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Per gentile concessione dell'autore e dell'editore, pubblichiamo un estratto da "Maregrigio" di Vincenzo Restivo (Officina Milena editore).

Adolescenze incompiute, lasciate a metà perché senza guide né valori. Esistenze claudicanti che annaspano per trovare respiro in una realtà che non sa accoglierli perché marcia, insana, grigia come un mare contaminato dal degrado e dalla superstizione.
Ezio, Teresa, Diego e Stefano, perdono di vista il loro ruolo reale  e si addossano quello scomodo che la realtà corrotta impone loro.
Una storia che dà molteplici spunti di riflessione e, per quanto le argomentazioni non siano facili, presenta uno spaccato di realtà che deve essere svelato e approfondito.

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"Il tempo è fermo nella stanza. A esasperare questa staticità conveniente c’è l’orologio, che già da qualche anno segna sempre le cinque.

Teresa non sa se abbia smesso di funzionare di mattino presto o alle cinque di sera, ma quando le capita di fissare le lancette nere sul quadrante giallo pensa sempre che un orologio fermo sia un po’ come un incantesimo: non poter misurare il tempo le conferisce il potere d’immaginarsi in un prima o un dopo, di non dare importanza al dolore o agli istanti di felicità, o solo di non quantificarli. Il tempo, al dolore, lo orienta, gli dà concretezza, lo localizza. E a Teresa non va di contare gli spasmi, le ferite, l’umiliazione che le sta così attaccata addosso da diventare ormai la sua seconda pelle. E che, per quanto valga, le ricorda di essere viva. Ha cominciato a odiare il tempo sin da subito, Teresa. Da un po’ ha capito che tempo è anche sinonimo di ricordi, e quelli suoi è meglio accantonarli sotto al letto, come fai con la polvere o le cose vecchie che non butti mai anche se dovresti.

 Sua madre faceva la puttana. Ma quand’era piccola Teresa credeva che lavorasse in un supermercato, perché così le dicevano. Un supermercato come il Carrefour, solo che stava aperto la notte. Quando Teresa era ancora piccola per capire l’importanza del tempo, dei ritardi, della luce del giorno e di quella della notte, sua madre rincasava molto presto la mattina, con un sacchetto di cornetti alla Nutella e una bottiglia di latte al cioccolato. «So’ caldi caldi!» diceva sfilandosi le scarpe troppo alte per lei. Le dava sempre un bacio sulla fronte prima di fare la doccia, e lei rimaneva nel letto un altro po’, nel torpore del dormiveglia, coccolata dallo scroscio dell’acqua che proveniva dal bagno. Assaporava tutto, mentre il ticchettio dell’orologio giallo sulla sua testa scandiva ogni azione, ogni consuetudine, finanche gli intervalli deboli di silenzio tra le scarpe lasciate sul pavimento e l’usuale bacio sulla fronte, tra il momento riposante della doccia e quello ovattato e sinistro dei sussurri nervosi e biascicati, quando la voce di suo padre, ruvida e graffiante come la carta vetrata, dalla cucina ostruiva l’aria e la gioia del ritorno. Teresa, a quattro anni, non sapeva neanche cosa fosse, una puttana, ma aveva cominciato a dare importanza alle sonorità di certi fonemi e alla pragmatica di certe espressioni, che avevano in sé tutta la violenza possibile. E puttana quella violenza la possedeva tutta, perché puttana lo gridava suo padre a sua madre quando era infuriato, puttana lo ripetevano i ragazzi giù al parco durante i loro discorsi da grandi".


La scheda editoriale

Il libro si può acquistare qui

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L'autore
Vincenzo Restivo è un insegnante di Lingue straniere a Firenze dove si è trasferito dopo gli studi e le prime supplenze scolastiche a Marcianise (dove è nato) e più in generale nella provincia di Caserta e Napoli. Restivo è, tra le altre cose, co-responsabile delle attività culturali dell'Associazione Arcigay Rain di Caserta.


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