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Una ragazza delle superiori scopre dai social che non è stata invitata alla festa di un amico. Ci rimane comprensibilmente molto male e si rivolge ai genitori per avere un consiglio.

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Situazioni come questa possono essere comuni, ma questo non significa che gli adulti sapranno sempre cosa dire, osserva la psicologa Lisa Damour in un suo recente intervento sul tema del conflitto e delle competenze sociali in adolescenza.

Quando i ragazzi entrano nell’adolescenza si legano di più ai loro coetanei, ma diventano anche più propensi a entrare in conflitto con loro. Nella scuola media e in quella superiore, l'attrito sociale e le emozioni ferite spesso diventano parte del gioco in questo passaggio, con il rischio di causare uno stress emotivo intenso sia per gli adolescenti stessi che per gli adulti che si prendono cura di loro.

"Il conflitto è inevitabile e può essere un passaggio nella crescita" afferma Andrea Shaffer, insegnante e coach della scuola Waldorf, che nei suoi 27 anni di insegamento ha spesso organizzato momenti di formazione dedicati alla soluzione dei conflitti.

Sebbene ci sono momenti in cui gli adulti dovrebbero intervenire, afferma Blake Revelle, preside di scuola media, il nostro lavoro di genitori ed educatori è di creare alcune protezioni su questa sorta di pista da bowling, non di determinare il modo esatto in cui la boccia percorrerà la corsia ".

Gli adulti sono probabilmente più utili ai giovani quando si fanno sì carico, ma senza angustiarsi, delle loro difficoltà sociali e adottano strategie per sostenerli, mentre i ragazzi lavorano per risolvere le cose da soli.


Non confondere il conflitto con il bullismo

Quando un figlio subisce un’offesa sociale, è facile concludere che sia stato vittima di bullismo. Sebbene questo possa essere il caso, gli esperti suggeriscono che il termine bullismo è meglio venga riservato a ripetute aggressioni a senso unico contro qualcuno che non può difendersi efficacemente.

Le restanti, più diffuse forme di frizione sociale - il dare e avere del conflitto interpersonale - dovrebbero essere considerate come conflitti, non come bullismo.

La discordia sociale "raramente comprende il bullismo" spiega Phyllis Fagell, consulente presso la Sheridan School di Washington e autrice di libri su scuola e adolescenza. "Più comunemente, il conflitto deriva da qualsiasi cosa che va da un commento frainteso a  un segreto rivelato, a un'amicizia non equilibrata per investimento affettivo".

Diagnosticare il problema correttamente è fondamentale per scegliere il giusto intervento. Potremmo considerare il conflitto, continua la Damour, come il raffreddore dei disturbi sociali: una conseguenza sgradevole e inevitabile del contatto umano che può essere affrontata con rimedi casalinghi. Il bullismo, invece, è più simile alla polmonite. È relativamente raro e richiede un trattamento urgente e professionale.

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Arrivare alla giusta diagnosi può richiedere l'aiuto di adulti con una visione obiettiva della situazione, come insegnanti, tutor o consulenti psicologici. Se un figlio diventa vittima di bullismo,occorre adottare un approccio misurato e basato sull'evidenza al problema. Se, invece, il giovane è coinvolto in un conflitto, si possono suggerire strategie di adeguamento per gestirlo.


Insegnare come si gestisce un conflitto sano

La gamma delle possibili reazioni umane di fronte a un conflitto è un argomento complesso ma, dice la psicologa, ho sentito gli insegnanti riassumerle con l'aiuto di alcune metafore che i ragazzi possono facilmente comprendere.

Ci sono fondamentalmente tre modi "malsani" per partecipare a un conflitto: puoi essere un bulldozer, uno zerbino o uno zerbino con le spine.

Il primo semplicemente travolge gli altri mentre il secondo accetta di essere investito. Il terzo sembra lasciarsi travolgere, ma fa pagare alla fine un prezzo all'aggressore, usando tattiche passivo-aggressive, come coinvolgere terze parti in quella che dovrebbe essere una disputa personale, usando il senso di colpa come arma o facendo la parte della vittima.

Un'altra risposta molto più sana - anche se di solito deve essere insegnata e praticata - è di mantenersi fermi come una colonna, difendendo se stessi ma rimanendo, allo stesso tempo, sempre rispettosi verso gli altri.

La maggior parte di noi, a qualsiasi età, spiega la professoressa Fagell, quando siamo arrabbiati con qualcuno, è naturalmente tentata di avere una reazione malsana e istintiva.

Nell'informare gli adolescenti su come potrebbero gestire un disaccordo, prima bisogna insegnare loro le possibili reazioni a un conflitto e poi permettere loro di immaginare una possibile loro risposta come “bulldozer”, “zerbino” o “zerbino-con-spine”.

Per la ragazza che vede dai social di essere stata esclusa dalla festa di una amica, potrebbe esserci un piacevole sollievo dal dolore nell'immaginare una sua vendetta da “zerbino con spine”.

Avere avuto la possibilità di fantasticare sulla gratificazione a breve termine che sarebbe venuta con la pubblicazione di un'immagine poco lusinghiera del presunto amico, di solito aiuta a spianare la strada verso la formulazione di una risposta da “colonna”. La ragazza potrebbe a questo punto chiedere - educatamente e di persona - se ha fatto qualcosa per ferire i sentimenti della sua amica, ad esempio.

Quando affronto il tema del conflitto con gli adolescenti, mi affretto a sottolineare che gli scontri online sono inevitabilmente una questione da “zerbini con spine”.

I social media spingono un enorme gruppo di persone all’interno di controversie che sarebbero state meglio gestite in privato, e che possono lasciare una traccia pubblica di risposte emotive che un adolescente, a mente fredda, potrebbe presto rimpiangere. Gli scambi digitali, inoltre, non consentono il controllo del tono, controllo che le comunicazioni in modalità da “colonna” richiedono sempre.

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"Ai ragazzi potrebbe essere utile ricordare" conclude la Fagell "di mantenere sempre le controversie offline perché, una volta che hanno fatto la guerra in una chat di gruppo all'una del mattino, diventa molto più difficile ottenere una risoluzione pacifica".


Che facciano le loro battaglie

Quando i giovani sono in conflitto tra loro, possiamo aiutarli a rispettare lo standard della reazione da “colonna”, ma possiamo anche consigliare loro di non impegnarsi per nulla nello scontro.

Da genitori, si può sentire l'impulso di incoraggiare i propri figli nel rispondere a ogni offesa o sgarbo. Io sono,  afferma la Damour, completamente a favore dell'empowerment, specialmente quando si tratta di ragazze. Nessun adulto ragionevole reagisce ad ogni affronto percepito. Piuttosto, prendiamo costantemente decisioni "strategiche" (a volte consapevolmente, a volte no) su quali affrontare e quali lasciare cadere.

Il conflitto, anche se gestito bene, richiede tempo e un'enorme energia mentale. In ogni situazione, dovremmo permettere ai nostri figli di valutare i costi e i benefici di impegnarsi in esso, magari anche aiutandoli a fare bene questo calcolo.

Hanno davvero tanto a cuore la relazione da impegnarsi per lavorare su di essa? Si aspettano che la loro posizione da “colonna” incontri una risposta analoga?

Prendere la decisione strategica di astenersi da un conflitto non equivale a trasformarsi in uno zerbino. Se una ragazza alla fine decide di non chiedere alla sua amica perché è stata esclusa da una festa, potremmo trovarci a doverla rassicurare su questo punto.

"Uno zerbino" si può dirle, "starebbe piangendo per essere stata lasciata fuori dalla lista, o si metterebbe a lisciare l’amica nella speranza di essere invitata alla festa succesiva". Al contrario, una non risposta ben soppesata lascia spazio alla situazione per evolversi ulteriormente – in modo tale che forse la questione potrà essere ripresa più avanti - o far sì che con il tempo tutto risulti meno importante.

"Contrariamente a quanto avviene per il senso comune " aggiunge la professoressa, "i bambini non cercano sempre di ricostruire le amicizie. Potrebbero aver bisogno del permesso di andare oltre o aver bisogno di aiuto per creare una dinamica interpersonale più confortevole, anche se più distante. "

Insegnare ai nostri figli a scegliere con attenzione le loro battaglie e ad essere in disaccordo con un compagno, salvaguardando nel contempo la dignità di ognuno, non porterà pace in un gruppo di adolescenti. Ma questo non è lo scopo.

Come osserva la Shaffer, "non esistono protezioni emotive per gli adolescenti, ma esistono modi per aiutarli a sviluppare l'”agilità emotiva” necessaria per farsi strada attraverso situazioni difficili".

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