Molti giovani portano con sé, senza rendersene pienamente conto, il peso di parole dette da un genitore in un momento di rabbia o di delusione. Non riescono a volte a liberarsene nemmeno molti anni dopo, già adulti.

Un rimprovero ricevuto da bambini per un voto insufficiente, per un errore in una gara sportiva o per un fallimento qualunque può depositarsi nella memoria e trasformarsi, con gli anni, in una forma stabile di paura di fallire: la convinzione, spesso inconsapevole, che sbagliare equivalga a essere rifiutati o giudicati meno degni di valore.
Un gruppo di ricercatori dell'Università SWPS di Varsavia e dell'Istituto Nencki di Biologia Sperimentale, in Polonia, ha condotto uno studio clinico randomizzato per capire come intervenire su questi ricordi, e soprattutto per capire perché certe tecniche funzionano.
Le tecniche indagate appartengono alla famiglia degli interventi immaginativi, che lavorano non sui fatti accaduti ma sul modo in cui vengono rivissuti nella mente. La prima, chiamata esposizione immaginativa, consiste nel far rivivere più volte lo stesso ricordo doloroso lasciando che la reazione emotiva si attenui gradualmente, un po' come accade quando un rumore fastidioso diventa via via meno disturbante quanto più a lungo lo si ascolta.
La seconda, la riscrittura immaginativa (in inglese imagery rescripting), procede diversamente: il ricordo viene rievocato fino al momento più critico, ma a quel punto la scena cambia. Una figura protettiva, spesso interpretata dal terapeuta, entra nella memoria e ferma la critica, si rivolge all'adulto che rimproverava spiegandogli i bisogni del bambino, e infine si rivolge al bambino stesso riconoscendone il valore. Il ricordo, insomma, non viene solo rivissuto ma parzialmente trasformato.
Allo studio hanno partecipato 180 giovani adulti con livelli elevati di paura di fallire, assegnati in modo casuale a tre gruppi: esposizione immaginativa, riscrittura standard, oppure riscrittura preceduta da una pausa di dieci minuti. Quest'ultima variante nasceva da un'ipotesi precisa, radicata nella neuroscienza della memoria: quando un ricordo viene riattivato, per un breve periodo diventa instabile e modificabile prima di tornare a consolidarsi, e alcuni studi suggeriscono che intervenire proprio in questa finestra temporale, che si apre circa dieci minuti dopo la riattivazione, possa rendere il cambiamento più duraturo.
Ogni partecipante ha rivissuto lo stesso ricordo di critica genitoriale per quattro sessioni distribuite in due settimane, mentre elettrodi applicati alle dita registravano la sudorazione della pelle, un indicatore molto sensibile dell'attivazione del sistema nervoso simpatico, ed è stata prelevata anche la saliva per misurare l'alfa-amilasi, un altro marcatore biologico dello stress acuto. Ai controlli immediati si sono aggiunti quelli a tre e sei mesi dalla fine del trattamento.
Il primo risultato, forse il più solido dell'intero lavoro, sottolineano gli autori, riguarda l'efficacia generale delle tre tecniche. Indipendentemente dal tipo di intervento ricevuto, i partecipanti hanno mostrato una riduzione marcata e duratura della reattività fisiologica e del disagio emotivo di fronte al ricordo trattato, un effetto che si è mantenuto stabile fino a sei mesi dopo la conclusione del percorso. La riduzione della sudorazione cutanea è risultata resistente anche a tre diverse prove pensate per far ritornare la paura: il ricordo veniva riproposto in una stanza diversa da quella del trattamento, oppure a distanza di tempo, oppure dopo aver fatto riascoltare proprio il momento della critica. In nessuno di questi casi la reazione fisiologica è tornata ai livelli di partenza.
Meno solido, e per certi versi sorprendente, è stato l'esito legato alla pausa di dieci minuti pensata per sfruttare la finestra di instabilità della memoria. Contrariamente a quanto previsto dai ricercatori, introdurre l'attesa non ha reso la riscrittura più efficace; al contrario, in diversi confronti pianificati la versione immediata ha mostrato benefici più coerenti nel ridurre il senso di colpa, la tristezza e l'attivazione emotiva legati al ricordo, sia subito dopo il trattamento sia ai controlli successivi.
Gli autori ipotizzano che una pausa fissa e standardizzata possa aver interrotto la continuità del coinvolgimento emotivo necessario a integrare la nuova informazione, più che aver favorito, come previsto dal modello teorico, un aggiornamento più profondo della memoria.

Il dato più originale dello studio, spiegano, riguarda però un meccanismo diverso da quello atteso: la cosiddetta sorpresa predittiva (prediction error), cioè lo scarto tra ciò che ci si aspetta che accada e ciò che accade realmente.
Nella riscrittura, il momento in cui la critica attesa viene sostituita da un intervento protettivo rappresenta una violazione netta delle aspettative del partecipante, e i ricercatori hanno cercato di misurarla indirettamente osservando un picco improvviso di attivazione della pelle proprio in quel punto della scena, invece della normale diminuzione che ci si aspetterebbe se tutto procedesse come previsto. Attraverso un'analisi di mediazione, lo studio ha mostrato che più marcata era questa sorpresa fisiologica durante la prima sessione di trattamento, maggiore era la riduzione della reattività emotiva osservata nei mesi successivi, ma soltanto nei due gruppi di riscrittura, non nel gruppo di esposizione.
In altre parole, l'effetto complessivo della tecnica usata sul risultato finale non era significativo di per sé, ma lo diventava passando attraverso l'intensità di questa sorpresa: un'evidenza indiretta ma coerente con l'idea che la riscrittura agisca proprio violando un'aspettativa negativa, mentre l'esposizione lavori attraverso un meccanismo più graduale di abitudine al disagio.
Un altro aspetto interessante riguarda quanto questi benefici si siano estesi oltre il ricordo specifico trattato in terapia. Quando ai partecipanti venivano proposti altri ricordi di critica, non toccati dall'intervento, oppure uno scenario immaginario di critica futura, le valutazioni soggettive di tristezza, paura e colpa sono diminuite in modo sostanziale anche per questi ricordi "non trattati", ma la stessa generalizzazione non si è osservata a livello fisiologico, dove la sudorazione cutanea è rimasta pressoché invariata o addirittura più alta per lo scenario futuro. Gli autori leggono questa discrepanza come un segnale che le convinzioni e le emozioni riferite consapevolmente sono più "trasferibili" da un ricordo all'altro rispetto alle risposte automatiche del corpo, che restano più legate allo stimolo specifico su cui si è lavorato.
Nel complesso, spiegano gli autori, il lavoro suggerisce che il beneficio delle tecniche immaginative non dipende soltanto dal fatto di rivivere un ricordo doloroso in un contesto sicuro, ma anche, e forse soprattutto nella riscrittura, dalla capacità di sorprendere le aspettative negative con un esito diverso da quello temuto. È un tassello che aiuta a spostare l'attenzione, nella ricerca sui trattamenti psicologici, dal semplice confronto tra tecniche a una comprensione più fine dei processi psicologici e fisiologici che rendono un cambiamento duraturo.
Le esperienze passate non devono dominarci, sottolineano i ricercatori. Le tecniche basate sulle immagini possono aiutare a "scrivere" finali nuovi e più sicuri per vecchie storie, modificando il modo in cui si reagisce alle difficoltà e alle sfide del presente.
I ricordi difficili (compresi quelli legati al fallimento) non devono essere necessariamente rivissuti sempre nello stesso modo immutabile. Le esperienze passate non vengono necessariamente elaborate emotivamente in una forma immutabile.







