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Sono giorni di eroismi di cui preferiremmo non avere bisogno. Penso agli omicidi di Willy Monteiro Duarte e di don Roberto Malgesini, uccisi per un atto o una vita di generosità estrema fino al sacrificio di se stessi. Si sono spesi per mettere in salvo le vittime, per fermare la violenza diretta o strutturale che affama i più deboli, per creare un domani diverso.

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Sarà per questo che mi ha molto colpito la notizia della scuola primaria di Settequerce, provincia di Bolzano, dove, per ridurre la numerosità della classe e affrontare con maggiore sicurezza i rischi della pandemia, sono stati creati due gruppi distinti: tedeschi da una parte, italiani e migranti dall’altra.

Le notizie raccolte in rete sono interessanti per lo stimolo che offrono. Il provvedimento ha fatto parecchio discutere le famiglie italiane coinvolte. Non ho sentito citare scontento tra quelle di origine tedesca o provenienti da altri paesi, temo sia perché i primi si sentono privilegiati e non se ne lamentano certamente, gli altri hanno una voce più flebile. Un solo genitore ha interpellato la Sovraintendenza scolastica e il Garante dell’Infanzia; altri, avvicinati da qualche giornalista, hanno preferito non commentare e a quanto pare non si sono uniti nel rivolgersi alle istituzioni (concordano con la dirigente scolastica o non sperano che le cose possano cambiare?).

La Sovraintendenza avrebbe spiegato che la distinzione in gruppi non è avvenuta su base etnica ma per salvaguardare le amicizie preesistenti tra i bambini – il che farebbe ipotizzare una divisione etnica a monte, altrimenti ci sarebbero state da tutelare anche amicizie miste. Su Alto Adige del 18 settembre 2020 un genitore italiano riporta: «Abbiamo incontrato la responsabile della scuola e una rappresentanza degli insegnanti: ci hanno spiegato che la divisione garantirebbe un vantaggio in termini educativi, in quanto una classe, ovvero quella con i bambini tedeschi, potrà ottenere risultati migliori». I genitori sentiti precisano di comprendere bene la necessità di suddividere la classe ma di ritenere inaccettabile il criterio adottato.

Diverse considerazioni appaiono spontanee. L’associazione italiani-migranti per tenere da soli i bambini tedeschi è un accostamento che fa pensare a una comunanza tra diversi modi di essere stranieri e in certo qual modo ospiti. Questo di per sé può far indignare qualcuno. Richiama, a dire il vero, anche una somiglianza che va oltre l’essere “di fuori” e allude a un giudizio di valore sulla competenza dei bambini, confermato dall’idea che gli alunni tedeschi da soli possano avere risultati migliori. Ci consegna un’idea di scuola che appiattisce la diversità a favore della specializzazione, come a dire che tra uguali e con la stessa lingua madre acquisiranno un patrimonio di nozioni più ampio e lo faranno più rapidamente, senza perdere tempo ad aspettare chi conosce appena il tedesco.

Tra i genitori italiani c’è chi rivendica il perfetto bilinguismo dei figli, il che non mette in discussione l’assunto teorico, si limita a rilevare la superficialità con cui è stato applicato. Altri protestano perché questa disposizione stronca amicizie già in atto e reprime quelle ancora possibili.

Non conosco a fondo la situazione. So però che, in scuole a me più vicine geograficamente, tanti genitori italiani operano spontaneamente una scelta piuttosto simile. Una comunità tedesca non c’è, nella scuola dei figli, ma le famiglie migranti nel quartiere invece ci sono, e se un istituto comprensivo ha due sedi è piuttosto probabile che gli stranieri si concentrino in una delle due, non in entrambe allo stesso modo. Ne derivano classi con una composizione assai sbilanciata, questa sì difficile da gestire.

Ancora un tema: se anche la divisione tra gruppi etnici fosse stato casuale, perché non inserire tra i criteri di composizione delle classi la varietà, in modo che ogni classe sia una piccola scuola nella scuola?

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Non dimentichiamo che stiamo parlando di una scuola primaria. Mi chiedo quanto sia ammissibile concepire quegli anni come una corsa ad arraffare nozioni ed escludere dal novero degli apprendimenti indispensabili la capacità di confrontarsi con pari età di cultura diversa, ed eventualmente quella di scambiare informazioni sul mondo proprio e degli altri, facendosi accosto per aiutare chi ha un problema di apprendimento e chiedendo a propria volta sostegno quando si è in difficoltà.

Penso ad Alex Langer, al suo rifiuto di sottostare al censimento etnico. Il piccolo Alex di oggi in quale mezza classe sarebbe stato inserito? Non so dirlo, ma credo avrebbe più che mai sentito l’esigenza di fondare una testata dal titolo “Il ponte – Die Brücke”, magari un giornalino scolastico bilingue, nel quale accorgersi di quanto bambini di diversa provenienza abbiano in comune, se solo si confrontano su esperienze, desideri, paure, sogni, difficoltà.

Sto svolgendo un bel corso di perfezionamento universitario sulla narrazione che contempla anche un insegnamento di psicologia sociale su come si creano appartenenze e inimicizie, stereotipi e luoghi comuni. È ormai certo che persino un gruppo sorteggiato costruisce appartenenza. I suoi membri, di fronte a una scelta, privilegiano sempre gli altri componenti del proprio gruppo, anche quando sono stati inseriti a caso in quel gruppo e non hanno mai avuto occasione di conoscere la propria squadra. Non si tratta dunque di far valere un’idea o di raggiungere un obiettivo, neppure di proteggere o favorire i propri compagni. Non c’è nulla di personale e di affettivo in questo processo, si basa unicamente sulla casualità che diventa appunto appartenenza.

Del resto ne abbiamo prova quotidianamente. Non è forse per un puro sorteggio della sorte che un bambino nasce in Europa oppure in Africa, da genitori italiani o invece tedeschi o maghrebini? Come gli psicologi sociali insegnano, chi strilla “prima gli italiani” non conosce tutti i propri connazionali, i loro meriti o necessità, ma li protegge ugualmente.

Possiamo immaginare quali steccati si creano ogni volta che i bambini non possono conoscersi e crescere insieme. Anche perché, proseguono gli stessi studiosi, è verificato anche il contrario: ogni forma di contatto tra membri di gruppi diversi accorcia le distanze tra gli insiemi e depotenzia gli stereotipi, permette di guardare gli “altri” spogliati dalla leggenda e arricchiti delle loro peculiarità, che non sono le stesse per ognuno. Non c’è un bambino italiano che sia uguale a tutti i connazionali e possa rappresentarli, e lo stesso accade tra i coetanei tedeschi, maghrebini o pakistani. Visti da lontano gli altri ci sembrano tutti uguali, per capire che non è vero abbiamo bisogno di entrare in relazione con loro. Il contatto è ciò che più di tutto ci libera dalle maschere che prepariamo per noi e che forziamo addosso a chi sentiamo straniero. Lo diceva perfettamente e con semplicità Alex Langer al terzo punto del suo insuperato “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica”: più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo.

Sarebbe bello sapere che i bambini di Settequerce sentono la mancanza dei loro amici di cultura diversa, o sono curiosi di conoscere coetanei con una impostazione differente dalla propria. Ugualmente mi piacerebbe sapere che non soltanto i genitori italiani – trattati da migranti – ma anche quelli tedeschi ritengono un’opportunità per i propri bambini poter conoscere altri spicchi di mondo, un privilegio ancora superiore a imparare la tabellina dell’11 con un anno di anticipo.

Alcune impostazioni mentali si decidono presto, molto presto. Per la tabellina dell’11, invece, si fa sempre in tempo.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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