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Sebbene possa non essere ovvio a prima vista, l'auto-compassione gioca un ruolo chiave per opporsi al sessismo, al razzismo e ad altre forme di oppressione e discriminazione.

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Orientando la compassione sia verso l'interno come verso l'esterno, si può affrontare meglio il dolore dell'ingiustizia senza esserne sopraffatti, trovando la forza e l'energia per combattere per ciò che si sente giusto.

È quanto sostiene in un recente intervento Kristin Neff, autrice di testi sull’auto-compassione, psicologa e docente dell’Università del Texas.

Secondo la professoressa Neff l'auto-compassione aiuta portando ad accettare i nostri sentimenti più difficili e anche cambiando le circostanze che li causano. La gentilezza verso se stessi offre calore e nutrimento per calmare e rassicurare quando si è angosciati, protegge e motiva al cambiamento.

L'auto-compassione ha tre componenti fondamentali: gentilezza, senso di umanità comune e consapevolezza. Queste componenti possono essere esercitate in modo tenero oppure in modo più forte e determinato, verso l’esterno, per promuovere giustizia e opposizione alle discriminazioni.

La gentilezza fornisce calore, amore e comprensione quando si sta soffrendo per un’ingiustizia, ma sprona anche ad essere coraggiosi e determinati quando si cerca di contrastarla.

Il senso di umanità aiuta a sentirsi connessi agli altri riconoscendo che l'oppressione danneggia tutti e dà anche forza quando ci si unisce agli altri per promuovere diritti e uguaglianza.

La consapevolezza consente di vedere in modo chiaro il dolore provocato dalla discriminazione e fornisce anche la lucidità necessaria per agire e resistere.

È essenziale che determinazione e tenerezza siano bilanciate, per non diventare troppo acquiescenti o troppo aggressivi. Quando la ricerca della giustizia nasce dall'auto-compassione, sostiene la studiosa, si può essere fermi e inflessibili, avendo però nel cuore amore piuttosto che odio.

Secondo la professoressa Neff, ci sono almeno quattro modi in cui l'auto-compassione può essere utile per contrastare la discriminazione.

1. Aiuta le donne a contrastare gli stereotipi e a rivendicare il proprio potere

Gli stereotipi di genere ritraggono le donne come sensibili, affettuose e gentili e gli uomini come forti, indipendenti e orientati all'azione. Praticare l'auto-compassione può aiutare le donne a contrastare gli stereotipi limitanti e a mettere in campo la forza necessaria per ottenere quello che spetta loro.

Uno studio su oltre duecento donne ha dimostrato che a più alti livelli di auto-compassione corrispondevano maggiore senso di forza e competenza, affermazione, maggiore capacità di esprimere la rabbia e di impegnarsi nell'attivismo sociale.

Un altro studio qualitativo sull'addestramento all'auto-compassione per le donne con traumi complessi ha scoperto che le ha aiutate a diventare più assertive e meno sottomesse.

2. Fornisce resilienza alle vittime dell'ingiustizia

L'autocompassione può aiutare le persone a far fronte all'impatto negativo della discriminazione. Un recente studio su oltre 200 studenti universitari asiatici americani ha scoperto che quelli con livelli più alti di auto-compassione avevano meno probabilità di diventare depressi quando incontravano il razzismo anti-asiatico. La forza e il sostegno, nonché il calore e l'accettazione di sé forniti da questa mentalità gentile, aiutano a contrastare i messaggi negativi trasmessi dagli altri.

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L'autocompassione si è rivelata anche una potente risorsa per i giovani LGBTQ+, che sono spesso stigmatizzati per essere diversi. Uno studio ha esaminato la compassione nell'esperienza di bullismo degli adolescenti LGBTQ+ in una scuola superiore del Midwest.

Gli adolescenti più auto-compassionevoli erano in grado di affrontare meglio il bullismo, le minacce o le molestie e, di conseguenza, avevano meno probabilità di diventare ansiosi o depressi.

In un altro studio, i ricercatori hanno scoperto che l'autocompassione riduceva l'ansia, la depressione e l'ideazione suicidaria tra i giovani di colore LGBTQ+ vittime di bullismo a causa della loro razza e dell'orientamento sessuale, sottolineando la forza dell'autocompassione come fonte di resilienza di fronte a un trattamento ingiusto.

3. Aiuta a prevenire il burnout mentre ci si impegna per la giustizia

L'auto-compassione può aiutare a sostenere la ricerca della giustizia sociale contrastando il burnout e l'esaurimento che sorgono quando si lotta per questioni come l'uguaglianza di genere, la giustizia razziale o i diritti umani.

Gli attivisti sociali sono particolarmente inclini al burnout dato il compito intenso e arduo che devono affrontare nel tentativo di cambiare le strutture di potere radicate. Aprirsi al dolore dell'ingiustizia è già abbastanza angosciante, ma è aggravato dall'odiosa reazione di coloro che sono al potere che combattono senza sosta i loro sforzi. Questo crea le condizioni per il burnout, inducendo molte persone a rinunciare del tutto al loro attivismo.

Sfortunatamente, l'attivismo può anche essere accompagnato dalla convinzione che la cura dovrebbe andare solo in una direzione: verso gli altri. Una cultura dell'altruismo e del sacrificio di sé pervade spesso le organizzazioni umanitarie, aumentando direttamente il burnout.

L'auto-compassione può essere la fonte di energia che alimenta la capacità di aiutare gli altri. Prendendosi cura dei propri bisogni, è meno probabile che ci si esaurisca o si sperimenti lo stress traumatico secondario che può sorgere combattendo l'ingiustizia.

L'allenamento all'auto-compassione, sottolinea la professoressa Neff, riduce il burnout e lo stress aumentando anche la soddisfazione della compassione, i sentimenti positivi vissuti nel proprio lavoro, come sentirsi pieni di energia, felici e grati per essere in grado di fare la differenza nel mondo.

4. Aiuta ad affrontare in modo più efficace il senso di colpa o la vergogna

L'auto-compassione può anche essere utile per coloro che inconsapevolmente perpetrano l'ingiustizia. Le persone spesso resistono a riconoscere i propri stereotipi negativi sulle minoranze a causa della vergogna che provocano. Nessuno vuole credere di essere razzista. La vergogna che scaturisce dalla semplice insinuazione del razzismo interferisce con la propria capacità di riconoscere i pregiudizi inconsci che sono alla base del razzismo sistemico.

Essere gentili e comprensivi verso se stessi facilita la capacità di vedere che anche quando non si hanno consapevolmente opinioni razziste, il razzismo influenza inconsciamente le interazioni con gli altri semplicemente in virtù del fatto che si cresce in una società razzista. Se si riesce a riconoscere questi pregiudizi senza un duro giudizio su se stessi, si ha la possibilità di correggerli.

Se si vuole aumentare la giustizia all’interno della società, conclude la professoressa Neff, occorre assicurarsi che la nostra compassione sia diretta verso noi stessi tanto quanto verso gli altri.

Si può fare affidamento su una autocompassione determinata ed energica per trovare concentrazione e forza per i propri sforzi all’esterno e su una tenera autocompassione per nutrirsi interiormente.