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Una famiglia come tante - due genitori Antoine (interpretato dal cantante-attore Philippe Katerine), gestore di un negozio di musica, e Aurélia (Léa Drucker), attrice teatrale, e due figli adolescenti liceali Romain (Grégoire Montana) e Solange (Jade Springer) - immersa nella propria routine quotidiana nella città di Nantes (città dove ha vissuto il cineasta Jacques Demy e dove si trova la libreria multimediale a lui dedicata). L’improvvisa crisi e rottura della relazione affettiva tra i genitori, e la ripercussione sulle dinamiche familiari, il tutto raccontato dall’occhio della quattordicenne Solange, figlia minore.

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La pellicola si apre con Solange in classe, totalmente assorta nei suoi pensieri, e con l’insegnante preoccupata che le chiede cosa le sta accadendo. Primo piano sul viso di Solange, stacco e flashback, indietro di qualche mese, all’anniversario di matrimonio dei genitori festeggiato con parenti e amici, in cui tutto sembra filare a gonfie vele.

All’improvviso, l’alchimia della relazione tra i genitori si incrina. Inizialmente piccoli battibecchi per segreti e cose non dette, che diventano liti sempre più intense e frequenti.

I genitori, totalmente immersi nel proprio conflitto, dimenticano che i figli potrebbero ascoltarli o anche solo sentirli, accecati dai propri sentimenti, incapaci di vedere la sofferenza dei figli.

Poi la crepa relazionale si allarga sempre di più, fino a portare alla rottura totale che, come uno tsunami, coinvolge, stravolge, sconquassa e allontana tutti: il padre va via di casa, Romain parte per un Erasmus a Madrid, Solange resta sola con la madre, che a sua volta è sempre fuori casa, impegnata con la compagnia teatrale locale nelle prove e nelle rappresentazioni de “La brava donna di Setzuan” di Bertolt Brecht.

Melodramma in quattro atti, scanditi dal tempo della Bretagna, e dalla reazione di dolore della giovane protagonista Solange, che aveva sempre affrontato la vita con allegria e ottimismo, catapultata in una situazione e in sentimenti a lei sconosciuti. Solange osserva la tensione nell’aria che non viene mai inquadrata direttamente, soffre in silenzio come fosse bloccata, vede la sua vita andare in pezzi senza riuscire a reagire e ad interagire con i familiari, ma anche con compagne e insegnanti a scuola o con Artur, il giovane musicista che incontra a seguito di una sospensione scolastica da lei subita.

Solange si rifugia così in un suo mondo, rifugge tutto ciò che la circonda e che le ricorda l’amore dei (e per) i genitori. Emblematica la scena di Solange che trascorre un intero pomeriggio nel bar, con lo sguardo assorto nei suoi pensieri, nella disintegrazione di quella che era la sua personalità positiva. Tutto ciò finché Solange, che ha assimilato e inghiottito tutto l’attrito che la circonda a casa, non scoppia a piangere mentre in classe recita una poesia di Paul Verlaine.

L’insegnante si preoccupa chiudendo il cerchio dell’inquadratura iniziale, e contatta i genitori. Cosa accade dopo, lo si scoprirà solo visionando la pellicola.

Axelle Ropert, ispirata da registi del calibro di François Truffaut e Luigi Comencini, dopo “La famille Wolberg” (2009) presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, “Tirez la langue, mademoiselle” (2013) e “La prunelle de mes yeux” (2016), in concorso al 69° Locarno Film Festival, realizza la sua quarta opera “Petite Solange”. Già selezionata nella sezione The Film After Tomorrow del Locarno Film Festival 2020, l'iniziativa a sostegno di progetti la cui produzione è stata sconvolta dalla pandemia, l’opera è stata presentata nella Sezione Concorso internazionale del 74° Locarno Film Festival.

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Alle seguenti domande poste dai giornalisti durante il Festival, la regista risponde:

Si è ispirata a elementi autobiografici?
“Non è la mia storia che sto raccontando. Sebbene io sia anche figlia di genitori divorziati, la mia idea non era quella di trasformare la mia esperienza direttamente nel film. Ne prendo le distanze e trovo un nuovo approccio.”

Come ha deciso la classe sociale e il contesto in cui vive la famiglia?
“Questo è in realtà molto interessante, dal momento che mi sono confrontata con un grande cliché. Quando ho detto che volevo ambientare il film in una famiglia dell'alta borghesia, la gente continuava a dire che questo non sarebbe stato credibile, dal momento che presumibilmente non c'è dolore in questa classe sociale. Ero piuttosto arrabbiata, ma ho dovuto reagire, perché altrimenti sarebbe stato difficile trovare finanziamenti per il progetto. Tuttavia, non volevo prendere una famiglia della classe operaia e scegliere la classe media. Per me era importante che la famiglia non dovesse affrontare problemi materiali oltre al divorzio. Volevo concentrarmi sugli aspetti emotivi.”

Come avete lavorato insieme per preparare gli attori alla parte?
“Non mi piace torturare gli attori e lasciare che facciano trecento ciak per una scena. Preferisco un approccio più fine e sottile. Penso al film come a uno spartito musicale e ci metto dentro gli attori. Dovrebbero quasi cantarlo, senza troppa pressione e nel modo più naturale possibile. Concepisco ogni scena come una canzone.”

Sembra che i genitori di Solange non riescano davvero a capire la loro figlia, anche alla fine. Cercano di proteggerla da qualcosa, ma non sanno esattamente cosa.
“Volevo che il film fosse crudele e tenero in parti uguali. È molto crudele, poiché mostra alcune delle cose più difficili che esistono nella vita. Fa molto più male se vieni attaccato da qualcuno che ami. I genitori nella storia sono molto gentili, ma feriscono ancora molto la loro figlia.”

Quali sono state le maggiori sfide per il film?
“Anche prima delle riprese, mi sono confrontata con i pregiudizi contro la mia concezione del film come un melodramma. C'è una sfiducia in Francia nei confronti dei film che fanno piangere. La maggior parte sosteneva che potesse esserci qualcosa di volgare in una storia toccante e sentimentale. Un'altra preoccupazione dall'esterno era che potesse anche essere una storia troppo semplice. Ma questo è esattamente quello che volevo. Secondo me le emozioni si trasmettono attraverso la semplicità. È lo stesso delle canzoni. Le canzoni più semplici trasportano le emozioni più grandi.”

Rispetto al tema del divorzio dei genitori, la regista infine dichiara:
“Petite Solange è un film con un tema importante, tanto frequente quanto ignoto ai più: il dolore del divorzio così come lo vive un bambino. L’idea era di affrontare l’argomento in modo completo … volevo veicolare dei concetti formali anziché dei messaggi…L’esperienza dolorosa di Solange è anche la nostra – a proposito del dolore di Solange che è individuale ma nel film diventa quello di tutti – è semplicemente quella di coloro che sono cresciuti, hanno perso l’infanzia, sofferto, imparato a diventare adulti, “Il mestiere di vivere”, come diceva Cesare Pavese.”

La regista analizza come i bambini osservano furtivamente gli adulti. Anche se il risultato non è pienamente soddisfacente sul fronte della psicologia dei personaggi, in particolare della giovane protagonista che ha indubbie doti naturali, la pellicola merita per aver avuto il coraggio di affrontare con delicatezza un tema apparentemente banale e scontato, da un punto di vista infrequente: l’occhio di una ragazzina, coinvolta direttamente nella situazione.

Inoltre la pellicola è composta da tante scene semplici ma ricche di piccoli dettagli, sui quali l’obiettivo della cinepresa riesce a soffermarsi e a trasmetterli allo spettatore. Ad esempio la scena particolarmente simbolica del foulard di Solange che vola via, trasportato prima dal vento e poi dalla corrente della Loira, che la regista ammette di aver tratto dall’opera “A Star is Born” (È nata una stella) del1954, di George Cukor.

Significativa è anche la frase finale, primo piano sul capo di Solange, che si gira sorridendo con lo sguardo in macchina da presa (con un effetto-specchio in cui lo spettatore non è più soltanto soggetto dello sguardo, ma diventa anche oggetto e viene richiamato alla coscienza di essere al cinema), mentre ascoltiamo i suoi pensieri: “Ho capito che non vi amate più, che è tutto finito, è duro vivere, nessuno mi aveva detto che era così duro vivere. Vorrei … vivere e so … che sarà complicato … ma ci voglio provare, a non essere più triste, ok?”

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen

L'autore.
Giurista, giudice onorario presso Tribunale per i minorenni di Milano.