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I fatti di cronaca testimoniano con rapidità crescente la fotografia di quello che l’ambiente virtuale ha prodotto nel corso degli ultimi anni, con un’escalation sempre più invasiva di violenza, mancanza di rispetto, solidarietà, unione, consolidamento di esperienze vissute insieme che cementano quello che da adulto sarà il ricordo spensierato di quelle prime volte che inaugurano il passaggio verso la tanto desiderata vita “da grandi”.

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In maniera provocatoria se volessimo fare una fotografia dei diversi social, un selfie dei vari gruppi in rete, non potremmo non cogliere la rottura di vecchi e consolidati argini nel contesto di appartenza principale nel quale è nato e nel quale si è strutturato il gene propulsore degli spazi virtuali ovvero; il rapporto amicale, intimo del gruppo nel quale viene inglobata e fagocitata come icona rilevante la relazione intima con il proprio partner. Ma come? Uno strumento nato per sentirsi più vicini, per essere tutti collegati in tempo reale, per assicurarci sempre e comunque la comunicazione vìs a vìs anche se siamo d’altro capo del mondo grazie alle videochiamate o a skype, ci ha paradossalmente allontanato o forse la tecnologia ci ha distratto e/o confuso da quello che il vero legame d’amicizia rappresenta?

Al di là delle innumerevoli sfaccettature che le risposte a questi quesiti potrebbero suscitare, quel che mi preme circoscrivere in questo spazio di riflessione è la funzione della PROTEZIONE del gruppo dei pari, dei coetanei, dei nostri amici, in un momento del ciclo di vita, quale l’ adolescenza, dove come sappiamo il pericolo, il rischio, la spericolatezza non solo non si teme [a causa dell’immaturità della corteccia frontale che deve ancora completare il suo sviluppo], ma anche per il desiderio di prendere di “petto la vita”, e iniziare con poca riflessione a fare le cose da grandi. Del resto anche mamma e papà usano Facebook e hanno tanti amici che non vedono sempre e che sono lontani e pubblicano selfie a non finire; “Quindi che male c’è?”.

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Nelle bacheche di Facebook, così come nelle foto messe come status dei profili di WhatsApp, o di Istagram  si diffondono spesso con una rotazione incessante foto di sé stessi, con il partner, con gli amici, si taggano amici che il più delle volte non si conoscono nemmeno e l’appartenenza al gruppo social garantisce quel senso di autonomia, indipendenza, illusoria grandiosità che l’adolescente brama, e di cui ha bisogno per affrontare la naturale e fisiologica separazione dal suo nucleo principale di riferimento; la famiglia nel quale è cresciuto e nel quale si è sentito protetto.

Protezione che nell’epoca touch sembra essere maggiormente garantita dalla tecnologia dei nuovi digital device e dall’uso che ne facciamo, in quanto il solo fatto di avere lo smarthphone in mano ci permette di poter chiamare Mario, Filippo, Lorenzo, così come Sara, Gaia, Flaminia nel caso mi dovessi trovare in difficoltà o nel caso dei genitori di “controllare” il figlio o la figlia ogni qualvolta ne si avverta la necessità, sia direttamente che indirettamente, mediante l’inserimento della localizzazione nelle impostazioni generali dell’appendice strutturale con il quale tutti ormai [vecchie e nuove generazioni] convivono.

E non solo, il vedere le foto di Mario, Lucia, Teresa, Luca, il conoscere i loro gusti musicali, i loro interessi, le loro passioni [se ne hanno], i luoghi che frequentano, come si divertono, cosa provano, a volte cosa pensano grazie al costante processo personale della lettura dei commenti o alle delle diverse interpretazioni emoticònali, mi fa credere di conoscere l’altro prima ancora di incontrarlo direttamente o viceversa, di conoscerlo già e approfondire la sua conoscenza grazie allo stalking virtuale al quale ci siamo abituati e che fa parte del processo di acquisizione delle nuove amicizie.

Il gruppo si allarga, sei nella mia cerchia di amici, e mi sento protetto dalla numerosità del gruppo che può vedere quello che faccio, come mi muovo, dove sono e cosa comunico. Oggi più che mai mi sento protetto/a ma è davvero così?

Con il virtuale, lo abbiamo letto e detto più volte, lo spazio del gruppo si allarga in un network epidemico di comunicazioni in cui predominano selfie, post, video e dove viene meno il contatto diretto con l’altro depotenziando contemporaneamente quel timore dell’estraneità che per le vecchie generazioni attivava l’istintiva allerta verso i pericoli del non conosciuto.

Il selfie dei social con la molteplicità del numero di amicizie ci fornisce la chimera dell’esserci, di essere tutti uniti e vicini anche quando non lo siamo direttamente e non abbiamo cementato le interconnessioni digitali con le esperienze dirette di vita che cementato invece i legami più solidi.

L’illusorietà di essere tutti vicini si frantuma nel momento in cui emergono non solo fatti di cyberbullismo ma anche quando la protezione del gruppo, nell’accezione più ampia del termine, viene meno ed allora forse dobbiamo fermarci un attimo e riflettere sulle conseguenze di un gruppo che non si fa garante della protezione, dell’appoggio, della vicinanza, che la parola amicizia connota:

amicìzia s. f. [dal lat. amicitia, der. di amicus «amico»]. – 1. a. Vivo e scambievole affetto fra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima [Enciclopedia, Treccani].

Giulia ritrova una vecchia istantanea scattata con la Polaroid della sua comitiva:

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Eccoci qua Io, Simona, Francesca, Giorgia, Flavio, Maurizio, la mia comitiva del muretto sotto casa. Ci conoscevamo sin da piccoli, molti dall’asilo e altri dall’elementari, dalle medie o dai diversi gruppi di attività sportive che frequentavamo e siamo cresciuti insieme. Nel gruppo a volte entravano altri ragazzi della comitiva accanto ma prima di far parte della mitica comitiva del muretto dovevano essere presentati a tutti e il debutto ufficiale veniva sugellato dall’invito di Flavio a casa sua nei diversi incontri in cui si programmavano le attività da svolgere e dove le ragazze si riunivano, per scambiarsi le loro vicende sentimentali, di cui il gruppo era comunque a conoscenza. Eravamo tutti molto uniti l’uno con l’altro e ci sentivamo protetti l’uno dall’altro. Se Elisa veniva lasciata per l’ennesima volta da Stefano il gruppo si riuniva nel timing distrazione e si organizzavano feste ed uscite per distrarla.
Il cemento del gruppo era l’esperienza diretta con e nel gruppo e l’appartenere a quel gruppo era garanzia di solidarietà e protezione; quella stessa protezione che rifiutavamo dai genitori veniva ritrovata nel toccare con mano la nostra appartenenza alla comitiva.

Quella volta che ho litigato con Flavio, mi hanno cercata per mari e monti, ma alla fine conoscendomi hanno capito che mi ero rifugiata nel mio rifugio segreto: la cabina al mare della quale mi conservavo la chiave anche per l’inverno e nel quale mi chiudevo quando sentivo il desiderio di stare da sola. Matteo invece era andato da Flavio a casa per assicurarsi che non fosse successo nulla.

Anna prima di uscire si fa il Selfie davanti allo specchio e lo pubblica su Istagram:

La foto, in un rimbalzo poliedrico e paradossale di immagini, riflette Anna che si specchia nello screen del suo smartphone e lo specchio del bagno che riflette invece il suo sguardo catturato e perso nella verifica iconica di un’immagine in cui non si rileva nessun segno di timore o perplessità nell’incontrare uno sconosciuto di cui si conosce solo un nome e un profilo Facebook.

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Mi sento più sicura ad incontrare Davide per la prima volta, perché quando ci siamo visti alla stazione mi ha dato il numero del suo cellulare e nel pomeriggio prima di incontrarlo ho controllato il suo profilo Facebook. Non ci sono sue foto, ma come foto ha dei cavalli. Credo che faccia equitazione o che gli piacciano i cavalli. Dichiara di avere 20 anni ma a me sembrava più grande e come status dice libero. Ho visto che ha tanti amici, che gli piace il cinema e che abbiamo un’amicizia in comune [anche se Federica non la conosco direttamente perché anche se è tra i miei amici ho accettato la sua richiesta di amicizia in quanto amica di Filippo]. Mi ha messo un cuoricino nell’invitarmi a bere una birra, chissà perché ma tanto lo fanno tutti. Tanto lo vedo in piazzetta dove sono tutti i miei amici che mi proteggeranno se succede qualcosa che non va.

Non mi hanno protetto, mi hanno vista andare via con lui, e sapevano che non lo conoscevo e che era la prima volta che lo vedevo. Eppure quando mi sono allontanata dal bar dove ci siamo visti e dove seduti sull’altro tavolo c’erano tutti, non mi hanno detto niente e mi hanno lasciata andare. Quando la mattina ho parlato con Ilaria lei mi ha detto che ridevo e sembravo contenta e loro pensavano che stessi bene, ma io non ricordo nulla, mi sono svegliata nel mio letto la mattina e non avevo più la mia borsa, avevo dei segni in volto e non so proprio cosa sia successo. Davide è sparito non so nulla di lui, non ha più il profilo Facebook e il suo numero è inesistente:

MA CON CHI SONO USCITA? E COSA HO FATTO? PERCHE’ I MIEI AMICI NON MI HANNO PROTETTA?

Post:
Fermiamoci un attimo e ricordiamoci che l’illusorietà del virtuale può cancellare e/o deformare la verità del reale. Il legame d’amicizia per essere tale deve essere nutrito da contatti ed esperienze reali dove il digitale entra per aiutare a rimanere uniti ma non si sostituisce alla presenza reale dell’altro. Il gruppo di appartenenza si AUTO-PROTEGGE se i legami tra i membri sono veritieri e reali.

 

L'autore.
Psicologo clinico e psicoterapeuta, docente presso la scuola dell’Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica (SAPP) di Roma. Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Ubiminor è una pubblicazione online ad aggiornamento continuo, indicizzata nell'International Standard Serial Number Register ISSN 2283-348X

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