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Il neologismo "grassofobia" sta entrando nell’uso comune, indica un atteggiamento di stigmatizzazione, discriminazione nei confronti delle persone obese o in sovrappeso. Se è vero che la grassofobia si riferisce al fenomeno discriminatorio in senso lato (inclusi insulti, molestie, bullismo, ecc.), è tuttavia importante sottolineare che il riconoscimento della discriminazione subita dalle persone grasse è un fatto piuttosto recente.

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Quello che indica il concetto di grassofobia non vale quindi solo nei fatti discriminatori, ma più in generale nelle rappresentazioni associate alle persone grasse: la loro responsabilità su come sono, la loro indolenza, e così via...

Studi sul fenomeno non mancano di indicare come i fattori della povertà e del basso livello di istruzione giochino un ruolo preponderante nell'aumento dell'obesità. Gli studi hanno dato origine, sul fronte delle campagne di prevenzione, a una comunicazione principalmente orientata alla qualità dell'alimentazione e alla promozione dell'attività fisica.

Le cause da alcune indicate dell'obesità - quelle dell'istruzione e del basso reddito – pongono la questione nei termini di un discorso essenzialmente educativo, anche moralizzante, i cui effetti (riduzione dell'obesità e del sovrappeso, migliore conoscenza nutrizionale) vengono considerate da alcuni esperti, soprattutto di ambito psicologico, come largamente discutibili.

Le persone grasse sono sospettate di essere in un rapporto permissivo con il proprio corpo, dove l'ingordigia, la pigrizia e la gola sono loro prerogative.

Tuttavia, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'obesità è definita come una malattia, ma le azioni di chi rivendica il proprio stato, in particolare quelle di associazioni che hanno portato a un cambiamento significativo nel riconoscimento dell'obesità nel mondo oltre la sfera medica, sostenendo il contrasto alle rappresentazioni negative delle persone in sovrappeso.

Ma si può dire che queste trasformazioni di natura politica e rappresentazioni hanno modificato l'esperienza dei più giovani? Non sembra così, secondo esperti che studiano il fenomeno.

Secondo recenti ricerche svolte in Paesi europei, un bambino su dieci afferma di essere stato discriminato a causa del suo peso, e i giovani in situazione di obesità sono quattro volte più frequenti vittime rispetto agli altri (40%). Ancor di più, poiché si conosce la dimensione fortemente di genere di questo tipo di discriminazione, lo ricerca mostra che oltre il 50% delle ragazze obese di età compresa tra 14 e 17 anni è già stato sottoposto a osservazioni o comportamenti grassofobici.

Le pressioni delle norme sociali ed estetiche si fanno sentire più fortemente tra le ragazze. Recenti indagini indicano che, all'età di 15 anni, la metà di loro afferma di aver bisogno di una dieta, mentre solo una ragazza su dieci è in sovrappeso. Ancora più allarmante, questa preoccupazione si riscontra ora tra i preadolescenti: quasi il 40% delle ragazze di 11 anni afferma di essere a dieta o di essere stata a dieta.

Questa determinazione alla magrezza e questo ricorso alla dieta nei più piccoli apre la strada ai disturbi alimentari.

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Sono numeri che dicono chiaramente che i più giovani - e le donne in particolare - sono vittime della grassofobia. Una delle ragioni principali di ciò rimane l'estensione degli spazi pubblici che producono controllo del peso e normatività. Esiste un forte legame tra la stigmatizzazione delle persone grasse, in sovrappeso o obese e i problemi di salute pubblica che ne derivano. In altre parole, più spazio trova la grassofobia, meno efficace è il discorso di prevenzione contro l'obesità.

Tendono inoltre ad aumentare i pregiudizi e le discriminazioni vissute dalle persone interessate.

È il caso in particolare della scuola, dove il mantenimento delle politiche pubbliche di prevenzione in materia di sport e salute nutrizionale disegna i contorni di quello che sarebbe un eccesso di potere dei giovani grassi o in sovrappeso verso se stessi. "Se nonostante tutto non perdi quei chili è perché non hai seguito il consiglio", è il sottinteso.

Guardare solo al lato della scuola è limitante, perché anche la famiglia è un luogo di stigmatizzazione del sovrappeso. Distinzione sociale, scherno derivante paradossalmente da persone che dovrebbero amare, come i familiari, non tenendo conto di insulti e prepotenze vissuti all'esterno, colpevolizzazione, e così via, molti sono i fattori che radicano la grassofobia (tacita o esplicita) nel contesto familiare.

Ancor di più, in una società digitale in cui i confini tra la sfera pubblica e quella privata si stanno assottigliando, il ruolo dei social network nel veicolare la grassofobia è sempre più importante.

Le campagne di prevenzione dell'obesità hanno dato origine a rappresentazioni di genere, sessiste e stigmatizzanti. Solo di recente è stata creata una prima banca dati internazionale di immagini benevole riferite a persone affette da obesità. Per molto tempo, la difficoltà nel ritrarre le persone obese nei media ha lasciato il posto a cattive rappresentazioni.

Per mancanza di immagini che corrispondano a loro, e in cui identificarsi, i giovani si rivolgono ai social network, dando loro ampio spazio nell’influire sulle questioni di identità, nel bene e nel male. Facebook e Instagram sono così diventati i protagonisti di immagini sul corpo e sulle differenze tra i più giovani.

Gli psicologi sottolineano quanto sia difficile sapere come nominare le persone affette da grassofobia in modo benevolo. Sono grassi? Sovrappeso? O obesi? Tuttavia, questa confusione non è senza conseguenze nel prendere in considerazione il corpo delle persone riconosciute come grasse. Perché, tutto sommato, non ci sono ancora criteri che specifichino da che punto in poi una persona è grassa. La nozione di dimensione “normale” rimane totalmente soggettiva e differisce in base a molti fattori come la cultura, l'istruzione o persino l'autostima. Mentre l'obesità è una malattia cronica multifattoriale definita dall'OMS con criteri ben precisi.

Questa confusione di termini provoca la mancanza di sostegno alle persone interessate, e ai giovani in particolare, in un periodo in cui l'autorappresentazione sui social network non si svolge senza un legame con preoccupazioni di peso.

In altre parole, le persone non preoccupate dall'obesità, ma stigmatizzate come “rotonde”, o anche grasse - in particolare nell'adolescenza - si mettono a dieta o sviluppare disturbi alimentari in risposta a questo stigma del corpo dal lato della patologia.

E le persone affette da obesità hanno interiorizzato un senso di colpa per non saper “dimagrire” mentre le loro difficoltà non derivano da una semplice volontà ma da una patologia complessa che richiede fin dall'inizio supporto multidisciplinare, psicologico, e attenzione relazionale.