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Le categorie in cui i ragazzi vengono inseriti e inseriscono i loro compagni durante l’adolescenza, etichettandoli come secchioni, sportivi, estroversi, tristi, e così via, per quanto cambino nome e sfumature da una generazione all'altra, indicano gruppi e tipi di ragazzi che esistono davvero.

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Sono distinzioni particolarmente marcate durante l'adolescenza e possono avere un peso negativo sui ragazzi che appartengono ai gruppi percepiti come meno prestigiosi o attraenti.

Uno studio condotto su adolescenti ha mostrato che i ragazzi appartenenti ai gruppi sociali di status più alto, come i “popolari” e gli “sportivi”, non differivano in modo significativo, per la maggior parte dei comportamenti a rischio, dai coetanei appartenenti a gruppi di status più “basso”, come i cosiddetti "cervelloni" o gli emarginati.

Tuttavia, i ragazzi convinti che i loro pari di status più elevato facessero uso di sostanze mostravano, tra la prima e la terza superiore, un aumento più marcato del proprio consumo personale. La sola percezione di un comportamento altrui era sufficiente a orientare le proprie scelte.

Un meccanismo simile sembra riguardare anche il mondo degli adulti, dove le persone vengono spesso identificate attraverso attributi specifici legati a diversi livelli di status sociale. Chi cerca un partner tende a dichiarare di dare priorità all'attrattività fisica o al potenziale economico, presentando questi tratti come requisiti imprescindibili nella scelta di un futuro compagno o compagna. Una ricerca condotta osservando le coppie formatesi durante eventi di “incontri veloci” ha però rivelato qualcosa di sorprendente: prima dell'evento, i partecipanti indicavano con convinzione l'attrattività fisica e le prospettive economiche come le qualità che avrebbero cercato in un partner, ma queste stesse preferenze, espresse a inizio serata, non consentivano di prevedere le caratteristiche delle persone con cui i partecipanti si sarebbero effettivamente legati un mese dopo.

Questo scarto tra ciò che si desidera dichiaratamente e ciò che si vive realmente non riguarda soltanto le relazioni affettive degli adulti, ma emerge con la stessa forza già nell'infanzia e nella prima adolescenza, come dimostra un filone di ricerca dedicato alla somiglianza nelle amicizie e nelle relazioni sentimentali.

Da questo filone emergono tre osservazioni ricorrenti, che insieme compongono un quadro coerente: gli amici tendono a somigliarsi tra loro fin dall'inizio del legame, questa somiglianza si accentua ulteriormente con il passare del tempo, e la somiglianza stessa risulta un fattore chiave nella stabilità di un'amicizia, mentre la dissomiglianza tende ad anticiparne la fine.

Le persone finiscono effettivamente per circondarsi di altri simili a loro. Resta però da chiarire se questo avvenga perché si scelgono attivamente amici simili a sé oppure per qualche altra ragione. Se a ciascuno venisse chiesto di indicare, senza alcun vincolo, chi vorrebbe davvero avere come amico, la risposta rivelerebbe probabilmente qualcosa di diverso.

Su questo interrogativo si confrontano due ipotesi opposte, spiegano i ricercatori.

La prima, definita ipotesi della selezione per somiglianza, sostiene che le persone finiscano per legarsi ad altri simili a sé perché è proprio questa somiglianza ciò che ricercano fin dall'inizio nella scelta di un amico.

La seconda, definita ipotesi della selezione per default, propone invece uno scenario diverso: le persone tenderebbero ad aspirare verso l'alto, cercando amicizie con individui percepiti come "migliori" di loro, dotati di qualità più desiderabili o di uno status più elevato, per poi ritrovarsi comunque, quasi per esclusione, circondate da persone che assomigliano loro.

Per chiarire quale delle due dinamiche prevalga realmente, è stata condotta un'indagine su due campioni longitudinali, per un totale di 725 bambini e ragazzi tra i 10 e i 14 anni, residenti negli Stati Uniti e in Lituania.

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Ai partecipanti è stato chiesto di indicare e classificare, in ordine di preferenza, sia i propri amici effettivi sia gli amici desiderati, cioè quei coetanei con cui avrebbero voluto stringere amicizia pur non essendolo ancora. Un'amicizia veniva considerata reale quando la “nomina” risultava reciproca: se un giovane indicava un compagno come amico e quest'ultimo faceva altrettanto, la relazione veniva registrata come amicizia effettiva.

L'amicizia desiderata, invece, veniva misurata chiedendo ai partecipanti chi avrebbero voluto avere come amico tra i compagni con cui non avevano ancora un legame. Ai ragazzi è stato inoltre chiesto di indicare quali compagni di classe si distinguessero per rendimento scolastico, attrattività, capacità sportive, simpatia, popolarità o, al contrario, impopolarità.

I risultati hanno mostrato innanzitutto che soltanto una minima parte, tra il 3 e il 13 percento, degli amici desiderati si trasformava effettivamente in un'amicizia reciproca entro la fine dell'anno scolastico: la maggior parte dei ragazzi, dunque, non riusciva a legarsi con i compagni che avrebbe voluto avere come amici. È inoltre emerso che i compagni indicati come amici desiderati possedevano generalmente uno status più elevato e attributi più favorevoli, ottenendo punteggi più alti in popolarità, simpatia, capacità sportive, attrattività e rendimento scolastico, rispetto ai compagni non scelti come amici desiderati.

Confrontando poi gli amici desiderati con chi li aveva scelti, è risultato che i primi presentavano punteggi più alti in questi stessi attributi ideali rispetto a chi esprimeva il desiderio di legarsi a loro. Al contrario, i ragazzi risultavano significativamente più simili ai propri amici reciproci che non ai propri amici desiderati.

Questi risultati, insieme a quelli già emersi dalle ricerche precedenti su amicizia e appuntamenti sentimentali, suggeriscono che, per quanto si tenda a stare con le persone simili, inizialmente sembrano preferire una compagnia diversa da quella con cui finiranno per legarsi. Si tratta di un dato che può apparire scoraggiante a prima vista, ma che rispecchia con precisione dinamiche già ben note nelle relazioni umane e tra i giovani.

Osservata da una certa distanza, spiegano i ricercatori, l'ipotesi della selezione per default risulta perfettamente coerente con una prospettiva evolutiva: è naturale puntare verso obiettivi relazionali di maggior valore percepito, e altrettanto naturale è, alla fine, ritrovarsi legati a persone simili a sé.

In questo senso può essere utile, affermano i ricercatori, richiamare la teoria dello scambio sociale, secondo cui le relazioni nascono, si mantengono o si concludono in base a una valutazione continua di costi e benefici. In un primo momento si desidera qualcosa di apparentemente irraggiungibile, ma non appena ci si accorge di dare più di quanto si riceve, si finisce per rivolgersi, con maggiore soddisfazione, a qualcuno di più accessibile, “a portata di mano”.

Esiste inoltre un valore adattivo nel mantenere una certa dose di illusione riguardo a se stessi. Diverse ricerche sul tema della depressione mostrano che le persone più serene tendono a sopravvalutare le proprie capacità e la probabilità di ottenere esiti positivi, mentre le persone con un tono dell'umore moderatamente basso tendono a percepire il mondo e se stesse in modo più realistico, osservano gli studiosi, un fenomeno noto come realismo depressivo.

La conclusione che se ne può trarre è che una moderata dose di illusione ottimistica può rivelarsi utile: vale la pena tentare, puntare in alto, provare a costruire quella relazione desiderata. Allo stesso tempo, se le persone con cui ci si ritrova a legarsi risultano diverse da quelle inizialmente sperate, non si è affatto soli in questa condizione: si tratta semplicemente di una caratteristica profondamente umana, condivisa dalla grande maggioranza delle persone e dei giovani stessi.