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Come reagisce un operatore sociale al dolore con cui viene quotidianamente in contatto? Come elabora il suo vissuto con persone in condizioni di sofferenza e disagio sociale? Come vive la sua figura professionale da un punto di vista dell’immagine sociale? Da dove trae energia e determinazione per il suo lavoro, oggi che sono venute meno le ragioni ideologiche e di appartenenza che un tempo supportavano la scelta di dedicarsi a questa professione?

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Sono alcuni degli interrogativi che hanno animato il workshop “Il lavoro sociale oggi” e che sono stati alla base della ricerca “Il ruolo degli operatori sociali e la loro formazione psicosocioanalitica”.

Il workshop, dedicato a un gruppo selezionato di persone che lavorano, a vario titolo, nel sociale  – responsabili di istituzioni e organizzazioni impegnate nel sociale – aveva l’obiettivo di condividere i risultati della ricerca, e di arricchire, approfondire e validare le evidenze raccolte, alla luce dell’esperienza quotidiana vissuta e maturata dai partecipanti all’interno delle istituzioni di appartenenza.

La ricerca è stata commissionata dall’Associazione John Dewey ad Ariele, associazione per lo studio, lo sviluppo e la diffusione della psicosocioanalisi.  

Un’équipe di Ariele ha coinvolto, mediante interviste individuali in profondità, una quarantina di operatori di tre differenti organizzazioni impegnate in ambiti specifici dell’intervento sociale: Arimo (di Milano, che si occupa di adolescenti a rischio o che hanno subito violenze), Ippocampo (di Reggio Emilia, che usa il rapporto con la natura e con gli animali per adolescenti con disagi di diversa natura) e Sim-patia (di Varese, che si occupa di persone con traumi neurologici).

 Con le interviste i ricercatori hanno raccolto idee (sul ruolo dell’educatore, sulle relazioni istituzionali con altri ruoli, sui bisogni formativi attivati dal ruolo) e esplorato e verificato le ipotesi che hanno orientato la ricerca, in sintesi:

  1. che gli operatori possono sperimentare, in modo contro-transferale, un dolore psichico;
  2. che le ragioni che un tempo sostenevano gli operatori e ne contenevano le ansie profonde, hanno oggi perso in gran parte la loro efficacia;
  3. che lo sviluppo professionale possa essere un’alternativa alle ragioni ideologiche e di appartenenza che oggi risultano depotenziate;
  4. che gli operatori sono sensibili all’immagine sociale del loro ruolo, oggi sottovalutata, e che la formazione possa innalzarla.

Queste direttrici di indagine sono state esplorate all’interno di una cornice teorica, come ha spiegato il responsabile del gruppo di ricerca, Pino Pollina, la quale ha tra i suoi assunti:

  • che l’incompiutezza delle persone sia un’opportunità di crescita e di riflessione, e non un disvalore;
  • che occorre dare rilievo e attenzione ai livelli emozionali più profondi, i quali si affiancano a quelli computazionali del soggetto umano;
  • che nel corpo sociale la molteplicità dei punti di vista sia irriducibile;
  • che l’interrogazione costante sia un valore, da opporre alla semplificazione come via di aggiramento della complessità che caratterizza la società e le relazioni umane odierne.

Una volta presentati i risultati della ricerca e l’ipotesi di un loro utilizzo ai fini di una formazione psicosocioanalitica, attenta cioè alle dimensioni istituzionali e relazionali del lavoro degli operatori sociali stessi, i partecipanti al workshop hanno lavorato in quattro sottogruppi per discutere e validare le ipotesi presentate alla luce della loro esperienza.

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Al termine del ricco lavoro che ogni gruppo ha svolto, sono state presentate in plenaria le indicazioni di sintesi delle testimonianze e delle discussioni.

In particolare è stata sottolineata una carenza d’immagine dell’operatore sociale, rispetto ad altre figure specialistiche nella dimensione professionale della cura, quale quella del medico, dello psichiatra o dello psicanalista.

Questo dato è a suo modo sorprendente, considerando il lavoro quotidiano, di alta professionalità svolto da educatori e operatori a contatto con persone sofferenti, alle quali sanno “parlare”, stabilendo un livello di comunicazione e di empatia cui molte volte gli specialisti, i medici ad esempio, non sanno arrivare.

L’esposizione al dolore e la difficoltà ad affrontare ed elaborare la sofferenza incontrata quotidianamente, portano l’operatore a reagire con una ridondanza del “fare”, dell’adesione al dispositivo di regole e procedure, con una formazione tecnica, tutti elementi che possono essere letti come meccanismi difensivi.

In questo quadro si delinea il valore e l’importanza di una vera e costante interazione di gruppo degli operatori, all’interno delle loro istituzioni, e della supervisione come attività propriamente formativa.

La formazione può anche essere un mezzo per uscire dalla solitudine del rapporto uno a uno con disagio e sofferenza, e costruire una dimensione collettiva che permetta ai singoli di avere una lettura più ampia e profonda dei contesti, di uscire dalle urgenze del quotidiano e attuare strategie di intervento condivise, oltre che un modo di supportare quell’idealità che, in ogni caso, passata la stagione delle ideologie, sempre orienta la decisione di dedicarsi a una professione educativa o di cura.

In definitiva l’ipotesi di una formazione specifica nell’ambito degli aspetti psicodinamici della professione degli operatori sociali, sia nelle relazioni con pazienti / clienti sia nelle relazione con le loro strutture di appartenenza, trova ampia conferma nel workshop e prospetta un bisogno cui si indirizzeranno i progetti applicativi che verranno presi in considerazione dalla “John Dewey Association”.

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