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Ubi minorubi-minor-progetto

Leggo, come tutti, della morte di Antonio Cosimo Stano, 66 anni, a Manduria, paese dove tra l’altro vivono non so più quanti dei miei moltissimi cugini. Fatti in cui di Bullo c’è solo l’avvocato difensore dei ragazzi, ma per il solo e semplice fatto di chiamarsi “Bullo” di cognome.

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Per il resto, e per ciò che si sa dai media, credo si possa parlare di delinquenza minorile di insolita crudeltà, protratta per mesi in un contesto di non insolita indifferenza. Esistono, la crudeltà e l’indifferenza, eccole servite.

Quando ormai 12 anni or sono ho iniziato a lavorare come giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Bologna e ho da subito preso parte al collegio penale mi ha colpito una distanza, quella che corre tra il giudizio che come opinione pubblica ci facciamo di un fatto – assoluzione o condanna, spesso guidati da considerazioni che riguardano le responsabilità morali – e la sentenza, ovvero il giudizio che si raggiunge all’interno di un processo con passaggi particolarmente accurati e minuziosi, verifiche “oltre ogni ragionevole dubbio”, complesse soprattutto nei reati di gruppo.

Per noi che leggiamo e osserviamo a distanza probabilmente quei 14 ragazzi, di cui 12 minorenni, sono tutti coinvolti allo stesso modo; ai giudici che li valuteranno occorrerà un lavoro paziente di ricostruzione dei fatti e delle responsabilità di ciascuno, poiché “la responsabilità penale è personale” – recita l’art. 27 della nostra Costituzione – e non può accadere che qualcuno sia ritenuto responsabile per reati commessi da altri.

Lo sdegno, l’orrore sono reazioni emotive, sacrosante, doverose quando una persona muore, e tanto più in quanto vi è stato un abuso delle sue oggettive fragilità personali. Sdegno e orrore però non decidono la condanna, come la rabbia non dovrebbe autorizzare a sparare al ladro che fugge e la gelosia o la delusione non sono buone scuse per ammazzare chi ci ha lasciati.

La legge penale pretende che si usi il cervello nell’amministrare la giustizia, ed è un gran bene. Moralmente ognuno risponderà forse anche di tutto alla propria coscienza, ma nel procedimento giudiziario dovrà rendere conto del proprio comportamento, anche collusivo o complice eventualmente, ma del proprio.

Così nei reati di gruppo che ho contribuito a giudicare poteva esserci chi aveva solo minacciato con un sms, chi aveva anche percosso procurando gravi lesioni, chi le aveva filmate, chi aveva pubblicato le immagini… e i reati erano differenti, diversi nelle pene e nelle forme di trattamento.

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Nessuno, meno che mai di questi tempi, pretende che l’opinione pubblica usi il cervello nel valutare la realtà. Sarebbe bello, però, che almeno un po’ accadesse, per non concludere che “tanto la giustizia non esiste”, e accorciare quella distanza che è deleteria per i legami di fiducia all’interno di un paese.

Quando il collegio ritorna in aula dalla camera di consiglio – vale a dire dalla stanza accanto dove si è riunito a decidere la sentenza – il presidente dell’udienza recita una cosa che inizia con “In nome del popolo italiano…” e dice una cosa vera, importante, profonda.

Se ne avverte, a volte, tutto il valore, quasi un senso di sacralità, pur sapendo benissimo che potremmo esserci sbagliati (e per fortuna esistono tre gradi di giudizio).

È sempre più difficile parlare veramente “in nome del popolo” se le logiche dei magistrati e della “gente” non fanno che divaricarsi. Ma non penso affatto che i magistrati dovrebbero adeguarsi, non lo penso proprio.

La medicina non è rendere i processi più emotivi, o più approssimativi. È semmai il contrario, è prendere per mano la “gente” e aiutarla a conoscere, a distinguere, a entrare in contatto con la realtà. Il che implica tra l’altro fare educazione, farlo, instancabilmente. Conosco buoni maestri in questo senso.

Aiutare a rintracciare il senso di una giustizia che non deve essere sommaria e che poi deve punire, e rieducare, ogni volta che c’è da punire e da rieducare.

Più che mai con reati che si preannunciano particolarmente efferati e autori per la grandissima parte minorenni, e in ogni caso tutti molto giovani (22 anni il maggiore), il senso di punire & rieducare, le due cose insieme, andrà ricercato ad ogni passo.

Non per giustificare, non c’è proprio niente da giustificare. Semmai per riparare un po’ dei guasti che devono essere accaduti, che è impossibile non siano accaduti, se per 14 ragazzi è possibile fare tanto male per mesi a un’altra persona.

Poi c’è l’indifferenza degli altri, un ritornello in tante violenze terribili. Un pensiero anche su questa responsabilità non dovrebbe farci male.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e lavora per il Comune di Ferrara nell’ufficio Diritti dei minori. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento.

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