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La pellicola ci riporta nel periodo dell'infanzia, dove è nato e cresciuto il regista e sceneggiatore Kenneth Branagh, classe 1960, interpretato dall’eccezionale Jude Hill nel ruolo di Buddy, e interamente girato in un quartiere popolare di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, con il conflitto nordirlandese che imperversa.

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Un cast tutto nordirlandese: dal piccolo Buddy, ai genitori ai genitori (Caitriona Balfe e Jamie Dornan), al nonno (Ciaran Hinds), ad esclusione della nonna (Judi Dench).

Si tratta di un’opera ispirata al vissuto del regista, tutta ripresa in bianco e nero, ad eccezione di tre sequenze:

  • l’incipit, che ci mostra a colori come appare oggi Belfast, con immagini aeree e panoramiche, catapultandoci poi nelle sequenze successive, in un quartiere popolare della città dell’agosto 1969;
  • una scena centrale di teatro, a sottolineare l’importanza che ha avuto per il regista, formatosi con opere di William Shakespeare prima nel teatro e poi nel cinema, passando poi dalla recitazione a dietro la macchina da presa;
  • e la fine, come per chiudere il cerchio.

Conosciamo subito Buddy, un bambino di nove anni, mentre gioca con gli amici nella sua via di casa, quando un gruppo di protestanti giunge e lancia un attacco contro i residenti cattolici, gridando il loro desiderio di cacciarli. Questo è solo l’inizio di quelli che passeranno alla Storia come i “Troubles”, il conflitto trentennale nordirlandese tra la maggioranza protestante (costituita dagli Unionisti, sostenitori della corona britannica) e la minoranza cattolica (costituita da coloro che sognavano il ricongiungimento con la Repubblica d’Irlanda, perché percepivano l’appartenenza dell’Ulster al Regno Unito come una forma di predominio).

La famiglia di Buddy è protestante: un fratello già adolescente e un padre, che lavora come elettricista in Inghilterra e che torna a casa solo un week-end ogni due settimane. I fiancheggiatori protestanti prendono continuamente e minacciosamente entrambi di mira, pur di convincerli a partecipare ai disordini e alle rappresaglie contro i cattolici. La madre di Buddy cresce da sola i figli, costretta a molti sacrifici per pagare i debiti che il marito ha accumulato con il fisco. Come i suoi familiari, Buddy non vede motivi per odiare, cacciare o combattere i cattolici, con cui convive nello stesso quartiere e studia nella stessa scuola.

Molte scene del film sono in soggettiva, facendoci vivere la storia dallo sguardo di Buddy, contribuendo con le inquadrature dal basso, oltre che efficaci primi piani, che creano il dinamismo necessario ad una sceneggiatura intrisa di dialoghi vivaci e momenti poetici.

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Attraverso gli occhi del piccolo Buddy, si potrebbe dire con leggerezza, ironia, ma anche serietà, scopriamo i grandi drammi che gli irlandesi hanno dovuto affrontare in quel periodo: il conflitto tra protestanti e cattolici e le diseguaglianze tra i due gruppi; la disoccupazione, la povertà di ampie fasce di popolazione e la conseguente consistente e costante emigrazione verso altri Paesi, compresa l’Inghilterra e gli altri Stati del Commonwealth. Non a caso il film è dedicato a quelli che sono partiti, a quelli che sono rimasti e a quelli che si sono persi e la secolare diaspora irlandese è sintetizzata dall’esilarante zia di Buddy, quando afferma: “se gli irlandesi non emigrassero, non ci sarebbero buoni “Pub” nel resto del mondo.

Due parole sul tema di fondo: il conflitto nordirlandese è durato trent’anni. Come ha chiarito il Prof. Marcello Flores durante un dibattito2, nella pellicola è evidente la rapidità della deriva estremista e radicale, per difendere e difendersi, con una retorica sempre più nazionalista da entrambe le parti, in particolare dalla parte della maggioranza protestante, anche se va ricordato che il conflitto non è tanto connotato religiosamente, come si potrebbe dedurre dalla denominazione delle due fazioni. Nello stesso dibattito la Prof.ssa Claudia Mazzuccato, ha condiviso la sua esperienza di giustizia riparativa, attraverso il lungo percorso di tentativi di dialogo, sfociato negli incontri volontari tra nemici che hanno deciso di costruire qualcosa di pace. Si è trattato di incontri collettivi tra le parti in causa del conflitto nordirlandese, del conflitto dei Paesi Baschi e del terrorismo degli anni 70 in Italia, fino a “l’incontro degli incontri”, in cui sono confluite le storie di vita individuali, persone che hanno voluto condividere coi mediatori di dialoghi riparativi il peso di un dolore senza fine, fomentato tra persone che si conoscevano, che vivevano insieme. Tra i tanti racconti riferiti dai protagonisti del conflitto nordirlandese in questi dialoghi riparativi, se ne citano due: gli avversari, studiavano i giovani promettenti della fazione avversaria, con l’obiettivo di gambizzarli prima che potessero diventare potenziali validi avversari, e la terribile vita nelle carceri di Belfast dove i prigionieri utilizzavano la Bibbia, per ripararsi i piedi dal freddo tagliente.

Da segnalare l’ottima fotografia di Haris Zambarloukos, e la coinvolgente colonna sonora di Van Morrison, anch’esso irlandese come molto attori, la troupe e il regista. Inutile elencare la mole di candidature, 7 agli Oscar nel 2022, e di premi ricevuti dal film in vari festival internazionali, ma ci limitiamo a citarne tre: la Miglior regia “Alice nella città” alla Festa del Cinema di Roma 2021, il Golden Globe 2021 per la miglior sceneggiatura, e l’Oscar 2022 per la miglior sceneggiatura originale.

In un’intervista del febbraio scorso, Branagh ha raccontato: “Gli americani hanno sempre dichiarato: “Noi abbiamo i western, gli inglesi hanno Shakespeare”. Io in Usa ero noto soprattutto per i miei adattamenti per lo schermo di testi shakespeariani. Proprio con l’Enrico V, nel 1989, conquistai le mie due prime nomination, come miglior attore e regista. Il pubblico Usa non ha amato al box office il mio film Assassinio sul Nilo, anzi ha proprio respinto e bocciato il mio ispettore Poirot. Ma io, ripeto, mai avrei pensato che sarebbe stato apprezzato un copione profondamente personale, girato in bianco e nero e ambientato alla fine degli anni Sessanta nella mia Irlanda. Stiamo vivendo oggi un drammatico lockdown e c’erano tanti lockdown, sia pure di tipo diverso, anche allora. Forse anche questa è una ragione dell’interesse che ha suscitato il mio Belfast”.

Jamie Dornan, ha poi ricordato a sua volta: Il film ripropone la ricca storia della mia città e una vicenda profondamente intima e familiare di affetti e legami con la propria cultura originaria. Sì, è vero, sono anche un musicista e mi dispiace che non abbia avuto una nomination l’autore della colonna sonora, Van Morrison, anche lui di Belfast. Si è fermato a quella per la Miglior canzone, “Down to Joy”. Kenneth ci diceva sempre: “Voglio che siate tutti ‘vibranti’ come la musica composta da Van Morrison per la nostra altrettanto vibrante Belfast”.

Invitandovi a visionare questa pellicola, al cinema o sulle piattaforme streaming, non si aggiunge altro per lasciarvi scoprire e trasportare in questo viaggio nello spazio e nel tempo.

 

2 Dibattito che si è svolto nella serata organizzata dalla “Rete per i Diritti”, ospitata all’interno dell’arena cinematografica estiva dell’Arianteo nella corte interna di Palazzo Reale, Piazza Duomo n.12, Milano, il 9 luglio 2022.

Recensione pubblicata dal sito del Tribunale per i Minorenni di Milano
che ospita le recensioni di Joseph Moyersoen

L'autore.
Giurista, giudice onorario presso Tribunale per i minorenni di Milano.