovranno rivedere.

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Si parla spesso delle nuove generazioni e di come siano cambiate velocemente, attribuendogli spesso colpe, a mio avviso, eccessive e un po' ipocrite.

I giovani non vivono in un vuoto sociale, respirano l'atmosfera creata da chi è arrivato prima di loro, assieme alle emozioni, paure e contraddizioni, alla voglia di rivalsa e di cambiamento che, secondo qualche teoria psicodinamica transgenerazionale, rimasta insoddisfatta in chi li ha preceduti si è trasmessa a loro, con più forza ma forse con meno strumenti per gestirla.

Tornando alla scuola, per comprendere quei sentimenti, bisognerebbe chiedersi quali sono oggi le caratteristiche e i punti di debolezza di quell'istituzione fondamentale nella nostra società.

Guardando un documentario sull'organizzazione della scuola in Finlandia, un'eccellenza nel panorama mondiale, ho sentito una frase che suonava più o meno così "dobbiamo lasciare il tempo ai ragazzi di essere ragazzi, la scuola non deve essere totalizzante, deve dare solamente strumenti e competenze per crescere ed essere cittadini consapevoli e autonomi".

Una scuola quindi consapevole della sua funzione e del suo ruolo, che trasmetta più competenze e abilità che tonnellate di conoscenze assimilate, se si riesce, solo per dovere e non per passione.

Servono programmi che facciano un passo indietro sulla quantità di informazioni da trasmettere privilegiando invece il metodo per apprenderle e per continuarlo a fare in futuro e in autonomia. È necessario rendere le nuove generazioni autonome e questo dovrebbe essere un punto fisso di tutta l'istruzione.

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Ma si può raggiungere questo obiettivo nei nostri attuali istituti? Con programmi totalmente predeterminati, giornate rigidamente vincolate a schemi e numero di ore da raggiungere?

Non bisogna pensare che lasciare le ragazze e i ragazzi liberi di organizzarsi le proprie attività, conoscenze e materie sia rischioso e inutile perché "non farebbero nulla tutto il tempo". È una visione miope e riduttiva che si pone come giustificazione per non cambiare, la stessa conseguenza dell'improduttiva situazione attuale.

Non bisognerebbe fare nemmeno l'errore di pensare che la soluzione sia il ritorno ad una modello di istruzione "vecchio stampo" più rigido e autoritario. La scuola non deve essere costrizione e limite di orizzonti, ma vera ed autentica opportunità.

Se trasmettiamo questo ai giovani, avremo anche il loro rispetto e collaborazione perché si sentiranno soggetti, e non oggetti, di un'istruzione pensata per loro.

Il panorama attuale è però troppo legato ancora a logiche improduttive e questioni meramente fini a sé stesse, dove gli interessi degli studenti non sono sempre il primo punto dell'ordine del giorno, e forse nemmeno il secondo o il terzo.

Lo testimonia anche la recente "protesta" dei presidi per la chiusura di alcune scuole per le elezioni che lederebbe, a loro parere, il diritto all'istruzione degli studenti.

Non penso siano due o tre giornate di scuola in meno a danneggiarlo, penso invece a prassi inconcludenti, improduttive e routinarie che non solo limitano il diritto di istruzione ma lo mortificano...ma come al solito ci si preoccupa della quantità dimenticandosi, troppo spesso, la qualità.

testo pubblicato anche sulla pagina Linkedin dell'autore

L'autore.
Laureato in Giurisprudenza, studioso di temi riguardanti la devianza minorile, collabora con le cattedre di Diritto penale e Diritto penale minorile dell'Università degli Studi di Milano Bicocca.

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