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In questo articolo affronteremo il tema della riparazione (o sanzione), concetto molto discusso all'interno della comunità terapeutica specialmente per minori ed adolescenti. Spesso di fronte ad un'infrazione del regolamento discutiamo in équipe il da farsi. Nel tempo sono state co-costruite col gruppo degli ospiti regole, premi e sanzioni che rispondono alle trasgressioni più semplici e dirette, ma quando un ospite vive un forte momento di malessere e le sue azioni risultano ingestibili e vanno oltre il limite condiviso, non è sufficiente rispondere con un regolamento.

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È necessario a quel punto lavorare nella relazione e sulle emozioni coinvolgendo il terzo che in C.T. è rappresentato dal progetto. A che punto è l'ospite? Cosa ci vuole dire con queste azioni? Come si sente? La riparazione intesa nel suo significato etimologico di "disporre di nuovo, ristabilire", rappresenta un'azione che coinvolge in pieno l'aspetto relazionale e che permette all'adolescente di non vivere la colpa come una svalutazione di sé o dell'altro, ma di partire da uno stato agitazione emotiva per apprendere come riconoscere le proprie emozioni e la gestione di esse.

Di seguito N. racconta la sua esperienza di riparazione vissuta in comunità:

Durante la vita sia in famiglia sia in comunità terapeutica, quando si è adolescenti, ma non solo, è frequente commettere errori nel tentativo di imparare e di crescere.

Nella mia esperienza in comunità terapeutica mi è capitato diverse volte di sbagliare , soprattutto all'inizio del percorso, e questo mi ha portata di conseguenza a cercare il modo corretto per “riparare” ai miei errori.

Per esempio ho spaccato per rabbia il vetro della porta finestra dello spazio giorno in comunità.


dopo aver dato il pugno per sfogo,
io mi sono spaventata perché non credevo
che si rompesse, non pensavo di averne la forza


Quel giorno ero molto nervosa; avevo litigato con gli educatori, ero agitata e volevo sfogarmi. Sfogarmi mi fa stare sia male che bene. Le stesse sensazioni le provo anche nel fare le riparazioni: da un lato non sono felice di farle perché sottolineano l'errore che ho fatto, dall'altro mi fanno stare bene perché mi aiutano nel mio percorso e nel mio progetto terapeutico.

Dopo aver dato il pugno per sfogo, io mi sono spaventata perché non credevo che si rompesse, non pensavo di averne la forza. Sono rimasta molto male per quanto ho fatto.

Mi sono chiesta: “ E ora che cosa faccio? Ora che l'ho rotto non posso rimettere insieme i mille pezzettini in cui si è spaccato”.

L'equipe che mi segue in comunità ha deciso che dovessi ripagare la metà del costo del vetro, una cifra per me considerevole. Questo mi è stato di lezione; non lo rifarei per rispetto verso la comunità terapeutica e verso gli altri e anche per non ripagare. Inoltre ho potuto affrontare il tema del ricostruire con gli operatori e parlare delle mie emozioni mi è stato utile.

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In un'altra occasione, l'estate scorsa, mi trovavo al laboratorio di pet therapy ed ero arrabbiata per diversi motivi. Non riuscivo a dominare i miei pensieri né la rabbia che provavo, causata da una discussione con un mio compagno di comunità col quale ero davvero irritata.

Durante il laboratorio io ero molto svogliata e un compagno me lo ha fatto notare in modo diretto. Io mi sono sentita provocata, mi sono innervosita con lui e con me stessa.

Ho reagito male e me la sono presa con un gatto. In quel momento ero sola perché mi ero rifiutata di partecipare alle attività del laboratorio di pet therapy. Mi ero isolata e stavo appunto sfogandomi col gatto. Dapprima nel giocare con lui ero felice poi l'agitazione e il nervoso mi hanno dominata e gli ho fatto male.

Lui si è spaventato moltissimo e si è nascosto.


riparare per me significa imparare a non ripetere
gli stessi errori quindi imparare dai miei sbagli, migliorarmi


Al termine del laboratorio la pet terapeuta ha radunato gli animali per dar loro il cibo e non riusciva più a trovare il micio che ho ferito.

Ha chiesto a noi ragazzi dove fosse ed io ho finto di non saperlo anche se ne ero preoccupata e molto. Attraverso le sue domande io sono stata smascherata e ho dovuto ammettere la verità.

La terapeuta si è molto irritata e ha voluto che cercassimo insieme il gatto che però purtroppo non riuscivamo a trovare. L'educatore di turno è arrivato a prendere noi ragazzi per riportarci in comunità nel tardo pomeriggio, a fine laboratorio. La terapeuta ha riferito all'operatore quello che era accaduto e lui mi ha fatto notare con severità e fermezza che non è ammissibile fare del male agli animali. Io ho reagito in modo provocatorio e sorridendo lo sfidavo.

Siamo rientrati in comunità e ho avuto un colloquio di confronto con il mio educatore di riferimento; lui mi ha aiutata a riflettere e capire quello che avevo fatto e le sue conseguenze.

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Nei giorni seguenti per recuperare il danno fatto al gatto sono andata in un negozio per animali insieme al mio educatore ed ho acquistato qualche confezione di cibo per gatti e alcuni biscotti ma questo non mi ha fatto sentire meglio, né me né il gatto.

La “riparazione” rispetto la mia azione aggressiva che è stata scelta dall'équipe per me è stata quella di preparare da allora e fino al Natale 2015, due torte alla settimana da portare al laboratorio di pet therapy sia quando partecipo di persona sia quando partecipano i miei compagni di comunità.

Pian piano mi sono appassionata a preparare le torte e ho imparato a farle sempre meglio.

Oggi posso dire di farle buone e col cuore.

Una volta alla settimana consegnavo personalmente la torta alla pet terapeuta; provvedendo così io alla merenda sia per lei sia per i miei compagni e per me.


sento che posso farcela a non peggiorare,
non ripetere gli errori passati,
andare avanti con più speranza


Anche se non era il mio interesse principale, ho scoperto che fare dolci mi dà gioia, mi sento utile e capace. Inoltre questa mia nuova risorsa, mi viene riconosciuta dagli operatori di comunità e anche dai miei compagni; questo per me è molto importante.

Riparare per me significa imparare a non ripetere gli stessi errori quindi imparare dai miei sbagli, migliorarmi.

Prima dell'esperienza in comunità non riuscivo da sola a fare questo e ripetevo spesso sbagli uguali.

Poter imparare con gli educatori ed essere più soddisfatta di me stessa mi rende felice e mi dà un'ulteriore risorsa personale.

Oggi quando mi capita di essere arrabbiata o agitata come allora ne parlo con gli educatori che mi ascoltano, mi aiutano a gestire la rabbia, a comprendere quello che si muove dentro di me e la rabbia diventa energia buona, non più aggressività.

Questo mi fa sentire meglio, sento che posso farcela a non peggiorare, non ripetere gli errori passati, andare avanti con più speranza.

Inoltre grazie a questa riparazione ho scoperto anche una mia dote e passione, che mi permette di scegliere con più consapevolezza il percorso di studi che voglio intraprendere per il mio futuro lavorativo.

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Con questo racconto N. esprime al meglio il concetto di riparazione. La scelta fatta dall'equipe nei suoi confronti si basava sull'obiettivo di ricucire lo strappo relazionale che si era creato con il luogo e il gruppo di laboratorio.

Era importante per N. passare da un'azione di nutrimento per affrontare il senso di colpa e di disagio che provava. Il tempo lungo della riparazione, quattro mesi, è stato pensato per far sì che N. potesse rendersi gradualmente conto dell'importanza della cura e imparasse a prendersi del tempo per gestire le emozioni e costruire delle relazioni più valide e durevoli di quelle a cui la sua storia l'aveva abituata.

Oggi, dopo più di un anno di comunità, N. è in grado di riconoscere il proprio stato emotivo  e di parlare con l'adulto in caso si senta agitata. Ha fatto suo il motto "dagli errori si impara" e affronta con più serenità i propri limiti e difficoltà.

Sicuramente è riuscita a fare questa esperienza positiva perché si è sentita vista e riconosciuta nelle sue difficoltà, più che accusata. Non tutti gli ospiti della comunità sono in grado di sostenere un carico emotivo e relazionale così costruito.

Questa differenza individuale ci pone spesso momenti di riflessione in équipe su cosa è sostenibile da un ospite e cosa no, per individuare il canale relazionale migliore per lo sviluppo del progetto personale.


testo scritto da Naty, ospite della C.t. Rosa dei venti, e da Georgia, responsabile della comunità

L'autore.
La Fondazione Rosa dei Venti, diretta da Luca Mingarelli, gestisce due comunità residenziali/riabilitative che accolgono adolescenti con disturbi della personalità e psicopatologie complesse. www.rosadeiventi.org